Guardare le voci

Scrivere dialoghi mi è sempre piaciuto. Di quelli che prendono il via da una battuta e si autogenerano. Dove la scrittura rende visibile solo le voci, essenziali, senza le descrizioni del narratore che costruiscono gli ambienti, o ridotte proprio al minimo. Il vuoto della pagina, le voci e nient’altro – se c’è un riferimento a elementi ambientali sono le voci stesse a farlo, a creare il contesto.

A volte però interviene anche il narratore, in maniera esplicita. Come se guardasse quelle voci in una scena messa su da loro stesse, e il narratore appare un elemento estraneo e disturbante. Le voci lo avvertono come un intruso, ne percepiscono quasi la minaccia.

Di chi sono queste voci? Di nomi, e anche in questo caso sono le voci a nominarsi reciprocamente. A volte la situazione sembra reale, altre assurda. Ma perfino nelle stramberie più evidenti, le voci conservano una loro naturalezza, come se l’assurdo fosse nel quotidiano. Le voci dialogano e riflettono sulle cose di quel mondo contenuto nella pagina, si danno spiegazioni, si ordinano vicendevolmente di muoversi, di agire, di dedicarsi a qualcosa. Ma stanno anche immobili, aspettano, si domandano cosa sia successo.

La loro forma colloquiale è quella che preferisco, anche se non è scevra da fraintendimenti, spesso terminologici. Parlano come parla la gente, ma so che le voci delle persone reali non sono così. Vorrei che lo fossero, perché allora vivremmo in una realtà meno noiosa della nostra – è smisurata la noia del mondo delle relazioni. Loro invece non mi stufano, quelle voci sono sempre buffe e a me, anche quando appaiono demenziali, mi fanno più compagnia di gran parte del genere umano. Sicuramente alle persone fatue le mie voci appariranno sciocche. Ma di questo non me ne sono mai curato.       

LO SENTI?

“Fernando, lo senti questo piffero?”

“Io no…”

“Ma come fai a non sentirlo, mi sembra strano…”

“Io non lo sento, ma se ti dà così noia chiudo la finestra.”

“Va bene.”

“Ora?”

“Lo sento ancora…”

“Sinceramente non so da dove venga, forse dalla porta.”

“Di là c’è la finestra aperta?”

“Ma davvero lo senti? Perché io non sento niente…”

“È possibile che venga dalla porta, se di là c’è la finestra aperta che dà sulla strada…”

“La chiudo?”

“Grazie Fernando, se non ti dispiace…”

“Che vuoi che sia…”

“Ora?”

“Macché, lo sento sempre. Mi dà una noia!”

“Mah… sarà che io non sono freddoloso… Un po’ sordo sì, ma il riscontro non lo curo…”

“Sordo ma parecchio, eh?. Per non sentire questo piffero!”

“E che c’entra?”

“Come che c’entra? Tu non lo senti questo piffero…”

“Te l’ho detto, io non patisco il freddo come te.”

“E che vuol dire?”

“Vuol dire che a me lo spiffero di cui ti lamenti non mi fa né caldo né freddo. Anzi, ora mi fa parecchio caldo, perché qui, con tutte le finestre chiuse, si scoppia!”

“Ma che hai capito? Ho detto piffero, non spiffero!”

“Allora è un piffero che senti! M’era sembrato spiffero…”

“Te l’ho detto che sei sordo!”

“Learco…”

“Madonna santa! Se mi capita tra le mani questo tipo che suona il piffero gli tiro il collo! Mi trapana il cervello mi trapana!”

“Learco…”

“Che c’è?”

“Ora le posso riaprire le finestre? Tanto se il problema non è lo spiffero, per te è uguale, no? Lo senti come si suda?”


LA BOCCA GIALLA

“Buongiorno.”
“‘giorno…”
“Ha preso qualcosa?”
“Un pesce…”
“Lo posso vedere?”
“L’ho ributtato…”
“L’ha ributtato in acqua?”
“Sì, gliel’ho detto, l’ho ributtato.”
“Era piccolo?”
“No, normale…”
“Che pesce era?”
“Una bocca gialla.”
“Una bocca… ? Non la conosco…”
“Mi dispiace.”
“Ma è sicuro che sia il suo nome scientifico?”
“No.”
“Ecco la spiegazione…”
“Di cosa?”
“Del fatto che non lo conosca. Io i pesci li conosco molto bene…”
“Ah sì?”
“Sì, non per vantarmi, ma io ho una vasta conoscenza ittica… sono uno specialista. E mi dica, com’è fatto?”
“Chi?”
“Quel pesce, quella che lei chiama la bocca gialla.”
“È normale, però con la bocca gialla.”
“Un po’ generico…”
“Che le devo dire… è piuttosto affusolata, l’occhio né grande né piccolo, tondo…”
“E ha la bocca proprio gialla…”
“Sì, certo…”
“Nomen omen!”
“Come dice?”
“No, sa, io ho fatto il liceo classico, è latino…”
“È il nome scientifico del pesce?”
“Ma no… “
“Pensavo che se ne fosse ricordato… per me il latino, che vuole…io ho la licenza media… Però, dài, la bocca gialla noi la chiamiamo così da sempre, mi sembra impossibile che…”
“Che non la riconosca? Se almeno fosse in grado di darmi delle indicazioni più precise…”
“Beh, la bocca gialla è di un colore grigino… è un pesciotto con delle sfumature tipo.. ha presente il sarago, l’occhiata?,questi li conosce?”
“Certo che li conosco! Con chi crede di parlare? È la sua bocca gialla che secondo me lei se l’inventa! Chissà che pesce sarà stato, la sua bocca gialla…”
“Gliel’ho detto, no?, una normalissima bocca gialla… Di solito ne prendo almeno tre o quattro, minimo un paio… Se si trattiene magari ne buco subito un’altra… e allora lo vede se mi dà ragione o no! Ha proprio la bocca gialla, qui e qui…”
“Mah… sarà… secondo me è uno di quei pesci tropicali che sono entrati nel Mediterraneo con l’innalzamento della temperatura… molto probabile…”
“Le bocche gialle, qui, si sono sempre pescate… le prendeva anche il mio povero nonno…”

“Ma è un pesce che si mangia?”
“No, ci si balla… certo che si mangia, sono squisite le bocche gialle!”
“E allora perché l’ha ributtata in acqua?”
“Perché voglio pescare un bel dentice o un’orata. Di bocche gialle, in tutti questi anni, ne ho prese a centinaia… mi hanno stufato… Se avessi saputo che per lei era una cosa così particolare gliela avrei serbata, mi creda.”
“Allora che faccio?, mi trattengo un po’ con lei? Un po’ di tempo ce l’avrei… così, sa, mi tolgo la curiosità…”
“Io tra dieci minuti smonto. O abbocca ora o mai più.”
“Magari, se non ne cattura subito un’altra, ci si potrebbe vedere nei prossimi giorni. Me lo dice lei quando… Può anche decidere all’ultimo momento, le lascio il mio numero di cellulare…”
“Sarà difficile. Nei prossimi giorni mi trasferisco. Vado ad abitare a Ancona. Ero qui per l’ultima orata, ma a quanto pare, niente…”
“A Ancona? Ma è sull’Adriatico Ancona!”
“E allora?”
“Ma a Ancona ci sono le bocche gialle?”

COME SI FA?

“Secondo me si fa così… se provi a tirare qui… lo vedi qui?”

“Sì…”
“Se lo tiri piano piano vedrai che si scioglie…”

“Io non credo.”

“Ma se non provi…”

“Ci ho provato prima che tu arrivassi, vero Gianni?”

“Sì, ha provato e si è stretto ancora di più…”

“Allora fate come vi pare, ragazzi, io non so che dirvi.”

“Non ti arrabbiare Harry! Ti capisco, anch’io prima c’ero cascato come te… sembra proprio che se prendi questo capo e lo tiri pian pianino… ma invece si stringe, porca miseria!”

“Tu Gianni che dici?”

“Io sono arrivato dopo Guido, a cose fatte. Chiedi a lui, perché io non ci ho ancora capito nulla…”

“Allora Guido?”

“Che vuoi che ti dica Harry, io l’ho trovato già così, penso che fosse successo da poco, dopo è arrivato subito Gianni… ma nemmeno io ho visto come si è ingarbugliato…”

“Ma qualcosa bisognerà pur fare, no?”

“Dici bene, ma io oltre a tirare qui dove si stringe, ho cercato e cercato, ma non vedo altri capi liberi…”

“È proprio un bel garbuglio…”

“Eh sì, un casino…”

“E se si provasse a sollevarlo da terra?”

“La fai facile. E se a tirarlo su ci prende dentro anche noi, poi che si fa? Io non rischierei…”

“Ma così Ignazio ci muore dentro soffocato!”

“Mica è detto… magari tra un po’ lo libera…”

“Ne parli come se fosse una cosa viva, Guido.”

“Non ho detto questo. Dico che forse è proprio Ignazio che si contrae e che lo fa stringere. Se si rilassa forse il tutto si allenta e alla fine si scioglie…”

“Mi sembra un’idea bislacca. E poi, tu, se fossi laggiù al posto di Ignazio ti rilasseresti? Io credo proprio di no!”

“Harry ha ragione, Guido. Qui bisogna provare qualcosa. Magari sollevarlo da terra è troppo pericoloso, ma mi è venuto un’idea. Si potrebbe agire in modo controintuitivo…”

“Che vuol dire?”

“Ho pensato questo: a tirare il filo piano piano si stringe… e se gli dessimo invece un bello strattone?, non potrebbe sciogliersi in una volta sola?”

 “Non lo fate ragazziiii, non lo fateeee!”

“Ignazio! Ma allora stai bene! Non ti sentivamo, credevamo il peggio! Come va laggiù?”

“Mi sto riprendendooo, ma non è facileeee… Mi sento venir menooo…”

“Vedi nulla intorno a te?”

“È buio pestooo…”

“Noi possiamo soltanto tirare un filo, ma sembra solo di peggiorare la situazione…”

“Lo sooo… manca poco che mi fate strangolareee… non toccate nullaaaa…”

“E allora, come possiamo aiutarti?”

“Ignazio? Ignazio, mi senti? Sono Harry…”

“Sì ti sento Harryyy… dimmiii”

“Gianni ti chiedeva che possiamo provare a fare…”

“Non lo sooo… ma non fate niente per carità di Diooo…”

“Ma com’è che è andata? Forse se ci spieghi com’è successo… una soluzione vedrai che la troviamo.”

“Ignazio? Ci sei?”

“Sììì… dove vuoi che siaaa…sto cercando di ricordareee…”

“È che se non ti si sente ci fai stare in pensiero…”

“Allora?”

“Allora cosaaaa…”

“Sono Guido, Ignazio… Ti chiedevo: ma allora non ti ricordi proprio nulla?”

“Che c’eravamo dati appuntamentooo…  poi nient’altrooo…”

“E infatti noi siamo tutti qua, dove avevamo detto di ritrovarci…”

“E dove sieteee…”

“Siamo vicino alla fontana della Pupporona…”

“Forse non ha capito…”

“Ignazio, ci sei? Siamo a Lucca, Ignazio, in piazza San Salvatore alla statua della Pupparona… ti ricordi? dove c’eravamo dati appuntamento…Ignazio? Oddio, Ignazio!”

“Non risponde più…”

“Ci sonooo… è che qui dentro non c’è Lucca…  io sono stato risucchiato in un’altra dimensioneee…”

“Dio santissimo, dici come in Interstellar?”

“Siii… ma peggiooo…”

“Come peggio? Peggio di un buco nero?”

“Sì, sono all’infernooo…”

“Dài non scherzare…”

“Ma guarda un po’ che ci doveva capitare a noi. Ignazio?”

“Ignazio ci senti?”

“Macché…”

“Dev’essere stato inghiottito completamente…”

“Provo a tirare il filo?”

“Vai Harry, prova il tutto per tutto, tanto ormai…”

“Cazzo!”

“Che c’è?”

“Il filo, s’è rotto il filo Gianni!”

“È finita…”

“Povero Ignazio…”

“Però anche lui…”

“Come anche lui?”

“Io gliel’ho sempre detto. Che significherà darsi un appuntamento a un’ora e poi arrivare così in anticipo? Da ultimo va a finire così, trovi un varco nello spazio-tempo e sei fritto!”

“E poi, a questi buchi neri, è inutile che gli ci mettano quel filo se poi non fanno che stringersi e alla fine si rompe anche…”

“Eh già…”

“E chi l’avrebbe mai detto, un buco nero sotto la statua della Pupporona…”

“Davvero!”

“Che si fa? Non si va più a mangiare la cecina?”

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