CARTA TRENTAESIMA, CESCO E LO LEBBROSO
Se n’andava, il giovine Francesco, per le campagne riflettendo tra sé e sé, che il suo modo spensierato di vivere da qualche tempo più non lo soddisfava,,,
“Soddisfava o soddisfaceva?”
“Meglio soddisfava perché c’è rima con se n’andava, e lo discorso se fa più melodioso… ”
“Ah ecco, e ’nfatti anco tra Francesco e riflettendo e tempo assòna… Certo che sapé vergare dà soddisfazione…”
Finché la sua profonda meditazio venne interrotta da uno rumore proveniente da manca…
“Cioè da sinistra? E perché proprio da sinistra?”
che poco più in là, dalla parte del cuore…
“Giusto!”
se trascinava a passi stenti uno lebbroso coverto de fasce, che nella sua andatura demostrava tutto lo tedio d’una vita de dolore e sanza senso…
“Bella ‘sta immagine! Cioè lo lebbroso più o meno se moveva cussì…” e fratello Bernardo distese le braccia parallele di fronte a sé e camminiede per un breve tratto ondeggiante e lento, “Grrrr…” facea anco con la bocca.
“Codesta è mummia egizia, no lebbroso…” diss’io contenendo lo riso. E ripresi la lettura: Avea, il poveretto, lo volto appena visibile invaso di purulenza d’ulcere, noduli e squame, e mane anch’esse rattrappite in bende di loia fasciate…
“Boia!” non poté fare a meno d’erompere in bocio Bernardo.
Ma più di tutto lo distinguea lo tanfo che lo annunciava de qualche metro a chi stea sottovento, uno misto tra la marcescenza de carogna morta e di stallatico.
“Come lo concio ‘nsomma…” sintetizzò Bernardo.
Francesco lo guardiede e ne rimase inorridito dal disgusto.
“E ci credo…”
Ma improvvisamente se sentì trafitto da uno desiderio portentoso quanto denso di mistero, come se una voce, da dentro, gli imponesse, lui è tuo fratello Francesco! Abbraccialo! E cussì si lanciò sul lebbroso con impeto di passione e lo strinse forte a sé nelle braccia sue… mentre il poveretto cercava di tener lontano l’assalto di tanto impeto di quel giovine “No! No!” dicea temendo di contagiarlo col suo malo orribile.
“Bello! Roba da non crederci!”
La forza dell’amore però vinse ogni reticenza, tanto che Francesco agguantato con ambo le mani lo volto putrido gli affondò un dolcissimo bacio sulla bocca. Lo lebbroso, immobile e abbandonato nelle braccia dello giovine, restiede colmo di sbigottimento, come paralizzato da una gioia immensa. E fu proprio in quel momento che
“Guarì dallo malo!” disse entusiasta fratello Bernardo.
“No Bernardo, non è cussì lo miracolo. Tu te sei sbagliato con la storia dello vangelo di Cristo… è Cristo che guarisce lo lebbroso. Qui altro miracolo avviene”, frenai l’entusiasmo de lo fratello.
“Ah sì? E qualo?”
che il nostro Cesco, da allora, grazie alla chiamata dell’Altissimo, seppe come risanare la propria vita. “È lui che guarì dalla lebbra di una giovanile esistenza peccaminosa, comprendi? È lo stesso miracolo, ma rovescio…”
“Me pare di capire, sì, Francesco se risaniede insomma, e seppe quel che doveva fare, è cussì?” rifletté a voce alta Bernardo, anche se un po’ deluso.
“Sì, questo è lo senso vero de lo miracolo dello lebbroso, l’amore che si dispiega verso lo mondo intero, anche alle brutture, anche a lo dolore immenso… e con gioia nel cuore, come un lunghissimo e dolcissimo bacio su tutto…”
“Ah, vero. Ma lo lebbroso? Lui non guarì?” insisté a domandare Bernardo.
“A quel che se dice no. Certo fu colmo di gioia anche lui, ma lo miracolo non lo vuole risanato dallo malo che avea…”
“Ah” fece ancora Bernardo, e qui finisce la storia tramandata de Francesco e de lo lebbroso che incontriede sulla via e che lo portiede alla conversione. Anche se quel che non si narra è un’altra. Sì, lo lebbroso, vero est, continuò a vivere da lebbroso. Imperò da quel giorno, tornando tra i compagni di malo, ebbe una sua storia da raccontare, che facea più o meno cussì:
“E insomma, io me ne vado come sempre per i fatti miei – che meno gente se inciampa meglio è – e a un certo punto vedo uno giovane sovrappensiero che cammina come uno perdigiorno, ben vestito, certo, anche se bruttoccio. E poi lo riconosco. “Quello è lo figliolo grullo di Bernardone, come se chiama? ah sì Francesco… certo che è vero eh… non c’ha da fa una sega per tutta la giornata! Sta a girà qua in campagna… mah, c’avessi i tuoi lilleri lo saprei io come spendili, mi dico. Ma poi vedo che mi guarda, mi sorride… che vole sto’ scemo? E d’un botto mi si lancia contro per abbracciamme… e io voglio scappà, figurati se mi faccio abbraccià da uno masculo io. Ma quello insiste… e mica gli potevo tirare uno picchio, è sempre lo figliolo di Bernardone… E allora lo lascio fare. E sapete che succede? Il coglione mi stringe lo viso tutto appassionato e mi dà uno bacio in bocca, ma alla francese eh, anco con la lingua…”
“Ma dài…” dice il compagno lebbroso “Allora il figliolo di Bernardone l’è anche giuggiolo?”
“Intendi bucacciolo? Finocchio non lo do per certo, ma parecchio grullo sì. Lo vuoi sapere? Me bacia, me che ho sta lebbra del cazzo, e poi me dice anco grazie. E se ne va contento come una pasqua…”
“Questi ricchi… hanno così tanti quattrini che alla fine gli va il cervello ‘n pappa…”
“Eh sì, è proprio vero… chi ha pane non ha denti…” concluse lo lebbroso anco piorretico.