A TRE E TRE VOLTE TRE, LA DOMANDA
“Te volevo porre una domanda, fratello Leone.”
“Riguardo a cosa, Catto mio?”
“Una domanda riguardo allo tuo stile di vergatura.”
Quando Cattani se presenta così, da revisore, cominciano li dolori.
“Chiedi pure, Catto”, dico disinvolto.
“Ho letto con molta attenzione le tue cartapecore… e premetto che me piacciono assai…”
Ecco, ora sono in attesa della fiocinata, penso tra me e me, e anticipo:
“Ma però…”
“Te ripeto, le gradisco, sono agili, divertenti e veritiere…”
Insisto: “Ma però?”
“Però tu muti stile di frequente, con poca linearità di costrutto…”
Ecco, volevo ben dire. E allora chiedo in forbito: “Quid dicis?”, tanto per fargli presente che, per quanto ultimo fra gli ultimi, non sono l’ultimo arrivato.
“Nel senso, fratello mio, che scrivi prima in lingua nostra come noi parlemo, poi d’improvviso muti in lingua diversa e barbara, che io non so riconoscere, con errori sbarlotti…”
“Sbarlotti? Per exemplo?”
“Proprio così, ora hai detto lo giusto: per exemplo, ma certe volte verghi non exemplo ma addirittura esempio… che lingua sarebbe codesta? Non dici te dico ma ti dico, ti? Che significato è ti? Non è nostra lingua, è sciattume…”
“Ego non credo.”
“E dimmelo allora: perché lo fai?”
“Sì, certo, lo stilo cangia, ma è procedimento consapevole, e dunque d’arte. Io scrivo per lo futuro, Catto mio… A volte me viene spontaneo, e vergo come noi se parla e per lo presente, come or ora, cussì. Però me leggeranno in futuro, e io parlo al nostro fratello lettore futuro in diversa lingua futuristica…”
“E quindi leggeranno in modo sciatto, nel futuro?”
“Manifestus! Me leggeranno de filato, senza tener conto de’ raffinatezze, come se legge quando se legge roba di volo…”
“E allora, siccome li homini leggeranno le cose di volo tu verghi per quelli addomesticati alla maniera di scrivere di volo, ho ben inteso?”
“Certus…”
“Ma perché ne sei così sicuro? Chi te lo dice che quel che prevedi s’invererà?”
“È la mia arte che lo sente, Catto, la stessa per cui lo nostro pastore Cesco scegliette me per li posteri e non te, e cioè, e come se scrive in lingua che verrà, non ‘ti’ scelse.” Tiè!, prendi e porta a casa… e qui gli faccio il gesto dell’ombrello mentale, a ‘ì Catto, anche se subito me pento per la mia postura narcisica.