Su Facebook è incappato in uno dei tanti profili dedicati a Franco Battiato, incapp-ato e Batti-ato rima baciata, o quasi. Il signor Itchek guarda una fotografia: il poeta-guru è inclinato come un esile giunco verso una rosa e l’annusa, con trasporto – così almeno sembra. Poi legge il testo, dove però, già nel titolo, c’è un errore: il devoto invece di Haiku ha scritto Haicu con la c, forse per l’eccessiva dimestichezza con la cultura giapponese. Il signor Itchek immagina che questa sia una canzone e va a cercarla su youtube. Sì, è una canzone, e i il testo riportato sotto la fotografia è la seconda strofa, il signor Itchek la rilegge:
Alla rugiada che si posa sui fiori
quando s’annuncia l’autunno
assomiglio io che devo svanire
e vorrei sospendermi nel nulla
ridurmi a diventare nulla.
Il primo pensiero del signor Itchek è che, essendo toscano, lui la rugiada l’ha conosciuta come “guazza”, e a dir la verità la guazza si coniuga con difficoltà al verbo “si posa”, perché ha una doppia zeta che l’appesantisce e la rende quasi sguaiata. Diciamo che la guazza intanto la trovi un po’ su tutto, non solo sui petali, e più che scendere dal cielo ha l’apparenza di qualcosa che trasudi abbondantemente dalla terra, la differenza che esiste tra il sudore greve di un carpentiere e quello di uno che fa una partitina a tennis in villeggiatura. Ma procediamo: “quando s’annuncia l’autunno” vuole indicare che ci stiamo avvicinando alla morte, e sicuramente è una di quelle metafore su cui i poeti hanno insistito di più – si sa, è gente malinconica che ama il fuori stagione e la solitudine del meditare, che gli piace la pioggia e il fuoco che crepita nel caminetto senza fare fumo. Infatti Franco ci avverte che lui assomiglia proprio alla rugiada – non alla guazza – e dovrà svanire, e qui al signor Itchek viene in mente un altro pensiero: di uno che è morto non ha mai detto che “è svanito”, perché gli sarebbe sembrata una sciocchezza irriverente. Immaginatevi questo dialogo:
“E Giovanni?”
“Non lo sapevi? È svanito…”
Il signor Itchek ora fa un parallelismo con il filosofo Severino, Emanuele Severino da Brescia, che ultimamente ha ritrovato nell’aforisma in un piccolo libro di Gaetano Tempio, che si intitola appunto Nulla. L’aforisma, davvero fulminante, fa così: “Emanuele Severino non è morto. Si è autoconfutato”. Ci ha riso, il signor Itchek, e anche parecchio. Perché il filosofo di Brescia soleva dire che chi crede che noi si provenga dal nulla e nel nulla si ritorni è addirittura un matto. Detto in altri termini: secondo Emanuele Severino non si muore, perché niente si perde, quello che veramente accade, come dice, è che si esce dal visibile. Dove sono andati sei milioni di ebrei? Sono usciti dal visibile. Dunque la battuta di Gaetano Tempio è molto intelligente e profonda: ora che Emanuele Severino è davvero morto e non è uscito dal visibile come ha sempre sostenuto per milioni di volte come un disco rotto, ora non è morto, si è auto confutato, e dunque è morto – sgrovigliare un aforisma non solo non è semplice ma è sempre riduttivo. Così la rugiada svanisce e come lei dovrà svanire anche il poeta, che evidentemente quando ha scritto la canzone soggiornava sempre dentro il visibile. E ora però bisogna tenersi forte perché arrivano i due versi che sono la sintesi dell’intero ragionamento: “E vorrei sospendermi nel nulla / ridurmi a diventare nulla”. Chissà che cosa significano queste parole. L’unica ragionevole certezza è che non hanno niente a che vedere con Democrito e Epicuro, per esempio, e con tante e tante altre filosofie e pensieri che il signor Itchek stima profondamente. Rispetto a quel “diventare nulla” se il signor Itchek avesse Battiato qui gli direbbe: lo so, orientaleggi… ma diventare nulla non è così difficile come credi, sai Franco? Ma Franco non è più fra noi ad annusare le rose, nel visibile. E al signor Itchek allora gli viene un pensiero un po’ sgarbato: “Vorrei sospendermi nel nulla / Ridurmi a diventare nulla”. Vedi Franco? Accontentato.
Torna a leggere il primo commento che un fan – o un seguace – ha postato sotto alla canzone Haiku, cioè questo: “Un concentrato di pura poesia che Battiato canta accompagnato da dolci musiche celestiali, che continua a suonare in qualche altra dimensione. Ciao Franco!”
Intanto, come per la guazza, il signor Itchek quando sente la parola concentrato pensa al concentrato di pomodoro, e allora gli viene in mente una confezione industriale di poesia in latta, di quelle però che si aprono agevolmente, comode, senza il bisogno dell’apriscatole. Per quanto riguarda le “dolci musiche celestiali” è un qualcosa di talmente sdolcinato che non sarebbe adatto nemmeno a definire ciò che accade nel paradiso di Dante, dove s’incontrano certo gli angeli che cantano in formazione, ma quella è gente seria, e non dei morbidi pupazzetti di peluche. Infine c’è questa esibita sicurezza che Franco Batttiato, adesso, stia continuando “a suonare in qualche altra dimensione”, una sicurezza che al signor Itchek appare un tantino azzardata. Ma va be’, ognuno ha il diritto di credere che l’universo abbia tutte le dimensioni che gli pare, magari 85 o 720, mentre il signor Itchek da sempre opta per la dimensione uno – chi c’è c’è – e per la dimensione zero – chi non c’è non c’è, la filosofia insomma dell’interruttore, On e Off. Ma invece eccolo, il “Ciao Franco!”, con il punto esclamativo, perché anche se Franco è uscito dal visibile come si fa a non essere sicuri che conservi sempre le orecchie per questi saluti da bar. Magari il fan poteva continuare così: “Ciao Franco. Ci si vede!”, ma forse avrà pensato bene di non portarsi iella. Il signor Itchek, di fronte a questa marea di cazzate, rabbrividisce.
Sempre la solita storia, il problema non è Marx e Gesù Cristo, il problema sono casomai certi marxisti e certi cristiani. Il problema non è Berlusconi, ma i berlusconiani. Dunque il problema non è nemmeno il povero Battiato ma chi ascolta le sue canzoni, cioè chi ci crede, alle sue canzoni, e che attraverso di esse è convinto di attingere direttamente a un’antica saggezza orientale, e si fa un’idea dell’al di là o del nulla che ha qualcosa di realmente infantile – tecnicamente, appunto, una cazzata. Il signor Itchek vorrebbe ricordare a questi “ascolto una canzone e dunque ho capito” che nel settimo secolo avanti Cristo, in India, esisteva anche una scuola di pensiero totalmente materialista, la Cārvāka. Secondo i seguaci di questa scuola, quando il corpo muore, di noi muore tutto. Più precisamente, “stolti e saggi, al momento della dissoluzione del corpo, vanno distrutti e periscono, non esistono dopo la morte”, stolti e saggi fanno la stessa fine, “Fine”. Circa un secolo dopo, un pensiero analogo comparve nella Grecia nord orientale, precisamente a Abdera, era quello di Democrito. E poi Epicuro, e poi Lucrezio e via e via. Della Cārvāka non è rimasto quasi nulla, così di Democrito, lo stesso vale per Epicuro, nel caso di Lucrezio noi uomini con meno fronzoli siamo stati più fortunati, ma solo per il rotto della cuffia, l’ultimo manoscritto del De rerum natura fu salvato da Poggio Bracciolini nel 1418, che lo liberò dalla prigione di un’abbazia tedesca, nei pressi di Costanza. La vita, per il pensiero che non lusinga l’arroganza umana, è sempre stata dura, pensa il signor Itchek. Ma tant’è, bisogna riuscire a farsene una ragione. Bisogna cioè riuscire a farsi una ragione che sia una vera ragione, anche quando disponi di pochi frammenti di verità.
Ora al signor Itchek gli piacerebbe che qualcuno lo fotografasse mentre annusa qualcosa. No, non una delle solite rose, ma quella pianta verde-celeste e anche piuttosto tossica, che insieme alla guazza e al concentrato di pomodoro lui ha imparato a conoscere da piccino, la ruta. Si ricorda di Tea, il signor Itchek, che purtroppo anche lei, oggi, non è altro che un ricordo, perché è morta diversi anni fa. Tea, nella sua infanzia, gli ha insegnato quella cosa della ruta a cui il signor Itchek rimase fedele per tanto tempo, e di cui ringrazia ancora la donna-lare: la ruta non profuma come una rosa, anzi. Però fa bene, perché, come diceva Tea, “se l’annusi ti manda via i bachi!” Li manda via dalla pancia, certo, ma forse anche dalla testa.