Il grande Franco

“… ma quando lui mi guardò e io ho corrisposto il suo sguardo, è come se ci fossimo capiti ed ho deciso di ributtarlo in acqua”. Proprio così, perché in questa corrispondenza d’amorosi sensi da una parte c’è un non meglio identificato pesce e dall’altra nientedimeno che Franco Battiato, il cantautore guru de “La cura” ma anche, ahi ia ia ia iahi, di “Cuccurucucù Paloma”. Del resto non è un caso che si dica “fare occhio da triglia”, anche se le triglie non lo sanno – ma Battiato evidentemente sì, lui che l’occhio languido e acquoso ce l’aveva per davvero.

Il signor Itchek sta leggendo un post su Facebook che ha per titolo GRANDE FRANCO, in maiuscolone, tra due cuoricini rossi, e pensa che a certa gente – gente che trae soddisfazione nell’immaginarsi migliore di altra – queste cose qui piacciono un casino. Il post riporta il brano di un’intervista dove l’intervistatore, non meglio identificato come il pesce, domanda a Battiato, dandogli ovviamente del lei: “Lei è vegetariano, vero?” “Sì”, risponde lui, per subito aggiungere che questo non vuol dire che critica chi mangia la carne – non sia mai, Franco è molto rispettoso del prossimo, compresi tutti i carnivori-bisteccari – e che la sua è una scelta maturata nel tempo, perché anche lui ha mangiato, per esempio, del pesce bono, ma poi ha smesso. E quando accadde tutto ciò? In quella notte di Agosto che alcuni suoi amici, bravissimi pescatori, hanno voluto coinvolgerlo in una pescata ed erano le tre e finalmente anche Franco un pesce lo tirò su, ma mentre lo metteva nel retino, complice la luna, scoccò un lampo negli sguardi tra il pesce e il poeta, tra il poeta e il pesce, e non ci fu verso, gli toccò restituirlo al grande mare della vita – dev’essere andata proprio così, fantastica il signor Itchek. Insomma, Franco Battiato e il pesce in qualche modo si capirono e da quel momento il poeta non ne mangiò più, di creature ittiche. Il signor Itchek scommetterebbe che già allora fosse vegetariano, ma uno di quei vegetariani un po’ accomodanti, che dicono di non mangiare carne – di mucca, di maiale, di lepre, di struzzo, di tacchino ecc. – ma il pesce sì, che evidentemente per loro è una sottocarne meno sanguinolenta, quasi una bietola del mare. Forse sta proprio in questa ulteriore rinuncia la scelta che è maturata con il tempo, chissà?, ma purtroppo non ci è dato saperlo. L’intervista però continua, ci viene riferita un’esperienza analoga, e dal pesce si passa al cavallo. No, che avete capito?, non è che a un certo punto Battiato abbia smesso di addentare la carne di cavallo, non ci sfiora nemmeno l’ipotesi che il GRANDE FRANCO si sia nutrito di carne equina, sacrilegio! Ma il cavallo, anche se non lo mangi, comunque lo cavalchi, e Franco – sebbene non ce l’abbia con i cowboy e nemmeno con i cavallerizzi in genere – a un certo punto, anche in questo caso ha deciso di smettere, lui non avrebbe montato più. Qui gli occhi non c’entrano, c’entrano invece le briglie: Franco, in sella, tira a sinistra, ma il cavallo – anch’esso non meglio identificato – fa resistenza… E allora il poeta decide di scendere perché è stato folgorato da una riflessione – il signor Itchek cita: “Ma siamo pazzi? Perché deve sentire il mio peso di ottanta chili – ottanta? credevo meno, riflette a sua volta il signor Itchek –, perché deve sentire il mio peso sulla schiena? Lo so che molti dicono che è nato per quello, ma non io, perché io – ed ecco il succo di tutta la storia per cui Franco è davvero grande e merita i cuoricini rossi – perché “io non accetto la regola della preda e del predatore anche in natura. La capisco ma non l’accetto”. Applausi.

Dev’essere una questione di sensibilità, cioè di sensibilità scarsa e di mancanza di profondità interiore, perché al signor Itchek, queste considerazioni esistenzial-filosofiche, lo fanno sganasciare dalle risate. Come puoi prendere sul serio ‘sta roba da coach dell’anima accattata chissà dove? Il GRANDE FRANCO crede davvero che alla natura gliene importi un fico secco del fatto che lui non accetti la regola della preda e del predatore?, che magari la capisca, questa regola, come dice di aver capito lo sguardo del pesce e soprattutto come dice che gli occhi del pesce hanno capito lui… ma che la lotta per la vita, lui che invece ama la cura, non l’accetta? Ha un’io talmente ipertrofico, sebbene rivestito di una falsa modestia popolare, che pensa davvero di starne al di sopra, della natura? O addirittura contro? Il GRANDE FRANCO è mai riuscito a comprendere qualche paginetta di Spinoza?, il filosofo che mentre con un dito schiacciava un ragno sul piano del tavolo se la rideva di gusto?, e che per l’ultimo pasto fece tirare il collo a un galletto, e prima di morire ne sorbì il brodo? Oppure, molto più semplicemente, Franco Battiato è un furbone di tre cotte, che confeziona il prodotto giusto per quei massificati che si pensano fuori dalla massa, e unici? E che, anche se rispettano tutti – ma il signor Itchek ne dubita, e crede con ragione – di quei tutti si credono al di sopra? E guardano negli occhi i pesci per meglio dimenticare di guardarsi allo specchio e rischiare di vedere chi realmente sono?, o ancora meglio che cosa sono?

No, il signor Itchek aspira a un’altra umanità, che magari è peggiore, ma proprio per questo è anche migliore. Che è consapevole di stare dentro la natura e nonostante tutto cerca di comprenderla – comprenderla con le parole della natura e non di interpretarla con le proprie chimere, cioè, come si dice di solito, “capirla”, farla prigioniera dell’ “io la penso così” e immaginare di lei quel che ci pare e piace purché ci sollazzi il cuore. Comprendere una natura che ci comprende, e che ci insegna che la corrispondenza di amorosi sensi, purtroppo e con un giro di parole, è a senso unico: uno qualunque di noi gira fra i banchi dei mercati e lì trova il pescato, un pescato qualunque, e si sporge sulle cassette e guarda quella miriade di occhi, e siccome se ne intende, cerca gli occhi più vivi tra gli occhi morti, che non vogliono dire proprio nulla, ma che significano soltanto: vedi? sono fresca – sono proprio un’orata, perché così mi hai chiamato tu – che aspetti a farmi la festa? E canta:

Ti salverò da ogni malinconia

Perché sei un essere speciale

Ed io avrò cura di te

Io sì che avrò cura di te.

Ma non canta la cura per te. Canta per la propria anima, che cosa avevi capito?

Di seguito:

quindi il signor Itchek lascia da parte gli occhi e la loro tessitura di sguardi e si dedica alle occhiate, cioè a quell’allegro pescetto argenteo che sprizza di vita e abita in branchi le coste rocciose, in quasi tutte le stagioni. Sono delle vere combattenti, le occhiate, e poi hanno dei dentini aguzzi che tagliano come cesoie. Se non restano allamate nel modo giusto – giusto per il pescatore, s’intende… – allora non c’è quasi scampo, cioè loro la scampano ma non la lenza, che zac!, viene recisa di netto e c’è un altro amo da sostituire. L’ultima volta capita questo: il signor Itchek ne tiene in canna una, di discrete dimensioni e furente, la canna si piega a “u” una volta, due volte e tac!, improvvisamente la lenza è in bando. “Se n’è andata anche lei…” dice dentro di sé il signor Itchek, e non lo dice proprio così, ma in queste occasioni è meglio disimpegnarsi con un eufemismo. Così recupera con il mulinello già predisponendosi a montare un nuovo finalino e invece… che roba è quella? Sul pelo dell’acqua vede scivolare verso di sé una testa, la sola testa del pesce ancora presa all’amo. La recupera e la osserva meglio: il corpo è stato divorato completamente ed ecco l’impronta del morso del predatore, di sicuro una leccia. Se non ci credi, la foto te la metto qui, in modo che tu possa riflettere su cosa significa vivere dentro la natura e poi uscire finalmente dal sogno di quelle profonde e misteriose armonie che sono soltanto dentro la tua imbarazzante e garbata testolina. Anzi, ti dirò di più: seguendo il metodo del poeta Franco Battiato ti invito a una diversa corrispondenza d’amorosi sensi: non tra sguardo e sguardo, ma tra testa e testa.  

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