Cesco Francesco (39)

CARTA QUARANTA NUMERO TONDO, LA REGULA

Avemmo infine la regula. All’inizio c’era un po’ d’indisciplina e le cose non furono semplici, mettere i fratelli d’accordo non era questione da poco. Cesco e io scegliemmo uno loco discosto dalla Porziuncola, ma non troppo – anzi fu lui che lo cercò, perché lo voleva isolato ma non scomodo, facilmente raggiungibile in tutte le ore del giorno e della notte quando ne sentia l’urgenza, silenzioso, fresco e riparato, protetto dallo fratello vento e dallo fratello sole, che conciliasse il forte concentrarsi nello sforzo e la poiesis, cioè il produrre, meglio se in affaccio su uno bello panorama. E lo trovammo e ne convenimmo insieme che quello era ben adatto all’uopo.

“Leone, qui bisogna tirare una bella riga!”, mi si rivolse il santo, perché la regula prevedeva appunto questo, una sorta di soglia da attraversare, un di qua e un di là. “Da ora in avanti le cose, lo so, saranno differenti”, disse un po’ rattristato il santo, “Ma vedi Leone… quando semo in pochi la libertà ha spazio infinito, e ognuno può spremere da sé medesimo li propri umori e contenuti un po’ come gli va, con estro, e a maggior beneficio della realizzazione sua e degli altri prossimi. E d’altro canto il numero di fratelli è aumentato e aumenterà, e allora il diletto dell’improvvisazione può sortire in comportamenti poco dignitosi e ortodossi, purtroppo una regula diventa allora necessaria, anche se io, lo sai, ne farei volentieri a meno, e allora, ora che abbiamo trovato lo luogo che mi sembra lo più congeniale, facciamola.”

“Insieme?” diss’io colmo di stupore.

“E perché no? Semo fratelli noi, in tutto… E poi solo soletto io m’annoio…”

Ero stato prescelto. M’emozionai, e lui se ne accorse. “Dai, dai, Leoncione, tiriamo questa riga!”

“Sì Francesco…”

“Cominciamo dunque…”

“Da cosa?”

“Da questa rovere… giù en giue… fin là, al quercio… ce mettemo dei sassi segnalatori… ma non grossi, perché sennò de notte t’inciampi… diciamo che il di là è oltre il rigo”, muoveva le braccine come uno geometra che spiega lo spazio al suo apprendista, “fin dietro lo fitto sottobosco e se vuoi anche oltre, che tanto è uno posto da lupi e niuno ce se prova a andà. Concordi?”

“Me sembra ottimo, Cesco”, diss’io.

“Bene. Poi ce posiamo li sassi… e ora però abbisogna scrive la regula… Ce sei?” Presi cartapecora e stilo, che sempre me portavo perché nun se sa mai che gli venisse l’estro… “Ce sono…”

“Cominciamo senza niuni preamboli. Scrivi. ‘Fratelli cari in povertà e letizia, semo aumentati parecchio de numero, ve ne siete accorti? Così è necessario provvedere a una regula che reguli…’ brutta ripetizio… tu come ne scriveresti?”

“Vergherei cussì: ‘Gli è divenuto necessario uno regolamento, due punti:’ ”

“Giusto! due punti: ‘me dispiace assai, ma non se pole più fare come ci piace a ognuno, quando ce pare e dove ce pare. Di giorno e di notte, con tempo variabile e sole o vento o anche neve eccetera per lo cacare bisogna andare nei pressi dello bosco… come se chiama questo bosco?”

“Che io sappia non abbi nome… Però aspetta Cesco… vuoi proprio scriverci ‘lo cacare’ sulla regula? Io proporrei ‘andare di corpo’” diss’io, smorzando.

“Ah già, sempre la solita storia dello linguaggio scurrilo… Ché lor signorine raffinatissime quando vanno a cacare non cacano con lo buco dello culo, loro cacano con la boccuccia infiorata… Po’era umanità de babbei, po’era umanità de signorotti scelti del mi’ còio… ma vabbè, scrivi dunque ‘andare di corpo’ in modo da ‘mprofumargli la cacca…  E il bosco hai detto che si chiama?”

“Non se chiama…”

“E allora scrivi cussì, per lo caca… per lo andare di corpo bisogna recassi – mi sembra più preciso recassi, che sennò ‘per andare a andare di corpo’ è tutt’un andare – bisogna recassi a lo bosco poco distante che truovi quando escito dalla Porziuncola te giri a la mancina a minuti dieci circa di passo svelto. Qui c’è una grossa rovere che non te sbagli e vedi che ci sono li pietri fino a lu quercio per uno tratto. Ecco, oltre la linea di confino in evidenzia te puoi accucciare per lo ca… per lo andare di corpo, forse meglio se dietro il sottobosco per lasciare libero uno poco de passo utile che non si smerdonsi li piedi… si può scrive smerdonsi?”

“Sì, smerdonsi sì, se pole…”, che visto che il santo era preso dallo dettato, mica aveo voglia s’arrabbiasse de brutto!

“Perché sennò Leone, sempre per le raffinatissime segnorine de prima, ce potresti scive cussì ‘lasciare libero uno poco de passo utile per non porre li piedi dove qualcun altro già c’è andato…’ di corpo! ah ah ah po’era umanità de babbei!” ora gli era venuto da ridere, meno malo.

“E comunque, Leone, riprendi da li piedi e ribadisci come te dico: ‘Te ripeto fratello: se pole andare di corpo a tutte l’ore, da solo o in compagnia, meglio nella notte se semo in due o in tre per via de lupi, e allora bisogna organizzare l’escita, ma con un po’ de santa pazienza ce se fa. Pe’ pulissi lo culo c’è abbastanza arberi a foglia larga e lo luogo fu scelto anche per questo. Meglio non pulisse con la mano, perché sta male, e poi lo tanfo, specialmente de notte mentre torni a dormire, se sente. A pochi passi c’è anco ruscello de monte dove puoi rinfrescarti lo buco corporale der diavolo’ ”, qui, il santo, me strizzò l’occhio, “ ‘ma io te consiglio solo de giorno. E comunque, vai in pace e vai bene, fratello, e goditela’. Vergato?”

“Sì Cesco… aspetta…. ‘io te consiglio…’?”

“ ‘Solo de giorno. E comunque vai…’ ”

“ ‘Vai in pace e vai bene, fratello, e goditela…’ ”

“ ‘E goditela…’ ”

E così avemmo la prima regula che regulava lo andare de corpo – nel senso di cacare – oltre uno confino segnato e prescritto.

Ma non era ancora finita, perché Cesco improvvisamente scoppiò a ridere.

“Che te ridi, santo mio pastore?” domandiedi.

“Ah ah ah… che dici Leone, anche la facciamo bollare da lo papa?”

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