Cesco Francesco (32)

CARTA TRE TRE, SORELLA CICALA

Ecco, io qui, per fare una bella cosa, dovrei scriverne fin da subito il verso, intendo com’è che canta la cicala, sì da creare l’atmosfera del momento, ma se per certi animali è abbastanza facile, ricalcare preciso il suono della cicala con le parole è invece parecchio impegnativo, perché potrei vergare “zi-zi-zi-zi” o “ze-ze-ze-ze” o anco più articolato “ze-zi-ze-zi” però non è che si riconosca immediatamente come accade invece con “bau” per lo cane e “miao” per lo gatto. Ma ora che quello che intendo lo sai allora scriverò,

“Ze-zi-ze-zi-ze-zi”, proveniva dall’albero di lauro, quel canto a scroscio, e il servo e ministro di Cristo, uscendo dalla Porziuncola, ne fu incuriosito, perché gli parve impossibile che un solo animaletto striminzo facesse tutto quel chiasso. E poi, diciamola intera, a lui le cicale piacevano in quanto erano l’opposto delle formiche, quest’ultime sì disciplinate e operose, ma che tuttavia mostravano uno grosso difetto irrimediabile: accumulavano roba su roba come i peggiori degli homini ingordi. Mentre sorella cicala, lei, cantava generosa a squarciagola la gloria del Signore incurante del giorno dopo, affidandosi completamente alla provvidenza. Quindi, senza ravvicinarsi nemmeno all’albero, Francesco mise le labbra a culo di gallina e fece:

“Ze-zi-ze-zi-ze-zi” e la cicalina, all’impronta, rispuose:

“Zì-zì!”  Che, l’avrai capito anche te, voleva dire  “Sì–sì!”, il santo avendogli chiesto, nella sua lingua: “Vien qua, bell’animaletto canoro di nostro Signore!”

E infatti la cicala gli volò senza indugi sulla mano zaccherona ma santa. E qui traduco:

“Ehilà Cesco mio, come va?”

“Benino, dài, non ci lamentiamo… anco se con questo fratello sole che spacca si starebbe bene al fresco, ma noi homini dovemo lavorà, sebbene sanza mettere da parte come le formicole, mica semo dei perdigiorno come te, sorella mia…” e si capiva che scherzava, perché il suo sorriso, sebbene a denti guasti, era più abbagliante del sole, o forse proprio perché gialli come lo sole.

“Ze-ze-ze!” (ah-ah-ah) scoppio a ridere anche la cicala, e insomma i due si ritrovaro già uniti d’affettuosa amicizia.

Così, da quel giorno, ogni volta che il santissimo homo esciva dalla Porziuncola,

“Ze-zi-ze-zi-ze-zi…” cantava a scroscio la cicala irrefrenabile, perché lo riconosceva.

“Ciao sorella!” la salutava Francesco, e lei, tutta orgogliosa di quella conoscenza,

“Ze-zi-ze-zi-ze-zi-ze-zi…” per tutto lo santo giorno.

E il giorno di poi:

“Ri-ciao cicala!”

E lei:

“Zi-ze-zi-ze-zi-ze…” ancora fino alla notte.

Finché fratello Zolfino, dopo un paio di settimane di questa musica, andò dal santo e gli disse:

“Cesco, guarda, abbiamo resistito finora, ma quella bestia per tutto lo giorno ci fa due coglioni così! Non se ne può più e zi-ze e zi-zi- e ze-zi e za-za-za-za-za-za (qui esagerò). Digli che è meglio che se levi un po’ di torno, che ci ha rotto a tutti li santissimi! Ma che c’avrai da cantà?, dico io, ‘un lo sai che c’è la fame nel mondo?”

“Ma davvero non capisci, Zolfino? Sorella cicala canta le lodi del creato!” precisò lo santo.

“Ah sì… e che significherebbe con i suoi zi-zi-zi?” domandò Zolfino.

“Lo canto di tutte noi creature dell’Altissimo!” rispose Cesco. Zolfino lo guardò fessurando gli occhi come uno che ce vede poco chiaro, perché ebbe l’impressione che con questo fatto che il nostro pastore parlava con gli animali di tutte le specie a volte ce giocasse un pochetto e che anco inventasse de sana pianta… “Ah, e cosa direbbe di preciso in questo suo canto?” domandò sospettoso.

“Non lo suo canto, fratello” precisò Francesco “Lo canto de tutti noi… Voi che te traduca?”

“Se t’aggrada…” pareva uno tantino scettico lo Zolfino.

“Lo canto della cicala è una lode e fa  (qui Cesco tradusse di filato all’impronta):

Sii lodato, mio signore, più alto

di noi senz’altro, speriamo che ti raggiungano

le nostre lodi

che volano in cielo come palloni

nessun uomo è più degno di Te

perché sei Tu il nostro Pelè.

Sii lodato, signor mio, pe’ madre terra nostra sorella

che ce campa e ce rammenda e ci fa sbocciare i fiori

e crescer l’erba

anco se produciamo tanta m****

Sii lodato, signor mio, per sorella morte in corpo

anco se ognun da nato è pressoché già morto

e guai a color che muoiono male

perché han vissuto come frate maiale.

Beato invece chi si condurrà nel bene

ché morrà anco lui, ma senza troppe pene.

Sii lodato, Signor mio, per quelli che te perdonano

sebben l’amore tuo li fea ammalare

ché più sono ammorbati più li trarrai salvati

a guadagnarsi il dolce regno della pace.

Sii lodato, mio Signore, per quando con lo culo

io faccio vento

ché libero mi sento dal gonfiore tal quale

spazzato via dal sole è il nuvolone

e anco quando spillo uno poco d’acqua

che a volte me abbrucia che pare frate foco

per tanto dolore io t’invoco

in modo che tra le cosce

mi venga fresco, specialmente a notte

quando mi corico dentro i’ letto.

Sii lodato Signor mio, che hai ficcato in cielo

luna e pulcherrime stelle

e tante e tante pecorelle

che piove e ripiove a catinelle

belle e preziose e così sia

pe’ mettici i piedi a bagnomaria

con frate bicarbonato, sempre sia lodato.

Sii lodato, Signor mio, e anco te

o sole mio

che ti splendi in fronte a me

se ci sei la notte ‘un c’è

ma anco lei che qui per noi

è buia e amara

è sorella nostra cara.

Noi Te lodiamo e Te benediciamo

e Te serviamo e Te ringraziamo

con tutto il nostro amore

mio Signore

noi fratelli e anco le sore

e ora ce ne andiamo

e continuiamo

e cicaliamo

ciao.

“T’è piaciuta Zolfino?” scoppiò a ridere Francesco.

“Pelè? E chi sarebbe Pelè? E Bicarbonato? Ma che ‘stai a di’? Ma che me prendi per lo culo?” se ne uscì irriverente.

E qui, al santissimo homo nostro pastore, gli partì di riflesso uno di quei manrovesci con quelle manine secche che Zolfino non se ne sarebbe più scordato. Ma poi, a Cesco, gli dispiacque, povero Zolfino, e allora lo abbracciò e lo baciò e poi andò da sorella cicala e gli disse:

“Ze-zi-ze-zi-ze-zi…”

E lei:

“Ze-zi!”, che significava, “capisco perfettamente!”, e volò via. Anche perché era finita l’estate e da lì a breve si sarebbe liberata della sua spoglia cicala. Ne resta, comunque, la lode, che io qui ho vergato per li posteri, e amen.


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