Ginocchio Itchek

Sua nonna glielo diceva: “Stacci sempre attento, ai ginocchi!” Ma ormai è fatta, il ginocchio destro è malandato: il signor Itchek non può correre più. Si tratta forse di una tragedia? No, il signor Itchek ha sessantadue anni suonati, dunque ci sta. Nel senso che a quell’età un ginocchio con un menisco compromesso è un evento probabile, dunque sì, ci sta, è nell’involuzione entropica delle cose. Quello che non ci sta, almeno completamente, è lui. Perché nel signor Itchek s’incontrano e bisticciano due anime, la filosofica stoico-epicurea, che si basa sul senso del limite, e quella poetica, grandiosa per non dire byroniana.

Ora, Byron era zoppo – che a ben vedere è un termine che per un poeta-lord desta un po’ d’imbarazzo, meglio dire claudicante – insomma, aveva una gamba fine o un po’ più corta, il signor Itchek non sa bene. Così il poeta s’impegnò a compensare questo suo handicap dedicandosi anima e corpo al nuoto, un nuoto tuttavia tracotante, di attraversamenti di vasti spazi di mare, con sprezzo del pericolo e titaniche bracciate al galoppo sulle onde – non subendo la disabilità, dunque, ma trasformandosi in un vero diversamente abile, uno dei primi casi per cui questa definizione da bon ton abbia senso. Tanto che i veneziani, per le sue prodezze natatorie e non soltanto, cominciarono a chiamarlo il diavolo marino – il “non soltanto” si riferisce ovviamente alla ragguardevole esperienza sessuale, leggenda vuole che il nostro abbia conosciuto in senso biblico almeno duecento donne lagunari. Si racconta anche che quando l’amico Shelley scomparve con la sua barchetta nel golfo di Lerici in tempesta – non tutti i poeti stanno a galla – Bayron si lanciò nei marosi impavido e forsennato, e per poco non ci lasciò la buccia pure lui. Anche per questo si dice “byroniano”, perché uno non si rassegna al destino, quello proprio e, per di più, anche quello degli altri, sortendo in comportamenti a dir poco azzardati e assai pericolosi, anche questi per sé e per gli altri.

Un greco come si deve, invece, è attrezzato con un affidabile senso del limite, almeno un greco filosofo, che appunto è convinto che è meglio prenderla con filosofia e non esagerare. Hai il ginocchio sgangherato? Che problema c’è? Invece di correre cammini, o vai in bicicletta – opzione, questa, che per il greco non era contemplabile. Però l’anima byroniana freme, e contro ogni “via di mezzo” urla: Io – io! – io non ci sto!”. Non si rassegna, la voce, e anche mentre cammina a passi tardi e lenti il signor Itchek la sente più viva che mai dentro di sé: “Io non ci sto!”. Sì, ha allungato un po’ le sue sporadiche nuotate in mare… ma non è certo Lord Byron! Così ha deciso di regalarsi una cyclette, di quelle dimesse da camera, casomai l’anima poetica ne rimanesse affascinata e la smettesse con quelle rimostranze tanto spettacolari quanto anodine.

Anche perché il dottore che gli ha iniettato il cortisone nel ginocchio gli ha suggerito: “Ora deve rafforzare il quadricipite!”, che più che un consiglio sembrava un ordine. E allora vada per la cyclette. Cyclette invece della bicicletta, perché al signor Itchek i ciclisti amatoriali sono apparsi sempre degli esseri senza senso, brutti con le gambe pelose che frullano, ridicoli con le gambe depilate. E poi sembrano lusingati dal mercato pubblicitario, perché vestono di marche e coloroni decisamente sgargianti, che fanno male agli occhi. Quando poi indossano quelle lenti a specchio come i poliziotti americani ti verrebbe la voglia di chiamarli davvero, i carabinieri, ma per farli arrestare per oltraggio al pudore. Insomma, il signor Itchek concepisce le due ruote senza ruote, solo nell’immobilità al chiuso di una stanza, nel disprezzo di sé, senza vento e soprattutto senza sostanze dopanti, delle quali, secondo lui, gli amabili amatori ciclisti delle nostre strade domenicali fanno un uso smodato.

E allora ce la mette tutta il signor Itchek, pedala e si annoia a morte ma continua a pedalare, guarda il display che gli indica i minuti che non passano mai, e i metri e le calorie… ah, che vergogna! Suda e gocciola sul pavimento, gli occhiali con bave e lumacature, la maglietta zuppa. E la voce dentro di sé urla: “Che cazzo sei diventato? Un criceto nel girello?”, che vergogna… Ma stringe i denti, il novello cicloamatore stanziale, tenta di non rendersi conto di quanto tempo manchi ancora ai trenta minuti quotidiani a livello 4, agile ma non agilissimo, cerca di distrarsi e di vagare con la mente lontano, ma purtroppo è sempre qui, inchiodato a questo pezzo di ferro. Gli viene a mente che da bambino, quando lo portavano dal barbiere, c’era quel seggiolone cavallo con la testa simil peltro, dove lo piazzavano per spronarlo alla fantasia del gioco a dimenticare le forbici, e forse, chissà?, funzionava per davvero. Ma qui, agitando le chiappe sul sellino – ha letto anche che per rassodare i glutei e non sforzare le ginocchia bisogna tenere i piedi sui pedali a martello – sul sellino si sente un perfetto idiota. Ci pensi Byron in bicicletta? O Achille piè veloce? Gilgamesh lo immagini a fare la cyclette insieme a Enkidu? Tutti esempi messi sul vassoio dell’umiliazione dall’anima poetica, dalla vera grandiosità dell’umano… ah che vergogna!

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