CARTA DECIMA, LA MONTURA
Ora ti descrivo di quale abito vestivamo. Noi primi, dico la verità, non è che sembrassimo una vera e propria squadra, perché Francesco voleva che ci coprissimo soltanto con degli stracci, appena cuciti a filza larga che stavano su per miracolo, e allora ognuno andava dietro al proprio estro e più che altro a quello che trovava o gli riusciva gattonare in casa. Così vi farei vedere, c’è chi insieme alle toppe cuciva un asciughino, chi una federa, chi una tenda… qualcuno, di più rigorosa umiltade, anche lo straccio da culo. Insomma, non è che dominasse un colore, e le fantasie il più delle volte non erano accoppiate con garbo. Io, per esempio, mi ero coperto la schiena con una bella pezza a rigoni, ma davanti avevo cucito una sorta di corpetto con un drappo funebre, reperito di straforo nella vecchia chiesa di San Damiano. Il santo allora ci mise tutti in fila – a quei tempi eravamo soltanto sette – poi guardò anche sé medesimo, che aveva preso in prestito una mutandona da madonna Pica, e disse: “No, così non può andare, non sta bene…” Rifletté per cinque minuti e mi chiamò. “Scrivi Leone, le nuove regole per la montura:
Primo, il colore: inequivocabilmente marrone, come la terra o la corteccia dell’albero, preferibilmente un bel marrone spento tendente al cenere, chiaro o scuro non ha importanza, ma meglio l’effetto del liso, del sudicio, della materia ammalorata…”
“Insomma, un po’ come la cacca?” commentò Egidio.
“E bravo Egidio, questa l’hai azzeccata!” rise Francesco.
“Stoffa: la più grezza, la più ruvida, la più gràttura e spessa, che dev’essere difficile anche da cucire se non con grosse cordincole che una volta indossato l’abito lascino dei segni sulla pelle…”
“Ecco”, dissi fra me, e scrissi grattura e cordincole anche se mi parvero fin da subito parole inventate, ma rendevano bene l’idea.
“Foggia: dev’essere una forma tra il saccone e la croce, che quando lo hai infilato ti ci senta dentro appunto crocefisso, lungo almeno sotto il ginocchio ma che non strascichi nei pantani per facilitarci la corsa…
(E qui metto nota, per rendere evidente come noi francescani non andiamo a passo normale ma corriamo spesso a zigo-zago per manifestare la nostra contentezza di tutte le cose create da nostro Signore Altissimo. Ma non di rado anco per fuggire dalle busse!)
“L’abito deve avere anco uno cappucccione con grande spiovente per neve, grandina e pioggia da torrentaccio.”
“E in vita?” domandò Pacifico che era l’unico, con me, a possedere un minimo di gusto estetico.
“Niente cigna di cuoio con fibbie, ma solo corda, ovviamente usata, per esempio quella con cui si legano le bestie.” Così capimmo subito che non potevamo nemmeno contare sull’eleganza degli accessori. E infatti: niente bastone da passeggio, niente bisaccioni o zainetti o tracolle ma all’occorrenza sacco o sacca.
“E le scarpe?” Pacifico insisteva.
“Assolutamente no. Né scarpe né zoccoli né calzari, nemmeno cioce o pezze rinvoltolate ai piedi!”
Ecco.
“E sotto?” questa volta domandava Silvestro.
“Sotto tutto libero!” fu la risposta immediata del santo.
“Come? Senza nemmeno la biancheria?”
“Sì, senza mutanda o camiciola, che sono queste sofisticherie? Leone, di seguito:
Quantitativo: due abiti a annualità.”
Finalmente una variazione di un qualche significato, pensai mentre scrivevo, almeno nel rispetto delle stagioni. Ma subito dovetti ricredermi:
“Due uguali, stessa foggia, stesso colore ecc. Però mi raccomando la stoffa: per stare belli freddi d’inverno e belli caldi d’estate…”
“Scusami Francesco, ma devi aver sbagliato…” Egidio interruppe il santo perché gli sembrò di dire una cosa una volta tanto intelligente. E rimarcò, “Sarà il contrario, no? Freschi d’e…”
No, il santo aveva detto giusto, caldi d’estate e freddi d’inverno…
Così provvedemmo al vestiario, e ora, dopo qualche accorgimento stilistico qua e là per uniformare i colori, potevamo anche sembrare una vera squadra. Di disgraziati, sì, ma eccezionalmente pieni di grazia di nostro Signore.