Incomincia Cesco Francesco

CARTA PRIMA A MOSTRARE LO INTENTO DE L’OPERA MEA

Scrivo, nel presente, de lo mio passato. E quando mi leggerai, in futuro, lo mio passato diventerà il presente tuo, anco il presente di me che scrivo rammemorando lo passato. Perdunque la tua lettura e la mia scrittura potranno forse farci incontrare, ma solo perché esiste il presente, essendo lo nostro passato e lo nostro futuro soltanto sogni di chimera.

Mi chiamo Leone, Leone pecorella di Dio, e io con lui c’ero, infino all’ultimo fiato della misera e quanto mai gioiosa vita mortale. Non come quelli che sono venuti dopo e che non c’erano e ne hanno raccontato la storia come volevano li papi, inventando senza ritegno alcuno una sacca di corbellerie. Me lo immagino mentre le legge, quelle carte dei suoi tanti biografi, tutta gente istruita al riparo della grande cupola di madre Chiesa: “Epperò!, anco le stimmate hanno voluto affibbiarmi! Ché io le mani bucate ce l’avevo, ma mica in quel senso!”, e via una grande risata. O magari s’infurierebbe di brutto, come a volte è capitato per davvero, perché Francesco, i menzogneri, mai li potette soffrire, e quanno ne inciampava uno, allora gli scappava la santa pazienza. Per esempio, io racconterò anche di quel che avvenne con il lercio Briatorio de’ Flavi da Verzanolo o con quell’altro masnadiero di messer Drenzi, il fiorentino, perché appunto io c’ero. Francesco, che per noi pecorelle era semplicemente Cesco, uomo santissimo e favorito di Dio, lui avrebbe voluto che ne vergassi in plena sinceranza. Ma non antepongo nulla per non guastare la narrazione che mi accingo a scrivere, quella della sua esistenza in terra che visse in mezzo a noi e dunque anco de la nostra.

In questa prima carta che te pongo de fronte a prefazio mi limito a informare che lui sapea sì leggere, ma poco, e anco ne lo scritto faceva uno sfacelo d’errori, “vergare mi è faticoso oltre maniera” solea dirmi. Brillava di contro nell’orale, nel recitato di predica e nel canto francese, ma avea bisogno di qualcheduno che appuntasse, e speditamente, le sue parole dette e i suoi pensieri illuminati da Dio. Scelse, da impavido qual era, me, il suo umile Leone, e più volte mi confidò che in un mondo di ciarlatani io sarei stato lo solo ad aver concessione allo visto si stampi della sua cartapecora, per rendere noto ciò che volea donare a ogni figliolo del Padre Nostro Celeste, sempre sia lodato. E ora la finisco, perché mi sono commosso e mi viene da piangere. Da qui in fondo inizia la storia di Francesco, che per noi che gli abbiamo voluto un gran bene è, sempliciter, il nostro Cesco. Dio ti dia pace, fratello lettore mio.

CARTA SECUNDA, COMINCIAMENTO IN MEDIAS RES

Cesco gliera sì brutto come la fame e sapea di bestino, ma anco fu parecchio giuocherellone. E te lo dice uno che di fame e di giuco n’ebbe notevole esperienza. In certe notti, quando si stea rannicchiati insieme nella capannaccia presso la Porziuncola, mentre ciascheduno de noi provava a farsi calare lo fratello sonno dietro la palpebra, tutt’a un tratto, nel buio, eccolo che diceva:

“Frate Leone, senti questa!”, e prè! ne sganciava una cipollosa, e allora giù a ridere che non ti dico! Cominciava lo tenzone a chi la facea più puzzolenta, “E questa?, ti fa sbocciare i riccioli ti fa!”, e preeee!, che burlonaccio! A volte ste con noi anco la santissima sorella Chiara e per un po’ ci s’asteneva per rispetto, ma Francesco diceva che scorreggiare era natura e lo liberarsi dello corpo guasto salutare… e allora anche lei, zitta zitta, con quelle chiappette strinte ne faceva una sssssss di quelle pestifere e silenziose, e Francesco, “Questa è signorile!, questa è da nobili!, questa è di sorella Chiara!” e giue risatone a scroscio!

(prosegue)

Altri articoli