Cesco Francesco (51)

CARTA CINQUANTA E DUE, LO PRESEPIO

Quella notte di Natale, a Greccio, facea uno freddo diavolone che te se inghiacciavano non li piedi soli ma anco là sotto le pignaccole.

Ce disse lo santo: “Facciamo lo presepio”.

E noialtri fratelli: “E che è lo presepio, Cesco?” Ma lui s’era già ingalluzzito e con quelle gambine secche se spostava lesto avanti e drèo:

“Ecco, la mangiatoia la mettemo de qua, e qua lo bove e qui lo ciuccio, poi c’è vole lo paziente Giuseppo Santo con lo bacchio e la Madre Vergine Maria, d’azzurro vestuta. E nella mangiatoia? Chi ci mettemo nella mangiatoia?” – ce guardammo fra noi un po’ preoccupati – “Ce metteremo te nella sacra greppia” – aveva scelto l’innocente Zolla – “tu, fratello Egidio, sarai lo bambino Gesù appena nato, tutto gnudo fuorché le pudenda fasciate de canapa.

“E allora Maria chi la fa?”

“Gonzago… che è lo più bellino.”

“E san Giuseppo?”

“Ruffino.” Iniziavamo a prendici gusto. Ma poi lo santo volea anche che impersonassimo lo bue e lo asino, e niuno li voleva fare, ma lui insistiede e allora lo grosso Campano fu lo bove e Catto lo ciuccio, per guadagnare in umiltà.

“Manca lo cammello…” disse Cesco.

“No, dài, lo cammello no, che ce sta a fare lo cammello ‘n mezzo alla neve?” cercammo di convincerlo.

“Ve siete scordati che stanotte semo in Terra Santa, fratelli? Senza cammello non c’è Palestina, e ce vuole anco la palma!” Cesco s’era incaponito. Per cammello fu scelto dunque Zolfino, che, convenimmo tutti, nello grugno era somigliante all’animalo.

Meno male che le pecore e i pastori non furono difficili a trovarsi, anzi, ce n’erano fin troppi giunti dal circondario, e fu fatta selezione in due gruppi de statuine: quelli col banchetto de formaggiari e li sonori zampognatori.

“Manca l’angelo… Ma noi ce l’abbiamo, nevvero Angelo?” E fratelloAngelo fu issato con paranco a penzolare, ali spiegate, sul tettuccio della capanna.

“Ce mettemo anche uno uomo che vende li pesci, lì. E poi, là, lo arrotino” e furono trovate due comparse per queste statuine insulse.

“E qualche papera non ce la vogliamo mettere?” E papere furono, perfino lotacchino.

Uno del posto disse: “Manca la stella!” (e statte zitto! pensammo noi)

“Giusto!” s’illuminò Cesco, “la stella!” E chi poteva essere se non la santissima Chiara, che s’assise radiosa sullo tetto accanto allo pennuto Angelo penzolone.

Sia ringraziato Iddio che i Re Maghi arrivavano soltanto il 6 di gennaio, che sennò bisognava trovare anche uno negro e uno turco, che lì a Greccio nun c’erano mica, sebbene ce fossero tante befanone…

Cussì ora eravamo pronti, proprio come uno grande teatro d’avanguardia, dove non se distingueva più tra lo pubblico e gli attori, ma tutti faceano parte dello spettacolo. Ce se volea mettere anche uno a fare la statuina dello ciabattino per pubblicizzare lo suo negozio, ma Cesco lo guardiede de traverso e allora disse “Me scusi”, e si mise da una parte.

“E lo lebbroso?”

“No, dài, Cesco, lo lebbroso no…” Ma non ci fu verso, lo lebbroso ce lo voleva anco lui. E allora s’arriviede a uno compromesso e fu posizionato sullo sfondo, con corone di frode ‘n capo a fare la palma, che il tronco, con quella cotiga squamosa e marrone, gli veniva bene senza lo trucco.

Infine ce necessitò anche qualche quintalata di borraccina per la pavimentazione.

Poi il nostro Cescose se mise de lato e ci contempliede in prospettiva, con magistero da regista.

“Perfetto”, disse, “è tutto perfetto!” Mancavano uno paio de minuti a mezzanotte e noi ce ne stavamo immobili come pintura. Meno dieci, meno nove… meno due, meno uno “Ueeee ueeee…” piagnucolò Zolla movendo le braccine e le gambette intirizzite e ignude nel paglione della grande greppia. “Hi-ho hi-ho…” fece allora i’ Catto con gli orecchioni, e “Muuuuuuuu”, rispondiede fratello Campano. Miraculo! Lo bambino Gesù era rinato li davanti a noi!. Ce sentimmo dentro gonfiare lo core e tutti applaudimmo di scroscio. La serata fu conclusa a mustaccioli e tricche e tracche.

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