CARTA SESSANTASETTE BIS, IN BREVIS SU LO LABORO
E comunque me domanderai, lettore sospettoso mio, la regula gli è tutta qui? E quella parte cussì nobile dedicata alla necessità dello laboro su cui lo nostro santissimo Cesco insisteva semper? e che a noi futuri ce sembra un aspetto tanto d’innovazione tra li ordini delli frati buzzoni e nullafacenti, dove s’è finita?
Io te posso rispuondere solo che quelle parole apocrife che tu dici di cognoscere mai furono da me vergate. Ma esisteva una canzonetta, composta orale dallo medesimo Cesco, che prima d’addormentacci ce la cantava e ballava saltellando sulle gambine come uno passerotto e anco molleggiato, di modo che quel che dicea – ma anche la performance – ce fosse de sprone per lo giorno dopo. Io l’ho solo trascritta sulla carta pecora in parole ferme e te la mostro qui, pur sapendo che te apparirebbe qual è, pressoché niente, se tu la potessi paragonà allo spettaculo de danza e de teatro di cui noi, fortunati e reconoscenti, ce semo goduti e beati.
La canzone parla di uno fratello che de ritorno allo tugurio vien rimproverato dalla sora sua perchìa nun fa uno cazzo de niente da mattina a sera. S’intitola “Chi non lavora nun fa il minore”.
Chi nun lavora non fa il minore
questo mi ha detto ieri mia sore.
In tenda stanco io ritornai
e all’orizzonte c’erano guai
‘nfatti rabiada mi grida che
io non laboro due giorni su tre
le poche limosine che le do
a far carità così non si può
per cui i lebbrosi han deciso che
fanno lo sciopero contro di me.
Allora andai a lavorare
di sgobbo e sudore ma corporale
umile e basso da sottomesso
tanto il mio cuore è di gioia lo istesso
qualcosa faccio sempre di buono
affinché il diavolo mi trovi nel dono
l’ozio è nemico dell’anima alquanto
viva i lebbrosi che amo sì tanto.