CARTA TRENTADUE, LO GRANDE CONCIO
Da quando ci venne riferito che la parola letizia e la parola letame radicano nello stesso significato di forza fertile e rigenerativa – e a farcene accorti fu uno tipo di grande studio nientepopodimeno che di Bologna – noi fratelli, per lo ordine di Cesco nostro che ne parve entusiasta, istituimmo lo uso dello grande “concio”, come lo nominano i tusci, e, più familiarmente per il loro idioma “i’ concio”. Per chi non have sperienza delle questioni agricole dirò che trattasi di monte puzzolento di letame, di mole mutevole, che viene approvigionato pressoché ogni die di ogni schifezza, affinché queste ultime si trasformino con apporto degli agenti atmosferici e dei fratelli animali, tipo mosconi e bacherozzoli, in buon letame da governo.
Ora è da considerare che data la nostra santissima povertà il concio di noialtri di Cesco ha sempre rischiato d’accrescersi miseramente, sia in quantitatio che in qualitade, e d’essere cioè di notevole magrezza, tanto che anche le mosche di bocca meno scelta e figurarsi allora le mosche petrine, eccellentisssime gastronome, quasi l’ignoravano. E difatti do di seguito elencazione di quel poco che riuscivamo a scartare per formare lo concio nostro: gusci di chiocciore ben puliti dell’ospite pappato, blatte trovate morte, graspi d’uva marciti inadatti a tisane, peli corporali che ci staccavamo per donazione, capei di tonsure, sott’unghie e ungnoli, masticanze di catarro e caccole, moccio di costipato, croste de lebbrosi e pezzi di dita secche e orecoli mozzi, denti caduti per grave piorrea manifesta, denti caduti per busse ricevute, pus de patacchi e gallore, nòccioli di pesca e semi non commestibili, picciòli de mela, piume e penne e scaglie e budellame indigesto, eventuali rospi stiacciati dai carri troppi giorni addietro per risultare edibili, ovi barlacci e gusci d’ova sani, gusci di noci, caciolo di dita di piede, e insomma tutta robetta di poca sostanza. Quindi lo nostro grande concio, diciamo così, ebbe più che altro uno valore simbolico, anche se serviede per alimentare purtroppo il fanatismo di chi, per penitenza corporale, vi si gettava drentro capofitto e vi dimorava per uno giorno itiero. Cesco questo non volea, un po’ per la rispettanza di sé stessi che non deve varcare mai uno limite, un po’ perché quest’uso improprio riduceva notevolmente i’concio medesimo che s’appicciava al penitente e veniva trasportato altrove, sperperandolo.
Al che frate Drudo fece la proposta di incrementare lo concio con lo sterco corporale che subito venne bocciata all’unanimità perché stava male vedere uno che cacava sullo grande concio.
Al che frate Ginepro fece proposta che fosse anco aperto lo concio ad homini fori della comunità nostra che fu anch’essa bocciata perché Cesco non amava privare gli altri di roba bona per donazioni.
Al che frate Gangiulo disse che la fede tutto pole e forse pregando concentrati per giornate tre sarebbe avvenuto lo miracolo e avremmo assistito alla moltiplicazione dello concio, proposta bocciata con richiamo per troppa arroganza manifesta di intercedere presso il volere dell’Altissimo per miserrima cosa.
Al che fu reinterpellato homo dotto bolognese e interrogato sulla verità di quanto detto, che cioè nostra letizia e lo letame avessero la stessa radica linguistica, lo homo fortunatamente disse no io have scherzato, e allora lo fallimento dello concio nostro venne presto dimenticato e in loco ora non c’è più monte né monticello ma qualche margarita e pisciacane forse governata dalle nostre miserie d’avanzi di corpo e poc’altro. Perché, come recitano due versi d’uno menestrello de bona voce e d’indole libertaria e ribelle, “dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior” – sì, i fiori, per quanto vili, anco perché nella medesima canzone ce viene detto che la rosa se vende, e quindi se ne va via dal campo.
(Non appena ebbi finito questa storia dello concio la portiedi a fra Cattani e gliela mostrai perché m’esprimesse suo parere di fino letterato. Che mi disse:
“Ma tu, Leone, devi scrivere proprio tutto, eh?”, da cui arguii che non le era piaciuta né per stilo né per argumento. E così decisi di non inserirla nella vita dello nostro santissimo pastore Cesco e tuttavia non la getto nello foco perché la cartapecora è preziosa e un giorno la gratterò per riscriverci storia più consona. Però un po’ me dispiace.