La violenza evidente e nascosta

Scriverò una pagina, noiosa, sul “meccanismo vittimario”.

C’è una guerra.

A  dice: sono stato aggredito da B, ho subito  la violenza di B, dunque ho tutto il diritto di rispondere con la violenza, io sono la vittima, la responsabilità è di B.

B  dice: sono stato aggredito da A, ho subito la violenza di A, dunque ho tutto il diritto di rispondere con la violenza, io sono la vittima, la responsabilità è di A.

Siamo in presenza di due vittime che riconoscono come carnefice il nemico proprio in quanto vittime.

Sostengono entrambe una narrazione che li giustifica nel ruolo di vittima e che definisce carnefice, e dunque responsabile dell’aggressione originaria, l’altro. Avvalendosi della loro narrazione possono commettere qualsiasi efferatezza, perché la responsabilità è del nemico, loro si sono limitati a rispondere. In quanto vittime sono innocenti.

I media e l’opinione pubblica, anch’essi, si schiereranno: chi ha aggredito originariamente l’altro?, A o B? Lo schieramento si realizzerà attraverso narrazioni diverse, ma che sostanzialmente si ridurranno a due contrapposte: A originariamente ha aggredito B oppure B originariamente ha aggredito A.

Il meccanismo vittimario crea una spirale di violenza da cui sembra impossibile uscire. Chi ha interesse a alimentarlo? Ovviamente chi ci trae un profitto economico o comunque una posizione di potere. C’è chi la guerra la vuole, ne costruisce i presupposti, la combatte o meglio ancora la fa combattere. La guerra è desiderata anche nel chi guadagna posizioni di potere o profitti nel raccontarla, e dunque nell’alimentare narrazioni: le narrazioni sono tra le merci più redditizie prodotte dalla guerra.

Le guerre tra due vittime assumono il modello delle guerre civili e sono le peggiori, perché chi le combatte è imparentato dall’assunzione della posizione di vittima. Oggi si dichiara una guerra soltanto se la narrazione di chi la dichiara è una storia che dimostra di essere una vittima, qualcuno che ha subito violenza. La vittima, secondo un ragionamento che sembra logico ma non lo è, non è  mai carnefice.

Nel momento in cui aggredisco qualcuno perché la mia narrazione spiega che sono stato precedentemente aggredito sono innocente e metto la responsabilità delle mie azioni nelle mani dell’altro, è lui che guida la mia azione, la mia azione non dipende da me.

Lo schema è tragico e crea sofferenze inimmaginabili, ma è il medesimo di due bambini che si accusano a vicenda di aver tirato il primo pugno.

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