Ne Il buono, il brutto e il cattivo di Sergio Leone (1966) c’è quell’episodio del brutto ma simpaticissimo Tuco, interpretato da Elli Walloch, che entra di prepotenza in un’armeria e, chiesto al negoziante di mostrargli delle “pistole, pistole vere”, una volta che tutte le marche più prestigiose sono lì di fronte a lui sul bancone, comincia a smontarle per riassemblare la pistola ideale, da grande esperto qual è. Al signor Itchek questa scena è sempre piaciuta e fa parte del suo bagaglio culturale, non solo cinematografico, ma legato a un principio ben preciso e da tenere sempre a mente: lo strumento migliore è quello che ci si costruisce da soli, anche mettendo insieme parti di altri strumenti, come sanno tutti i maestri artigiani. Il signor Itchek, oggi, ha applicato lo stesso principio, sebbene in tono senz’altro minore, per lo smontaggio e il riassemblaggio di due padelle da frittata.
Lui però non era certo alla ricerca dell’idealtipo di padella, ma solo di un utensile più funzionale. Delle due che utilizza una fu acquistata più di dieci anni prima, quindi vecchiotta, con il fondo piuttosto rovinato; la seconda è stata acquisita recentemente nel set di pentolame ed è ancora pressoché integra, ma con un notevole difetto di progettazione. Quel genio dell’ingegnere design l’ha infatti dotata di un lungo manico che vuol apparire elegante, ma questo ha reso l’oggetto non soltanto inutilmente peso, ma sbilanciato. Bisogna infatti considerare che il corpo della padella vecchia ha un diametro maggiore di quella nuova, e nonostante ciò il suo manico è più corto. Cosa ne comporta? Presto detto: quando la padella è vuota risulta molto instabile, e, anche per un movimento impercettibile, bascula sul fornello. Il signor Itchek non sa se quest’errore grossolano sia dovuto alla forma (il disegno) o alla sostanza (i materiali scelti), ma alla fine la questione non gli interessa: il suo problema è che la padella, che lui si ostina a non buttare via, nella fase del soffritto diventa pericolosissima, non come una pistola ma quasi.
Tagliare il manico? in modo da lavorare sul principio della leva di Archimede? che una volta, lo si sa, ebbe a dire “datemi una padella e vi solleverò il mondo?” Poi gli è venuto un piccolo colpo di genio: scambiare i pezzi, alla padella più larga il manico lungo, e a quella più stretta il manico corto e più leggero. Ha guardato i due fissaggi a vite, gli sono sembrati simili per quanto non uguali, ha cercato di capire se la compatibilità risultasse accettabile, poi si è deciso ed è andato a cercare il cacciavite più adatto. Anche in questo caso non aveva l’attrezzo ideale, ma si è arrangiato, ed ora i manici erano separati dai fondi come nel film di Sergio Leone i componenti delle pistole. Prima ha montato il manico lungo alla vecchia padella, e ci stava e l’oggetto non basculava più; poi ha avvitato il manico corto alla padella nuova, e anch’esso andava bene senza basculare. Ha guardato le padelle. Certo, stilisticamente non erano un granché, colori cozzanti, giunture non perfette, ma a livello funzionale si rivelavano ottime. Era orgoglioso di sé stesso.
Se avesse avuto l’indirizzo, il signor Itchek avrebbe scritto al genio, non della lampada, ma della padella, magari allegando una fotografia a esempio di metis applicata, la virtù principale del multiforme ingegno Ulisse, il polýtropos. Come fa infatti Ulisse a conquistare Troia? Si arrangia. Come fa a uscire dalla grotta di Polifemo? Lo stesso, si arrangia. Certo, è più difficile avere l’idea di costruire un enorme cavallo dove nascondere i guerrieri che sostituire i due manici delle padelle con… i soliti manici. Sebbene in scala ridottissima, l’intelligenza pratica è però dello stesso tipo.
Guarda indietro alla sua infanzia, il signor Itchek, e anche allora si scopre felice d’essere un armeggione dedito alle invenzioni con quel che trovava sottomano: si fa con quel che c’è. E poi tenta di capire da dove provenga questa sua caratteristica, se sia stata acquisita come competenza a un certo momento oppure se la trasmissione fu, più propriamente, genetica. E qui così incontra suo padre e quella sua forza creativa applicata alle cose da nulla, quotidiane, ma che, arrangiate in un certo modo, oltre l’estetica e forse anche al di là di un buon gusto da senso comune, funzionavano perfettamente. Gli piace scoprirsi figlio di suo padre Aldo, in questo. Così, mentre ripone le padelle, sente un sussulto al vecchio cuore.