Elogio del lettore partecipe

Di G.T. Rietveld si conosce la sedia “Red and Blue” e quasi nient’altro. Penso che pochi per esempio sappiano che quando ne avviò la produzione decise di appiccicare sul retro della seduta una poesia di Christian Morgenstern, che faceva così:

Quando mi siedo, non voglio

sedermi come vorrebbe il mio sedere

ma come se il mio spirito sedente

sedendosi, impagliasse da sé la sua sedia.

Sono versi difficili? Sì, lo sono. Non ultimo il fatto che spirito-sedente, qualsiasi cosa esso voglia significare, è una parola sola. Dunque, come ne usciamo?

Azzardo questa ipotesi: potrebbe trattarsi di una risposta a chi – nonostante l’ossessivo studio ergonomico – avrebbe trovato la sedia scomoda. Rietveld ribatteva: certo, non è infatti costruita per il tuo sedere, né per qualche altro sedere diverso dal tuo. Se ti siedi con questa attesa sarà sicuramente scomoda, perché tu volevi che l’impagliatura fosse fatta apposta per te. E invece la mia “Red and Blue” è legno nudo e colla, e dunque dovrete impagliarla da soli mentre vi sedete, essere uno spirito-sedente e non un sedere che pretende dalla sedia la propria comodità.

Mi sembra davvero geniale, e incontestabile: lo spirito-sedente è l’esatto contrario di un sedere – ma in questo caso sarebbe meglio tradurre “culo” –, cioè l’opposto del culo di un consumatore che vuole soltanto accomodarsi, in maniera passiva.

Scrivo di Rietveld per provare a dire qualcosa di metaforico sul romanzo – la sedia – e su quei lettori che vi ricercano una comoda impagliatura, o imbottitura, per il proprio sedere. C’è sicuramente una mole considerevole di romanzi che segue il dettato delle indagini mercantili sulle diverse tipologie di culi e che viene scritta per soddisfare le loro esigenze, a domanda risposta. C’è però un’altra scrittura che secondo me è quella che rispetta la libertà che offre il genere romanzo: questa, al contrario, vuole alimentare lo spirito-sedente, cioè quello che ci mette del suo, che corre il rischio di cercare qualcosa di non propriamente comodo e che si fa attivo, perché ha da costruire l’impagliatura mentre si siede. Certo, si possono lavorare anche dei buoni prodotti che non siano robaccia – come purtroppo lo è la marea montante di libri che ingolfano le librerie e adesso anche le biblioteche, cresciute negli anni seguendo criteri aziendalistici – la filosofia pervasiva che ha travolto corpi, coscienze e culi negli ultimi quarant’anni. Tuttavia, ed è bene non dimenticarlo mai, questi prodotti sono anch’essi merci, e non solo in quanto lo sono a tutti gli effetti, ma perché i lettori, utilizzando secondo me male la loro responsabilità, li cercano con lo stesso criterio e finalità con cui cercano ogni altra merce. Soprattutto per una passività che si accontenta di riempirsi di sensazioni precotte e per la comodità di evitare qualsiasi possibile cambiamento. Sono spinti sostanzialmente dalla necessità di fingere una perdita di controllo emotiva per poi uscire dalla lettura perfettamente uguali a se stessi, consolidati nella loro prevedibilità riconosciuta e imposta dal mercato. La spazzatura nelle librerie è fatta, certamente, anche di libri pubblicati perché “voglio scrivere un libro anch’io, ne sono capace, no?” Ma queste opere, in definitiva, dopo pochi giorni se ne vanno al macero, o, sparute, ad ingiallire nelle librerie di parenti e amici, che l’avranno acquistati per una sorta di curiosità compassionevole, e magari non li avranno nemmeno letti. Il vero pericolo sta invece nei libri-merce scritti per culi-merce, perché rendono le persone, e così anche il mondo, sempre più brutte e contente di loro stesse e della loro inerzia.

I miei libri saranno quasi sicuramente dimenticati. Anzi, lo sono già, se non per quei pochi lettori che li hanno apprezzati e elogiati, e che forse li custodiranno con rispetto nelle loro biblioteche. Dalla mia posso dire, con tutta semplicità, che prima di scrivere un libro non ho mai pensato a come sono fatti quei consumatori di romanzi che amano appisolarsi sulla loro poltrona preferita e stare comodi durante la lettura. Se qualcuno mi ha detto bravo non è perché ho scelto l’impagliatura giusta, il mio tentativo più tenace è stato proprio quello di non provarci nemmeno. È piuttosto duro rinunciare a farsi furbo e rifiutarsi di avvalersi della consapevolezza di come girano le cose del mondo, ma tant’è, forse ci si nasce, forse siamo stati educati così. Me è per questo che io sono orgoglioso dei miei rari lettori. Loro sanno che non amo la condiscendenza, e mi auguro che i miei libri gli siano piaciuti proprio per questo. Sul mio ultimo romanzo la dedica sarà a quel lettore che è diventato unico per il coraggio di sedersi senza un’imbottitura preparata per il suo sedere: “Al lettore partecipe, pieno di gratitudine”.

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