Curt Paul Richter doveva avere una qualche propensione al sadismo, pensa il signor Itchek, e per i topi rappresentava una sorta di flagello. Nel suo laboratorio ne allevava in gran quantità, poi riempiva un bacile d’acqua e qui li faceva annegare, osservandoli con occhio gelido e distaccato, cioè scientifico – però con un immancabile brivido di piacere lungo la schiena, ribadisce il signor Itchek.

Si accorse che i topi, in una quindicina di minuti, affogavano. E se Curt Paul fosse stato un contadino e avesse voluto liberarsi dai ratti del granaio, l’esperimento si sarebbe interrotto qui. Ma siamo di fronte al professor Richter e alla sua équipe di studiosi, l’anno è il 1950, il luogo la Johns Hopkins University di Baltimora, nel Maryland. Dunque ci aspettiamo qualcosa di più significativo e degno di nota, cioè una storia. E infatti il professore ebbe un’idea: dopo averne annegati qualche centinaio, improvvisamente ne afferrò uno con la mano guantata di lattice – che so? il topo 483? – e lo mise in salvo. Lo asciugò per bene, lo tenne al calduccio per un giorno, gli fece qualche buffetto e infine lo ributtò nel bacile. E allora, perdindirindina, poté constatare che il 483 adesso nuotava non per un quarto d’ora soltanto, ma molto di più, e non si dette per vinto per ore e ore, anche se poi affogò lo stesso. Che cosa se ne deduceva?

Ecco, il signor Itchek torna ai giorni nostri e in particolare a Facebook, che nel 1950 nessuno si sarebbe immaginato ma che ora ospita milioni di “amici” e nemici, anche se è un social da gente ormai attempata come lui. Su Facebook la storia dei topi di Richter continua a riscuotere un notevole successo, e se ne capisce anche il motivo: il topo salvato e poi rimesso in acqua nuota tanto e tanto di più perché sa che qualcuno, prima o poi, lo salverà. Per via del principio speranza quindi, evviva! 

Questa infatti è l’interpretazione dell’esperimento, la speranza fa in modo che il topo – e dunque tutti noi insieme a lui – incrementi la motivazione alla propria sopravvivenza. La mano che ti salva aiuta il tuo conatus a espandersi, non vedi che bello? Sì, il signor Itchek ha constatato che molti, commentando questa storia su Facebook, sembrano entusiasti. E forse chissà, qualcosa di vero c’è.

Gli torna in mente di aver letto da qualche parte che quelli che resistevano di più tra i prigionieri di un campo di sterminio appartenevano a due categorie, i socialcomunisti e i ferventi religiosi, che magari si potevano comprendere in un’unica categoria. Quelli che insomma erano più concentrati sulla mano del futuro che a un certo punto, sicuramente, sarebbe intervenuta e li avrebbe salvati. Avevano fede, e allora nuotavano nuotavano nuotavano senza desistere, fino al totale sfinimento e alla morte, ma sopravvivevano molto più degli altri. Del resto, riflette il signor Itchek, per il cristianesimo la speranza è addirittura una delle tre virtù teologali. Quindi, con il rischio di sembrare blasfemi, si potrebbe anche dire che il topo, messo prima in acqua e poi salvato e di nuovo rimesso in acqua, si cristianizza.

Così il signor Itchek si rivolge una domanda: il topo lo sa che la mano che lo salva è la stessa che lo ributta in acqua? Forse no, riflette, ma chissà se è un fattore determinante. Il ratto cristiano, per esempio, è consapevole di essere in acqua e nuota e nuota con la fiducia di venir salvato, e questo perché la sua religione gli insegna che in origine eravamo in paradiso ma poi peccammo e la mano così ci prese per la collottola e ci sbatté fuori dal giardino. Per questo, mentre zampettiamo in questa valle di lacrime, preghiamo perché la mano ritorni e ci rimetta in salvo. Ma non tutti i topi sono cristiani, pensa il signor Itchek, non tutti possono continuare ad aver speranza. Così prova a immaginarsi altri topi, altri… tipi di topi.

Per esempio quello che una volta messo in salvo e poi rituffato, dice a sé stesso: “Non è possibile! Un’altra volta in questa m.!” e dalla tristezza si lascia annegare dopo appena un minuto.  Oppure quel topo che quando la mano lo afferra e lo tira su dal bacile, inzuppato fradicio, si mette a cantare l’Internazionale. E poi l’ultimo, il topo che forse gli assomiglia un po’ di più come carattere: salvato, messo al caldo, rifocillato… non appena vede ritornare la mano, improvvisamente consapevole di essere parte di un sperimento sfodera i denti e morde. Di sicuro il professore gli farà fare una brutta fine, pensa il signor Itchek, resisterà non dico un quarto d’ora in più ma nemmeno un minuto. Sarà soppresso dopo qualche secondo, e addirittura con stizza e con ferocia. Però all’asciutto, al caldo, con la pancia piena. E poi, vuoi mettere la soddisfazione di mordere quel sadico!

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