Una volta partecipò a un corso per educatori di comunità, condotto da uno psicologo, il signor Itchek allora aveva poco più di trent’anni. Sarà stato veramente uno psicologo, quello? mah… Fece partire la musica “per creare un’atmosfera più rilassata” e affibbiò il compito del pomeriggio: “Dovete disegnare la vostra vita futura” – nientedimeno? – e poi rovesciò i colori nel centro della stanza, sul pavimento. Allora si usava disegnare per terra come i bambini, in totale libertà e in ginocchioni, e il signor Itchek si sentiva piuttosto a disagio, lui che aveva imparato a disegnare su quei banchi della scuola grigi e neri, come un serioso scrivano.

Comunque  s’impegnò lo stesso e gli venne l’idea di fare un vecchio seduto di spalle, in pigiama a righe, forse sul lettino di una clinica o dell’ospizio. Quel vecchietto teneva alzato il braccio che nella mano impugnava una biro e firmava “Guglielmo Mannucci”, una firma sospesa a mezz’aria tra le mattonelle e il soffitto della stanza. Dunque il signor Itchek con quel disegno intendeva dire che, potendo scegliere, avrebbe voluto una vita lunga e senza illusioni, di cui si sarebbe preso la sua bella responsabilità fino in fondo. Anche se fosse stata una vita di spalle come quella di un uomo un po’ indisponente, anzi, forse proprio per questo. Veramente bellino.

Lo psicologo guardò l’”elaborato” del signor Itchek – lui prima ti faceva disegnare per terra, liberamente e cullato dalla musica, poi i disegni li chiamava “elaborati”… – e così fece un mezzo sorriso conciliante, per facilitare la comunicazione. Gli disse:

“Un po’ pessimista eh?”

“E perché mai?” ribatté pronto il signor Itchek.

“Non ti sembra? Questo è un ospedale, no? e poi il pigiama potrebbe essere l’uniforme di un carcerato… senza contare che questo tipo qui è parecchio in là con gli anni…” indicando l’autoritratto nel disegno.

“Lei spera forse di morire giovane?” domandò senza ironia il signor Itchek.

“Non volevo dire questo… E ti prego, non mi dare del lei… è più difficile… non la senti la distanza che metti tra noi due? …non essere così rigido, in questi giochi bisogna lasciarsi trasportare dalle emozioni…”

“Rigido?”

“Insomma, ci sono delle regole di setting, e bisogna fare in modo di rispettarle, non credi?” disse stizzito lo psicologo.

“Non tiri in ballo il setting… piuttosto, io l’ho capito. Il disegno non le è piaciuto a lei…” tirò le conclusioni il signor Itchek

“Guarda che questo non c’entra nulla. Non sono qui per dare giudizi estetici io… Anzi, se c’è una cosa che proprio non posso fare è quella. Io non giudico il tuo elaborato.”

“Ah no? E allora di che cosa stiamo parlando?”

“Di come percepisci, in questo momento, il tuo futuro…”

“Bene. Io ‘percepisco’ che nel mio futuro sarò più vecchio di ora. Non credo di ringiovanire, sa? E non credo neanche di essere immortale e magari risuscitare con tutta la mia carne morta.”

“Ora mi sembra che esageri…”

“E allora quale sarebbe un disegno normale?”

“Normale?”

“Sì, un disegno che lei considera ‘nella norma’.”

“Non esistono disegni normali. Ognuno di noi è diverso, esprime nell’elaborato il suo modo di sentire e soltanto il suo… il suo modo di rapportarsi alle cose insomma.”

“Anche quello là?” e il signor Itchek indicò  il disegno di una sua compagna di corso, un albero disneyano verdissimo e carico di mele rosse. “Quello lo vede no? Quello potrebbe essere l’albero di Cip e Ciop… i due scoiattolini… altro che un modo di sentire ‘suo’… Le sembra normale quello?” La compagna del corso strizzò leggermente gli occhi, perché non aveva capito dove voleva arrivare, quel Mannucci, ma il poco che aveva capito non le piaceva affatto.

“Come mai ti sento così ostile Guglielmo?” gli disse allora lo psicologo, o comunque presunto tale.

“Ostile io?”

“Sì, tu… E’ bastato che ti dicessi che sei pessimista e ti sei… chiuso in difesa… Non trovate, gente, che si è chiuso sulle difensive proprio come un riccio?” lo psicologo adesso si rivolgeva agli altri corsisti, alzando addirittura la voce. Qualcuno allora, e specialmente quella là dell’albero, fece un segno di assenso molto deciso, con la testa in  su e in giù, certo certo certo…

Il signor Itchek si percepì completamente solo. Solo ora, e soprattutto solo nel futuro. Lo psicologo stava facendo uno di quei suoi sorrisini rassicuranti. Anche gli altri ridevano, ridevano per… empatia con chi comandava. Erano tutti molto simpatici in fondo. E si auguravano un futuro altrettanto simpatico, pieno di mele. Così anche il signor Itchek volle sorridere, e rivolto a quella dell’albero le disse un po’ per tutti: “Se codeste mele tra cinquant’anni saranno ancora commestibili… ti prego Giuliana, il mio vecchio, qui, ne gradirebbe una cotta…”. Tutti risero, risero perché non avevano capito nulla. Lo psicologo invece non rise, lui intuì che quello che aveva sentito non era davvero rassicurante. Così il signor Itchek arrotolò il suo disegno e lo portò a casa. Lo fece incorniciare, da allora lo tiene nello studio. Sono passati quasi vent’anni. Ancora una trentina e lui ne è certo: arriverà sicuramente la mela cotta.

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