E a proposito di cani, indossava un mantello grande il doppio, Diogene di Sinope, perché ci dormiva dentro. Poi la bisaccia e anche una ciotola. Viveva in una botte, che una volta i ragazzini di Atene gliela spaccarono e allora gli ateniesi bordarono i ragazzini e a Diogene gliene diedero un’altra, di botte, perché in fondo in fondo gli volevano bene, a questo cane del cielo. Lui a loro, in verità, non tanto. Una volta che faceva l’elemosina un ateniese gli disse: “Ti do qualcosa soltanto se riesci a convincermi” e lui gli rispose: “Fossi stato capace di convincerti ti avrei già convinto a impiccarti!”
Si tirava le seghe in pubblico, Diogene, perché di fame c’è n’è due, la fame fame e quella sessuale: la fame fame non ti passa se ti strusci la pancia, quell’altra invece sì. Lo videro che parlava con una statua e gli domandarono: “Che fai?” “Mi alleno a chiedere invano”, rispose il linguacciuto. Durante le calure più soffocanti, quando il sole dell’Ellade spaccava le pietre, lo trovavi a rotolarsi nella sabbia ardente – e invece, quando nevicava, lui abbracciava le statue di marmo brrr… Perché la questione ultima era una vita dedicata all’allenamento, affinché niente ti trovasse impreparato. Platone diceva di lui che era un Socrate rincitrullito. Uno lo porta in casa sua, una bellissima dimora piena di tappeti e di decori, e ovviamente non gli permette di sputare per terra – perché Diogene aveva anche questo viziaccio, sputava. Allora lui si gira e gli sputa in un occhio, all’ospite: “Sai? Non ho trovato posto peggiore della tua faccia!” Come cura lo riempiono di busse, cazzotti in testa e bacchiate. Ma lui nulla. Nemmeno Alessandro il grande ce la fa: “Io sono Alessandro!”, dice Alessandro un po’ pieno di sé. “E io sono un cane”, risponde Diogene, mentre si nutre, lungo disteso, ai raggi del sole. Alessandro: “Chiedimi ciò che vuoi, e io te lo darò!”. Diogene: “Allora si tolga gentilmente dalle palle, che mi fa ombra!” Non si vergognava di nulla e per questo erano vani tutti i tentativi: quando lo invitano a una festa, per esempio, qualcuno gli butta un osso come si fa con un cane -“Toh! Diogene toh!” – e lui l’annusa, e poi ci piscia sopra proprio come piscia il cane, la gamba alzata. Era per questo che sottoponeva anche gli altri alla prova della vergogna. A uno, che chiedeva con insistenza di avere i suoi insegnamenti, gli domandò: “Vuoi diventare mio allievo? Allora prendi questo tonno – un grosso tonno – e seguimi”. Per un po’ quel tipo pensò che il tonno andasse trasportato da qualche parte, ma quando si accorse che in realtà lo portava semplicemente a zonzo per tutta Atene, si disse: “Ma che figura ci faccio!”, e abbandonò lo stage filosofico. E comunque, a parte questo, per dirlo proprio in sintesi, di che cosa trattava la filosofia di Diogene? Lui voleva semplicemente insegnare agli uomini che la vita basta a se stessa, e che perché sia veramente così bisogna complicarsela il meno possibile. E’ anche vero però, che elimina questo elimina quello, una vita ridotta all’osso diventa assai poco normale… e capita che t’incida anche sul carattere, che di necessità diventa parecchio scorbutico. Ad un bel fanciullo che gli mostrava un pugnale avuto in dono da uno spasimante, gli disse: “La lama è bella… è il ‘manico’ che è brutto!…”, e gli fece anche il segno della minchia. Passa Platone e lo trova che mangia un fico secco: “Vuoi assaggiare?” gli si rivolge con cortesia Diogene. E allora Platone prende il fico e con due morsi lo butta giù. “O bell’omo!” dice Diogene “Ho detto d’assaggiarlo! Mica di pappartelo tutto!”.
Come morì Diogene di Sinope? Qualcuno racconta che smise volontariamente di respirare, così, con semplicità, come ci si gira nel letto. Altri dicono che mangiò un polpo crudo e gli venne il colera. Monimo, suo allievo, commentò: “Perché l’avrà fatto? Si sa che il polpo crudo è anche indigesto…” Da questa battuta assolutamente sciatta fu chiaro fin da subito che il povero Monimo, nella storia della filosofia, non avrebbe contato nulla. Infatti si dice di lui, sudicio mendico, che se ne restò zitto per tutta la vita, nella ferma convinzione che era vano ogni umano pensiero, e in special modo il suo.
“E la storia della lanterna? Che Diogene la teneva accesa anche di giorno per cercare l’uomo?”
“Quella la sanno tutti”.