In quel bar dove qualche volta prende un caffè domina l’immagine a parete di una piazza, la riproduzione di una cartolina d’epoca. È la piazza che ti trovi di fronte non appena esci dal locale, e il senso sembra proprio quello, come una vetrata che si apre in direzione dello stesso luogo ma più di cent’anni prima.
La grana della fotografia, considerato l’ingrandimento, non poteva che risultare grossa, tanto che l’enorme pannello lo diresti l’opera di un pittore puntinista, nonostante il monocromatismo seppia. Nello spazio quasi vuoto, incorniciato dal palazzo comunale e da alcune abitazioni e negozi, scende verso l’osservatore un gruppo di persone e un paio di cani. La bellezza dell’ immagine dipende anche dal fatto che le persone e gli animali sono in movimento, è la vita colta in un istante: un bambino che tiene per mano un vecchio, un altro più grande che sembra sul punto di spiccare un salto, diversi adulti con il cappello e infagottati in pantaloni tenuti su dalla cinghia e le bretelle ben sopra l’addome – insieme ai cani, uno con la coda dritta, l’altro che annusa il suolo, entrambi neri. Sulla destra i due personaggi più belli, almeno secondo lui: la donna, l’unica, che con un gesto spontaneo si sta tirando su la manica del vestito e l’uomo in bicicletta che va in direzione contraria, i lembi della giacca svolazzanti ai lati per l’abbrivio.
Non si può dire che per approssimazione, ma gli sembra che la gran parte degli uomini, i bambini e in particolare quella donna, stiano guardando verso il fotografo, al posto del quale, adesso, sta l’osservatore. Lui ha sempre avuto una predilizione per il passato, ma non in sé, come a dire mi piacerebbe ritornare a quel periodo storico o a quest’altro – non il passato dunque, ma la relazione con esso, quel che non c’è più osservato dal presente e cioè dall’istante, dal qui e ora. Perché nella visione di quel che è stato viene meno la quasi totalità delle certezze, e anche la tua esistenza, che ti sembra centrata sul tuo io, si rivela per ciò che è: una cosa impermanente, volatile, effimera. Guardando la fotografia a tutta parete, ogni volta si è domandato quanta sicurezza ci fosse in ognuno di quei personaggi, colti appunto mentre procedono nel mondo ma dentro il proprio convincimento di esistere, in direzione di chissà quali impegni, programmi, cose da fare da lì a cinque minuti o un mese. Nessuno di loro si sente come lo svolazzo di quella giacca dell’uomo in bicicletta, o crede di vivere per quell’esigenza di tirarti su una manica come se al momento fosse la cosa più necessaria. Ma in definitiva, se qualcuno raggela il tuo procedere con una fotografia nel punto esatto di un momento, non sei che quello, assoluto contingente. Lo sei da alcuni mesi come i bambini e ragazzi nella piazza, da anni come gli uomini e la donna – quanti anni avrà avuto quella donna che indossa una sottana così ingombrante, si sentirà già vecchia? – e certo dal tempo che hanno già vissuto quei cani, che però non ne sentono forse la consapevolezza. E in fondo ci è insopportabile, ma la nostra vera sostanza è la furia della caducità nell’assoluta impermanenza.
E allora con quale contromisura cerchiamo di annullare il dolore di star scomparendo in ogni momento? Diventando come quelli lì della fotografia, traducendo noi stessi da persone o animali in personaggi ci chiudiamo nell’involucro dell’io e muoviamo verso qualcosa, o così appare. Ma alla fine non ci sarà che lo sgranamento nella cornice di quel mondo che ci è toccato in sorte, puntini su puntini, e il vuoto che si allarga tra essi. Non c’è distinzione infatti, la donna, il ragazzo col cappello, il cane nero, ma anche la bicicletta, l’insegna di un negozio e quella panchina – tutto fa parte della stessa grana. Così, quando esci dal bar e vedi che il palazzo ristrutturato del comune è ancora là, con lo stesso portone storico, con le finestre che si aprono sulla facciata nel medesimo ordine, tu lo sai che non è il medesimo edificio. È invece come te e il tuo piccolo io, lo stesso e non più lo stesso, nonostante la sua apparente solidità resta soltanto grana grossa.
Gli sembra di esserne consapevole da sempre, o almeno da quando ha cominciato a pensare le cose, ammesso che tra il nostro pensiero e la realtà ci sia un qualche accordo. Ma da un po’ di tempo questa verità gli ha cominciato a premere sul cuore, perché anche il controveleno dell’io non ha più la forza centripeta di un salutare egoismo, quel modo di procedere arrogante che se lo perdi non vivi più. Perché la vita si nutre di vita fino a quando resiste il suo appetito, poi inizi a mangiare per abitudine, poi smetti di sentire anche i sapori. Lui a volte entra nel bar per un caffè e guarda la fotografia a tutta parete, messa lì come un gioco di specchi.