Cesco Francesco (34)

CARTA TRENTACINQUE, MAL D’OCCHI

Dal viaggio in oriente Francesco avea riportato uno terribile mal d’occhi perché fu contagiato dalli malati che ebbe là a curare, così che la vista gli si offuscò  alquanto e gli cominciarono a lacrimare non solo di lacrime, ma di sangue nero e di materia purulenta che formava grosse cispole caccolose. Gli doglievano e prudevano che a furia di grattassi si scorticava lo viso. E questo anche perché non solo il santo disdegnava la prevenzione alli morbi contravvenendo a qualsivoglia regula di cautela ma anco sopportava lo malo senza porre subitanei rimedi, trascurandolo oltre ogni limite – come è proprio, appunto, de li santi. Poi, quando non c’era più niente da poter fare per una sanazione completa, allora se metteva in cura. E cussì venia chiamato lo povero fratello Silvestro, che avea una qualche esperienza in medicamenti d’impacchi e svuotamento di gallore a li piedi.

“Per li occhi rossi acqua de capomilla o petali di rosa” disse, cercando uno rimedio ottimamente naturale. Prepariede la bollitura e preticato un radicale lavaggio per eliminare la sporcizia ammalorata, di petali e corolle fece pappetta e l’applicò sugli occhi per giorni tre.

Al quarto domadò a Cesco: “Come stae? Cosa te procurò, di beneficio, lo mio rimedio di natura?”

“M’ha fatto quanto uno cazzo a una vecchia…” rispose con uno detto popolano lo santo. Perché non sempre la medicina tradizionale de la natura funge. E allora bisogna ricorre alle pratiche alternative, per quanto poco in uso presso li popoli inciviliti. Si ricorse dunque alla tennica  e fu chiamato lo fabbro ferraio, che si raccontava avesse sanato d’esta malattia o di consimili molte bestie tra cavalli e buoi, e anche qualche homine.

Lo fabbro presentossi con lungo ferro.

“In che consiste il procedimento?” chiese alla vista dell’arnese il santo.

“Intendo cauterare…” ripose lo fabbro.

“E funge?”

“Lo foco estingue et purifica”

“Se sente malo?” chiese ancora Cesco.

“Uno poco, la carne fritta dallo ferro incandescente se trasforma in cuoio e cessa quasi subitaneo lo dolore.”

“Ah. Ma anestetico non se pole?”

“No, non se pole. Perché più intenso è lo dolo più purifica da lo malo”, sentenziò lo fabbro.

“Capisco. Posso conferire con fratello ferro incandescente e fratello foco?”

“Fate pure, santissimo.”

E allora Francesco se rivolse direttamente ai due fratelli purificatori con questa preghiera che riporto integra:

“Birboni di fratelli io ve vorrei chiedere di non farmi patire più del necessario e vi prometto che anco se uno poco de dolo se deve sentire non mi lamenterò ma sopporterò lo vostro rimedio senza bercio, ma in letizia e amore anche per voi medesimi, che mi beneficiate nella gloria di Dio.”

“Amen”, disse lo fabbro e trasse lo lungo fero dallo foco nel fare cenno a Bernardo e Silvestro perché se appressassero:

“Tenetemelo ben fermo, che devo friggere nel giusto punto e non oltre, affinché lo oculo non se accarbonchi.”

Agguantammo da ambo i lati lo santo, e facemmo del nostro meglio a tenerlo, perché durante la procedura curativa il povero Cesco non solo berciò in direzione dell’intera sacra famiglia del cielo compresi i santi più eletti e quelli minori, e già che c’era anche qualche diavolone,  ma trattò gli astanti di figliatura di mala foemmina e di padri con castelli di corna, mentre divincolossi come biscia asserpentata. Finché lo fabbro ce disse: “Lasciatelo!”  e il santo, prima di perdere li sensi, fece in tempo a rivolgeglisi con un “Maledetto figlio di…”. Fu spettacolo indecoroso, e, quel che peggio, di scarsa utilità. Questo dimostra che solo li disperati se rivolgono alla medicina alternativa.  

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