Se la prendono con gli algoritmi, ma spesso l’algoritmo ci azzecca, anzi, quasi sempre. A me ha proposto un libro di notevole valore, scritto da Antonio Cassese, docente di Diritto Internazionale fratello di Sabino, morto nel 2012. Si intitola Kafka è stato con me per tutta la vita, e fin dalla prima pagina si presenta come un’opera ultima – “Ora si avvicina il lungo viaggio nel niente … Mi sembra dunque arrivato il momento della così detta chiusura”. L’algoritmo ha indovinato che anche per me Franz Kafka non solo è lo scrittore del comodino, ma è soprattutto quello su cui ho cambiato i denti di latte, cominciando a leggere – e vorrei che si comprendesse tutta la gravità e la fatica di questo verbo, “leggere” – e cominciando a pensare con la mia testa grazie alla testa di un altro, un fenomeno davvero raro. E poi, come avrei fatto a rinunciare a un libro con quel titolo? Insomma, l’algoritmo ci ha preso eccome.
Nelle ultime pagine, tanto agili quanto dense, trovo la storia di un medico ungherese ebreo, certo Nyiszli, assegnato al Sonderkommando nel campo di sterminio di Auschwitz. L’anatomo-patologo, per le sue competenze e certo anche per fama, fu costretto a lavorare spalla a spalla con Mengele, l’angelo della morte. Nel Sonderkommando acquisì suo malgrado un ruolo di rilievo: non era un semplice manovale, di quelli che recuperavano i cadaveri dalla camera a gas, trascinandoli nello stanzone dove venivano strappati i denti d’oro e tagliati i capelli, per trasportarli infine ai forni crematori e disperderli in cenere e calore. A lui “era stato assegnato il compito di effettuare esami patologici ed esperimenti su malati o moribondi”, cioè si trovò a estendere, sempre suo malgrado, la propria professionalità in direzione dell’efferatezza. Nell’industria della morte poté mantenere quell’osservazione scientifica che garantisce lo studio oggettivo del fenomeno, con tutto ciò che di agghiacciante questo comporta. Agghiacciante, perché il patologo si fece scudo di una visione il più possibile razionale, quel tipo di conoscenza che Spinoza definisce di secondo genere, incentrata sulla rilevazione delle cause e volutamente al riparo dal caos della passionalità e del sentimento. Fu il suo modo di resistere, forse: uno sguardo oggettivante, attraverso cui le cose emergono crude e reali. E allora indossiamo questi nuovi occhi per entrare insieme al dottor Nyiszli nella camera a gas.
Sono stati attivati da qualche minuto dei potenti ventilatori e l’aria è ritornata respirabile, anche se è bene aprire la porta stagna tenendo uno straccio sulla bocca. I muri e i pavimenti si presentano imbrattati di sangue, sbocchi escrementizi e vomito, qualche addetto alla manutenzione del locale sta già lavando e sciacquando rapidamente, in modo che i liquami scolino via dalle feritoie che serrano il sistema fognario. Verrà applicata una mano di vernice bianca che rinfrescherà l’intonaco, e il bagnato – sia sul cemento ai piedi nudi che sulle pareti – darà l’impressione alla prossima mandria di condannati che questa è davvero la stanza delle docce e tra un attimo saranno aperti di nuovo i getti d’acqua. Per ora però è solo contorno, il contesto nel perimetro del mattatoio, roba appunto da manovali della squadra della morte. Il fenomeno che attende un’interpretazione scientifica e l’orrore della meraviglia è invece quel groviglio di cadaveri al centro della stanza, ammucchiati uno sull’altro, che incastrandosi e intrecciandosi come una congerie d’alghe si ammassano in un’ascesa piramidale verso il soffitto. I corpi sono graffiati, straziati, scorticati – il tempo infinito del morire è stato una lotta furiosa – e i primi a soccombere, dalla base verso l’alto, i bambini, le donne e i vecchi, e poi, strato dopo strato, gli uomini più giovani, e al vertice della piramide, i più forti e i più robusti, i vincitori di quella scalata furibonda verso un cielo che non c’è. Uno spettacolo osceno e nauseante – ma abbiamo detto che siamo medici, e non dobbiamo darla vinta allo sgomento dei nostri sensi, alla pietà o alla misericordia. Cos’era accaduto nella camera buia dell’agonia?, la domanda a cui rispondere è questa. Quale la causa che ha prodotto una figura geometrica contorcendo la carne morta? Trovare il motivo di ciò che è accaduto e stabilire una relazione tra gli eventi ci proietta, lo abbiamo detto, in direzione di una conoscenza che trascende la mera empiria, una consapevolezza più elevata e oggettiva. Il gas, si tratta del gas: i granuli dello Zyclon B – questo il nome dell’insetticida per sterminare i pidocchi del genere umano – sono discesi come uno scroscio di grandine attraverso le griglie di una colonna, posta al centro della stanza. È stato un nazista a rovesciare il barattolo dalla feritoia sul tetto, mentre due “pezzi”– li chiamavano così i deportati dei campi, “Stück” – tenevano sollevato il pesante coperchio dell’apertura. I granuli immediatamente si trasformano in gas che comincia a occupare la parte bassa dell’aria e poi monta come un vapore, togliendo il respiro, strozzandoti, bruciandoti l’ossigeno, le narici e la gola. E i bambini i vecchi le donne gli uomini, nel buio, accecati in una frenesia macabra si agguantano si aggrappano con le unghie per pestarsi e per salire l’uno sull’altro in cerca dell’aria – e i più deboli vengono calpestati e le urla si aggrovigliano anch’esse in uno strazio atroce, la vita non ha tempo per riflettere su niente, è solo vita, istinto brutale che tenta d’innalzarsi sulla morte nella disperazione – la mia vita sulla tua morte -, ma senza calcolo, senza intendimento, solo una nuda sussistenza feroce che si consuma priva di un pezzo di cielo dove trovare respiro. Qui, in questa situazione limite oltre il quale non esiste nessun limite, nulla di diverso poteva darsi, non avevi tempo per scegliere, non c’era altro destino se non quello, per i più sfortunati, di crepare per ultimi. Non uno poteva aiutare l’altro, il flusso dell’esistenza perdeva ogni individualità e andava a fondersi, con i corpi incastrati nei corpi, in un unico progetto di carne. Un disegno a piramide, una scultura come un’opera surreale dettata dalle urla e dagli ultimi rantoli: i più forti al vertice, i più deboli e immediatamente soccombenti – o sommersi -, alla base. Entrava poi la squadra del Sonderkommando e districare quel cumulo era un lavoro da demolitori, ritrovare i pezzi del puzzle e scioglierli uno a uno per trascinarli nella stanza del riciclo: capelli?, denti d’oro?, la sorpresa di un tatuaggio da estirpare per farne la copertura di un paralume? I pezzi venivano ulteriormente sezionati, distinguendo l’utilizzabile per il riutilizzo, e alla fine, ormai inservibili, prosciugati della più piccola parte di utilità industriale, bruciati, nient’altro che fuoco, cenere e fumo. L’organizzazione si rivelava poco meno che perfetta, la macchina dello sterminio ben oleata, efficace e efficiente negli snodi e negli ingranaggi sottoposti a una manutenzione continua. Il sistema di qualità, miglioramento su miglioramento, eccelleva.
Io voglio custodire la visione di quella piramide di cadaveri realizzata istintivamente dall’illusione della lotta per la vita, un disegno orribile che svetta verso un soffitto che non si potrà sfondare. Voglio conservarla con la consapevolezza che una volta là dentro, nella camera a gas, non c’è più scampo, e quella figura si ripeterà per centinaia e centinaia di volte, sempre uguale a sé stessa, una piramide dopo l’altra. È un processo necessario, come quello dell’acqua che congela a zero gradi, come un pezzo di roccia che affonda per il proprio peso specifico, come la zampa di una rana staccata dal corpo che freme al passaggio dell’elettricità. Sempre la medesima figura solida. Non conta, qui, il libero arbitrio, qui non puoi scegliere, e anche chi è propenso al bene si muove obbligatoriamente verso il male, si avvinghia e strappa la carne al suo simile per vincere un attimo ancora di vita. Qui non è dato né aiutare sé stessi né aiutare chi è come te, qui non esiste prossimo. Come potrei chiamarla, allora, questa piramide? La lotta per l’esistenza? Oppure, perché no?, la tanto amata competizione? La chiamerò guerra? o semplicemente inferno? Potrei dire potere? E tra i poteri, perché non quello ultimo e più nascosto e comunque spettacolare, il tanto amato e odiato capitalismo? Non lo so, e in fin dei conti un nome nella camera a gas perde di senso come ogni altra parola. Quella che mi preme non sia dimenticata di fronte alle piramide di carne, invece, è una certezza: se ti mettono in fila per entrare nella camera a gas e ora stai già dentro e ti trovi nel buio e nell’ammasso di corpi e di grida, quello che sei e quello che vuoi noi conta più niente – per quanto ti disperi sei appunto uno Stück, sei già un pezzo della piramide del nulla. E allora che cosa c’è ancora da imparare? Perché non mettere da parte il ricordo, il tentativo di comprendere, di indicare la causa di questa figura che si ripete uguale a se stessa, all’infinito? Forse soltanto per dirsi la cosa più ovvia: devi riuscire in ogni modo, con tutto te stesso, a non farti mettere in fila per entrare là dove non c’è futuro, perché l’unica via possibile – per quanto possa sembrarti una considerazione stupida –, l’unico modo di fuggire da una situazione senza uscita è quello di non entrarvi mai. Sembra banale, concordi? Oppure è proprio questa la camera a gas dove alla fine ci ritroviamo quasi tutti a voler vivere? Non è vero invece che vivere – esistere e vivere – non significa altro che trovare il tuo luogo in quel quasi?