Il foglio bianco

Ritiene che uno si metta a scrivere se ha qualcosa da scrivere, il signor Itchek. Da scrivere e non “da dire”, come generalmente “si dice”, perché tra lo scrivere e il dire c’è una differenza abissale, una differenza che ben conoscono quelli che scrivono ma non quelli che dicono, cioè che parlano. Questo qualcosa che si ha da scrivere prima di mettersi a scrivere non è però così definito – non propriamente una cosa è più un qualcosa, appunto, o meglio ancora l’urgenza di qualcosa. Ma nemmeno così sta precisamente la questione, perché in fin dei conti la parola “cosa” – tra le più importanti – deriva da “causa”, quindi puoi darti una spiegazione anche in questo modo: si scrive se hai una cosa da scrivere perché significa che hai una “causa” che ti spinge a scrivere.

Ci siamo quasi, pensa il signor Itchek, e si rivede da ragazzo di fronte alla sua Olivetti Lettera 44 Studio, appena tolta da quella custodia rigida rosso cardinalizio che incuteva rispetto. In realtà la macchina da scrivere non era sua ma di suo padre, lui cominciò ad adoperarla e suo padre non disse nulla, forse per la curiosità di capire che uso ne avrebbe fatto. Presto detto: in primis si mette la carta nel tamburo, grè-grè-grè, una carta molto fine, detta “velina”,  adatta a produrre almeno due copie inframmezzando la carta carbone. Lui l’adoperava un foglio alla volta e la scrittura vi rimaneva impressa, ne sentivi il rilievo nella parte di là, dietro, in quello che poi avrebbe scoperto si chiamava il lato “verso” della pagina. Passarci le dita dava una sensazione materica della scrittura. Quindi, con la velina nel tamburo, il primo passo era completato. E il secondo veniva spontaneo se avevi qualcosa da ricopiare, per esempio quella che ti sembrava già una poesia e che vedevi scritta malamente su un foglio di quaderno e ora necessitava di un’aggiustata.

Riportare l’irregolare e  pasticciato corsivo non solo in bella ma anche nella traduzione della macchina da scrivere, premendo tasto su tasto, aggiungeva alla scrittura una qualche oggettività. Le parole non sembravano sgorgare direttamente e soggettivamente dalla vena dell’inchiostro, ma acquisivano una loro maggiore chiarezza oggettuale, non erano soltanto tue e osservate solo dai tuoi occhi, ma appartenevano già a un lettore diverso. E qui il signor Itchek un po’ orgoglioso lo diventa, perché, in tutta sincerità, lui ha sempre ritenuto una fregnaccia voler convincere gli altri che si scrive soprattutto per se stessi. Anzi, ultimamente, per esasperare il discorso, fa l’esempio del marmista: l’artigiano incide il nome del defunto sul marmo o lo compone in rilievo con lettere di bronzo dorato. Lo fa perché lo possano leggere tutti quelli che capitano lì, tutti tranne il soggetto per così dire stanziale, il morto – e comunque niente come quel nome e cognome riguarda proprio il defunto, che, tornando al discorso di prima, è la vera cosa o causa che precede quella scrittura, una scrittura che è la sintesi estrema della sua biografia, nome e cognome. Gli sembra un esempio radicale e convincente, al signor Itchek.

Ma se non avevi nulla da ricopiare? Che ci facevi di fronte alla macchina da scrivere con il foglio bianco già pronto nel tamburo, come una pistola con il cane armato? Sentivi una vaga urgenza, qualcosa che pareva avesse bussato alla porta ma con un suono ancora indefinito o forse si era trattato addirittura di un’illusione. Non era certo un momento di grande lucidità mentale, casomai avvertivi la presenza di un groviglio – si dice il signor Itchek in maniera molto approssimativa -, forse c’era appunto qualcosa da dipanare ma forse anche no. E questa sensazione, vagamente minacciosa, ti pareva si contrapponesse in maniera netta a quello splendido foglio bianco, accecante di vuoto, in attesa di qualcuno che però non si risolveva a uscire da un’altra attesa.

Ci sarebbe voluto ancora qualche anno, non per carpire il segreto di quella situazione, che rimarrà per sempre un mistero, ma per descriverla in una maniera più compiuta. La rivelazione avvenne quando il signor Itchek scoprì che il termine “caos”, in greco antico, non va immediatamente tradotto con “disordine”, “confusione” e insomma “casino”, ma, cogliendone l’etimo, come “vuoto”. Il caos si contrappone al cosmo in quanto vuoto, così il vuoto del foglio rispecchia il vuoto del soggetto e forse, ancora meglio, con un gioco di parole appena accennato, nel vuoto della pagina si guarda il caos del soggetto. Caos, continuava ad apprendere con grande stupore il signor Itchek, lo si poteva infatti immaginare come il “buco” di uno sbadiglione del cosmo – sì, proprio lo sbadiglio, quello che fai mentre aspetti qualcuno o qualcosa. Come se l’universo, per continuare a riprodursi, avesse bisogno di aprire la bocca e produrre un enorme vuoto. Che detto così, il signor Itchek lo ammette, sembra una gran cazzata, ma quando poi rinforzi il discorso con ciò che afferma la fisica contemporanea – che il vuoto non è il nulla, ma anche il nostro universo non è che una diversa forma di vuoto e ciò che c’era prima del Big Bang e ciò che c’è dopo sono comunque due forme di vuoto – quando insomma ti racconti queste cose sbalordite, o cause, allora il discorso apre a una prospettiva interessante. Che il signor Itchek però non vuol percorrere e dunque ritorna con i piedi per terra e con gli occhi puntati dritti su quel foglio bianco nel tamburo della Olivetti.

Resistere all’angoscia del bianco vuoto di un foglio non era così semplice. Perché la macchina da scrivere ha una sua efficace meccanicità, e infatti i tasti li può battere anche una scimmia e i martelletti funzionano ugualmente, escono consonanti e qualche volta vocali sebbene in modo scomposto, ma comunque si producono, visto da fuori sembra davvero che tu scriva. E, diciamoci la verità, riflette il signor Itchek, è proprio per questo che alla fine scrivono un po’ tutti – bene, male, cose indecifrabili o troppo ovvie, frasi fatte e discorsi inutili, poesie come elenchi della spesa o tomi giganteschi di storie dove i protagonisti si amano, si lasciano e poi trombano con qualcun altro ma poi si riamano di più perché ora hanno capito che… ecc.ecc. insomma, si scrive perché facilmente si può scrivere di qualsiasi cosa, in qualsiasi modo. E soprattutto sono molto prolifici quegli scrittori che hanno imparato una lezione per loro essenziale: che non sanno resistere all’angoscia del foglio bianco, e allora la scimmia prende il sopravvento e, con grande esperienza artigianale, riscrivono qualcosa che hanno già scritto mille volte ma in maniera leggermente diversa.

Ben altra cosa è la capacità di resistere all’angoscia – perché il signor Itchek sa che proprio questa è la qualità prima di un vero scrittore – e quindi stare lì, il cane della macchina da scrivere alzato e gli occhi puntati nel caos, finché avviene quel mezzo miracolo che potrebbe anche non avvenire mai, finché i tuo vuoto combacia perfettamente con il vuoto del foglio e allora qualcosa si dipana, e ora il piccolo cosmo che vedi sulla pagina non è altro che un’altra forma del tuo caos o del tuo vuoto. Sì, alimentare questa resistenza all’angoscia per impedire alla scimmia di scrivere l’ennesimo romanzo da riempimento è il vero lavoro dello scrittore. E il signor Itchek ha cominciato ad allenarsi da cucciolo, iniziando dal ricopiare anche un solo verso sgangherato con la sua Olivetti Lettera 44 azzurra, dalla custodia rigida rossa che incuteva un po’ di timore reverenziale.

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