Del primo numero di Claim, bimestrale gratuito edito da CGIL Filmcas, scelgo di mettere in consonanza alcuni spunti da due articoli, “Siamo intrappolati in un eterno presente” di Giuseppe Donatello e Cecilia Vecchio e “Online non si fa massa critica” di Mosè Vernetti e Frita. Dal primo, dove si analizzano i tre modi principali con cui i giovani adulti – dai 18 ai 35 anni – vivono la psicoterapia, raccolgo questa sollecitazione: in analisi “Emerge l’esigenza di una socialità pensabile, di contesti di aggregazione in cui sia possibile esplorare nuove identità e non dimostrarne una prescritta”. Prescritta da chi e per chi? Dal sistema economico capitalistico per l’individuo consumatore. La merce si occupa dei giovani in questo modo: volete vivere le relazioni sociali e l’amicizia? Entrate negli stampi predisposti e avrete quell’identità che ho preparato per voi. Sembra però che non basti, che si generi della sofferenza, e allora si corre dallo psicoterapeuta per avere la possibilità di “fermare la corsa della performance” – consumare al top in mezzo agli altri consumatori seguendo i dettami della mercificazione – e invece vivere “uno spazio per pensare in quali relazioni investire, attraverso quali interessi o passioni condivise e per immaginarne di nuove”. Il secondo articolo, sulla scorta di uno studio di Anton Jager, cerca di scandire le tappe dei “rapporti dei cittadini e delle cittadine con la politica” rimarcando alcuni avvenimenti chiave, dalla fine degli anni Ottanta a oggi. Anche in questo caso, del discorso mi limito a riportare pochi frammenti: oggi, nonostante il dato dell’astensionismo “alcune mobilitazioni, che salgono e scendono d’intensità, gridano che la politica è tornata al centro della vita delle persone, che però non hanno più spazi condivisi dove una visione universale di un mondo diverso può prendere forma”.
Da una parte troviamo il singolo a tu per tu con lo psicoterapeuta, dall’altra un individuo in una mobilitazione politica che tuttavia si risolve così velocemente come i reel di TikTok. In entrambi casi cos’è che manca? Lo spazio, uno spazio fisico dove riflettere per la costruzione di un’identità nuova che permetta la possibilità di mandare “sottosopra l’esistente”, di “cambiare tutto” e addirittura di “bruciare tutto”. Quello che offre il capitalismo sembra non bastare, perché è vero che consumiamo, ma non siamo soltanto dei consumatori. Resisterebbe una piccola fiamma accesa, quella fiammella che ci costringe all’aiuto dello psicanalista e/o che ci indirizza a una mobilitazione.
Dunque, lo spazio, uno spazio fisico e non virtuale. Può soccorrere la stanza del terapeuta, sì, ma poi? Che cosa ce ne facciamo di quel fuoco che si è ravvivato? Dove lo portiamo? Fuori dalla terapia ci sono soltanto gli stampi offerti dal mercato, oppure un impegno che spesso si dissolve nella virtualità, nell’incazzatura urlata nei social, nel vediamoci a protestare in piazza per subito dopo scomparire. Mancano i luoghi della politica, e non mi riferisco a quelli istituzionali, a cui credono sempre meno persone, ma quelli di riflessione condivisa e continuativa, magari anche di scontro, ma verso la costruzione di qualcosa di diverso, di un oltre il capitalismo che non sembra più possibile.
La questione della mancanza degli spazi è davvero annosa. Anche perché se ti necessitano degli spazi di relazione diversi da quelli che ti sono offerti – gli stampi – devi essere in grado di costruirteli. Gli spazi che ti offre il sistema sono infatti funzionali al suo mantenimento e sviluppo. Sì, ci sono i cospiratori, ma quando vivi in una prigione sono pochi quelli che cercando di evadere, specialmente se la prigione ha come finalità il confort del prigioniero. Per chi tenta di scappare e deve organizzare la fuga è sempre necessario accedere a uno spazio di confronto operativo con altri prigionieri scelti e selezionati, che senz’altro non è previsto dalla prigione. E questo vale per la fuga, anche se poi quel che incontrerai al di là del muro lo vivrai sempre da evaso, cioè da prigioniero che deve impedire di essere sgamato e che rischia ogni giorno che qualcuno lo riconsegni alla legge. Se poi il tuo intento non è solo quello di fuggire ma di mettere sottosopra la prigione in modo che anche la maggior parte dei prigionieri possa evadere – ed è questo compito della politica – allora la situazione si complica alquanto. Sperare che sia proprio la prigione ad offrirti gli spazi per cospirare alla sua distruzione mi è sempre apparso il frutto di una palese imbecillità.
E tuttavia un po’ imbecilli lo siamo tutti: dentro gli stampi delle nostre vite vorremmo trovare, magari valorizzando le cosiddette “piccole cose”, quello stampo giusto per noi che ci liberi da tutti gli altri stampi. O che almeno ci offra una nuova identità rispetto alla gran massa dei prigionieri che vivono la carcerazione come confort, più o meno ottimale. Vorremmo evadere, però dentro la prigione. E siccome la prigione è governata da guardiani tutt’altro che stupidi, le nostre celle sono concepite con la foglia d’insalata, il beverello, la ruota da esercizio per roditori o addirittura il tunnel segreto che ti porta dritto in un’altra cella. Ancora di più: il capitalismo ti offre una gran varietà di manuali d’istruzione per insegnarti a scavare queille gallerie che ti condurranno a evadere sì, ma sempre nel recinto del capitalismo. Il mondo delle merci “alternative” è fatto di innumerevoli optional e si va perfezionando nel tempo, sostenuto dalla legge e dalle diverse posture della società dello spettacolo. Certo, c’è sempre la speranza, no? Ma, come scrive Shakesperare, la speranza si confà a chi è talmente miserabile da non avere altro, non è rassicurante. Anche perché è estremamente tossico spendere l’esistenza in cerca di rassicurazioni. Quindi: non dove trovare, ma come realizzare uno spazio dentro la prigione che non sia concepito con i principi costruttivi offerti dalla prigione stessa, che non si avvalga degli optional che ci fornisce la sorveglianza, che non rassicuri la nostra imbecillità, e soprattutto che ci faccia incontrare dei prigionieri che abbiano davvero la voglia non solo di fuggire, ma di mettere in soqquadro il penitenziario (il capitalismo) e l’istituzione carceraria (la società dello spettacolo).
Qui ci starebbe bene quell’intercalare di fronte a un groviglio di pensieri talmente complesso che non si non sa da che parte rifarsi e l’interlocutore allora se ne esce con un “Lo sai te?” No, io non lo so. Ciò che posso dire è che, nonostante scriva da quasi cinquant’anni delle poesie mai pubblicate e abbia dato alle stampe nove libri di narrativa letti da pochissime persone, mi sono comunque sempre chiesto se la mia “produzione” non fosse altro che la foglia di radicchio nella gabbia per migliorale il canto del fringuello. Mi viene in mente, proprio ora, che Umberto Saba esprime pressappoco il solito pensiero con il “merlo” (il poeta) e “il suo pinolo” (la poesia) che stringe forte nel becco. E dico Saba e le sue meravigliose poesie, racconti, romanzi e lettere, non certo Luca Nardini e le povere parole che lo hanno accompagnato. Insomma, se c’è qualcosa di onesto in questo fare è il non darsi alibi, il non credere di aver risolto creativamente le cose, il non giurare sulla forza dirompente dell’arte – c’è qualcosa di onesto nel diffidare di sé stessi, nel pensarsi contro, nel comprendere che sentire di soffocare non significa che in qualche altro luogo o dimensione esista uno spazio per il respiro. Non ho nient’altro da dire che questo: vorrei che le mie parole non fossero una foglia di radicchio per il mio becco fine, sinceramente non me ne è mai importato granché. Magari qualcosa di più concreto, soltanto il classico cucchiaio con cui inizi a staccare l’intonaco nella parte più marcia del muro, anche se sai bene che è un lavoro da disperati e che non potrai fare da solo. Ci vorrà qualcun altro con il suo cucchiaio, o che prenda il tuo e continui a scavare per lui e per te, insieme a te. E anche questo non basta, perché ammesso che dopo qualche anno tu riesca a sbucare di là dal muro – e sarà un miracolo – scapperete soltanto in pochi, e verso dove? Allora a cosa potrà servire la poesia? In quale modo? Per chi? Mi dico che uno strumento, per quanto affilato e possibilmente indistruttibile, anche se adoperato con tutta la forza di cui disponi, non potrà bastare. Lo sanno tutti i poeti. Però ci vorrebbe davvero uno spazio d’incontro con altri, come magari in certi momenti storici è avvenuto: ai poeti spettava il compito di trovare i pilastri che tengono su la prigione, e in questo penso che il loro occhio sia più allenato di quello dei filosofi, dei sociologi, degli scienziati e degli economisti. Poi, con un cucchiaio, iniziano a scalfire il muro, e dopo anni, con l’aiuto di chi li sostituisce nei turni, arrivano magari anche a ricavare un po’ di spazio nel pilone. Creano un piccolo un vuoto nel pieno, è questo il compito delle loro parole e del modo di intrecciarle con apparente stramberia, per non essere riconosciuti dai guardiani. Ma poi c’è bisogno della dinamite, e dunque dei dinamitardi. Necessita chi non si non si accontenta né della foglia d’insalata, né di un manuale d’istruzione per imbecilli, e nemmeno di un bel libro o di una poesia: i dinamitardi hanno il compito di far esplodere, non gli basta una cosa come un cucchiaio, gli serve il tritolo. Sono loro che creano lo spazio nuovo, il vero vuoto dove reincontrarsi. Il capitalismo non si può “migliorare”, e la cura – quella che non c’è scritta nei suoi accattivanti manuali – è raderlo al suolo.
Fin da subito, fin da quando sono rinato per la seconda volta nella mia adolescenza, ho capito che non sarei stato uno di loro, dico un dinamitardo. Ma li vorrei tanto come amici, mi piacerebbe che la buchetta che ho ricavato con il cucchiaio fosse riempita da uno dei loro candelotti. Io, lo confesso, ho sempre voluto scrivere per loro, che hanno più forza e coraggio di me, e non certo per chi si accomoda nel confort della gabbia o per chi si delizia come fringuello.