C’è quest’amore per le piccole cose della vita di cui il signor Itchek sente dire in giro come panacea e segreto esistenziale, le care piccole cose che schiudono meraviglie a chi le sa vedere appunto nelle cose da nulla, minute, e tuttavia ultime in senso filosofico, cioè altissime. E gli ci viene un po’ da ridere, al signor Itchek, perché gli sembra che la gran parte della gente, quando se la suona e se la canta così, pascolizzi, cioè riproduca quella che a scuola ci veniva insegnata come la poetica del Pascoli, poeta appunto delle piccole cose. Lui delle piccole cose e il Carducci invece dei bovi, ah ah.
Il signor Itchek ripensa alle sue cose piccole. E si rivede più di cinquant’anni fa in un’armeria a comprare la primissima attrezzatura per calare l’amo “in acque interne”, come recitava la sua licenza nuova di zecca. Nonostante gli anni passati e le cose che possiamo considerare senz’altro minuteria, la memoria del signor Itchek, in questo caso, è prodigiosa. Ha qui davanti agli occhi: la ruzzola della lenza 0,18 Super Tiger con lo squalo, evidentemente tigre, grigio su sfondo azzurro, divincolantesi perché allamato; il tubetto di piombini mignonette n°2 dal tappo giallo, il cui nome suonava con una qualche scurrilità; ami del 18 acciaio – che il rivenditore disse troppo piccoli rispetto al “pelo” (la lenza) – e dunque ami anche del 12 bronzati, questi suggeriti dal rivenditore, buoni per innescare il chicco di granturco adatto a: reine (regine), carpe, carpe specchio, cavedani e le famigerate zoccole, loro davvero chiamate così per disprezzo; infine due “sugheri” a fuso, con gambo di plastica bianca e pallino estraibile rosso come segnalatore, un sughero azzurro e uno verde. La canna fissa di metri 5 e 40 e la cassettina blu con scomparti erano stati già acquistati come regalo di compleanno dal padre del signor Itchek, anche lui pescatore.
Un’attrezzatura da pesca talmente basica che più di così non si può. Il signor Itchek si ricorda anche quando fu di ritorno a casa e la sistemò nella cassettina, dove largheggiava miseramente. Ci sarebbero voluti mesi e mesi perché quegli scomparti si riempissero e finanche il fondo, con un puntale (reggicanna) di ferro fasciato in uno straccio perché non ciottolasse e la scatoletta di granturco, e le forbici, e lo slamatore e un elenco di accessori via via sempre più superflui. Quel desiderio, forse trasmesso geneticamente, non fu infatti un fuoco di paglia, ma una lenta costruzione proiettata nel futuro e mai venuta meno, se non in alcuni brevi periodi dove sarebbe però sopravvissuta come un fiume carsico, nascosta alla superficie. Ma anche così un pescatore lo riconosci, perché gli basta la vetrina di un negozio o lo scaffale di un supermercato dove è esposto un semplice mulinello o un guadino, e lui si ferma imbambolato, rapito nei pensieri.
Eppure per quanto le tue piccole cose ti chiamino ancora a loro, perché mai costruirci una filosofia di vita?, riflette il signor Itchek. Non sarebbe un po’ troppo infantile? Davvero quei giocattoli sono più importanti dei fiumi e dei laghi e poi anche del mare? Non si rischia una volta in più di perdersi nella contemplazione del dito invece della luna? Alla fine un galleggiante è solo un galleggiante, anche se lo hai stampato nella memoria – e ti sembra davvero di vederlo ancora lì, in pesca, con la sua pallina rossa che in sussulti, tremolii e cerchi d’acqua avvertiva della presenza del pesce. Anche se la sua immagine ti è rimasta intrappolata nelle sinapsi, il tuo bellissimo sughero azzurro è andato invece perso come un galleggiante qualsiasi, chissà quando e chissà dove. E allora, invece di una facile poesia sulle piccole cose del modo – che sia chiaro, nonostante te l’abbia spiegata così la maestra non ha nulla a che vedere con la poesia del Pascoli -, invece di cantare la minutaglia dell’esistenza conviene prendere di petto la grandiosità del mare, la sua potenza e vastità.
Il signor Itchek pensa infatti di sapere perché l’esaltazione della cosa piccola funziona e anche per diversi motivi: intanto sembra denotare in noi una notevole sensibilità artistica, come se uno, che so? si fermi a guardare gli occhi di un pesciolino da fritto e ne declami la bellezza espressiva; poi perché di cose piccole ce ne sono davvero tante e a portata di mano perfino nel nostro giardinetto condominiale, rivelandosi abbastanza comode; e comunque dobbiamo prendere in considerazione la nostra abilità narrativa nel raccontarle come ci pare a noi, con quell’agitazione emozionale che descrive senz’altro le vibrazioni dell’anima ma che non ha niente a che fare con le cose che “ci” vibrano; e infine, il motivo più importante: noi ci rispecchiamo in loro, e cerchiamo di convincerci che siccome le piccole cose ci aprono mondi di stupore, allora anche noi piccoli non siamo una piccola cosa. È il solito giochetto dell’antropocentrismo rovesciato: ci sentiamo umili e vogliamo salvare il mondo in ogni sua minuzia, ma il processo è fondamentalmente autocentrato: in fondo in fondo c’interessa solo la nostra pellaccia.
Lui non vuol buttarla via, questa consapevolezza. Sa che il mare è grandioso perché alla fine tutto dentro di sé trangugia, al di là del bene e del male, non contaminato dal nostro moralismo e dalle nostre bellissime storie e preferenze. Non fa distinzione, il gran signore. E allora s’immagina di aver perso il suo splendido galleggiante azzurro con pallina rossa in un lancio un po’ più sbadato, e ora lo vede scintillante nelle proprie sinapsi, ma anche pendulo e attorcigliato in un groviglio di lenza su un ramo nero e mezzo marcito della sponda opposta. Non è una bella immagine, ed è piuttosto dolorosa. Ma ci scommetterebbe che è quella più probabile, o almeno molto probabile. E diciamoci la verità, il giovane Itchek – che ancora non era il signor Itchek ma lo sarebbe diventato –, nel momento della perdita e dello strappo forse s’incazzò, ma in fin dei conti il magnifico sughero fu subito sostituito con un altro per continuare i lanci in cerca di pesci. In quel presente, dopo un paio di minuti, il galleggiante della memoria era stato già dimenticato.
Si sa, i vecchi sono ammalati di nostalgia, e lagnosi. Ma questo non ci racconta nulla della verità di quello che è stato. Quindi… conviene spengere la sinapsi della facile poesia kitsch, conclude il signor Itchek, e invecchiare meglio. Guardando al mare, sì – guardando il mare.