CARTA CENQUANTA E UNA, DELLO SCRIBERE
“Allora? Vi piacque lo dialogo con il filosofo Epicuro?”, domandiedi alli fratelli miei finito di leggere.
“Lo si vede che te ce sei ‘mpegnato de brutto…”, disse Cattani, “Anco se Zolla, guardalo là, ci s’è addormito…”. Ché in effetti lo nostro buon Egidio gli era crollato di botto allo secondo capoverso, non aduso come sempre fu, anima candida, allo ragionamento complicatus, e se ne stea acciambellato nello cencio dello saio come uno gatto rùffolo.
“Diciamoci la verità, frati miei, gli è una carta un po’ sofistica, che a uno gli si può gonfiare anche lo coglio…” disse ridendo Zolfino, lui ben portato per li discorsi spicci.
“Gonfiare lo coglio? Ci ho travagliato per giorni tre a vergarla!” fec’io, con uno poco de culo torto ma appena appena.
“Uuuuu… e che sarà mai! Tu verghi con la piuma de’ fagiano e te lamenti? Vuoi spaccare li legni o fare lo pulitore di stalla come noialtri, che ‘ntanto che tu vergavi eramo iti allo laboro vero?”, ribadì Zolfino, “Che te pesa più la piuma della pala, Leone?”
“Mica gl’è un intelletualo avvezzo allo scribere di gomito lui… Per lui la penna grava anco più dello zappone, non gli viene mica in ispontanea la vergatura, ce soffre e ce suda il poverino…” intervenne a mea difesa Angelo.
“Ora mi par che s’esageri …”
“E adunque? La scribi te la vita dello santo nostro?” intercedette anco Campano.
“Ma no, ma che c’entra… io, con ‘ste manone, non li so fare mica i lavori de’ fino, metto appena la croce per lo nome mio, che vuoi che verghi io… Ma lo mestiero dell’intellettualo de scrittura, anche se non ci sei cacato, lo stesso privilegio lo è…” insistette più serio Zolfino, che tenea sempre de fronte la questione sociale. E alzò lo ditone al cielo come a significazio de cosa inconfutabile.
“Non ci sono cacato non ci sono cacato… un po’ cacato ce sarò, se fu proprio lo santissimo Cesco a darmi lo ‘ncarico de vergare la vita Sua, voi che dite?” che uno poco più de culo torto ora mi subentrava.
“Eccolo là, lo ‘mpermalito! Quest’intellettuali de penna son così sensibbili e rizzano subito lo pelo… ma dài, te burlavo no? Ché io, guarda che te dico, a star fermo a sede me vengono le piaghe allo melone. Bisogno ho de movimi io e de saltare… mica semo fatti per stare inseggiati noialtri!”
“Ma quale seggio mai?”, rispuosi, che io a scribere stevo massimo con lo culo posato su ‘na pietra, se c’era… Epperò Zolfino, de seguito sanza riprender fiato: “Te lo assicuro, Leone mio, io non sape come tu lo faccia… Che lo tuo dev’essere davvero uno travaglio grave, con codesta bella piuma… Tutto lo giorno, e giorno appresso a giorno, a scricchiolare gambature e cacatine de mosca che c’è da cecassi come lo Santo nostro! E io t’ammiro, sai? che in specialmodo dev’essere uno fardello vero quanno uno a vergare ce se ritrova come te”, e qui Zolfino s’interruppe.
“Continua uno poco…” diss’io a sfida, “Ce se ritrova uno come me come?”
“Ce se ritrova uno come te che non c’è cacato, no?” e ‘l mio fratello allora scoppiò in una risata così de gusto, e a seguire anco tutti gli altri compreso lo Zolla, che ‘ntanto s’era sveglio e nun capiva, ma visto che c’era da ridere rideva anco lui, beata ‘nnocenza.
“Guarda, Zolfino, che te rincorro eh? Te ‘ncorro te e il tuo melone!” e feci lo gesto d’alzarmi con la piuma stretta into lo pugno. Ma non avrei potuto mica, perché intanto, per lo gran riso, m’avea preso lo singhiozzo.