Chi è quello laggiù?

Al signor Itchek stamani gli capita che apre la finestra prima di rifare il letto e immediatamente vede aggallare dalla memoria questo famoso incipit:

Dolce, quando i venti sul grande mare turbano le acque,

è guardare da terra il grande travaglio di un altro.

Non che oggi sia una giornata particolarmente ventosa, non direi proprio, pensa il signor Itchek, e poi questa finestra non dà nemmeno sul mare, che il grande vecchio da casa sua, in linea d’aria, disterà… quanti saranno?, una cinquantina di chilometri? Dunque senza la tempesta, senza il mare, e quello che più conta senza una persona che tribola con la sua barca in mezzo alle onde – là soltanto il muro celestino della casa davanti che gli copre il panorama. Chissà perché gli sono tornati in mente quei versi di Lucrezio, che… come continuano?, sì, fanno così: è dolce

non perché dia gioia e piacere che uno s’affani

(ci mancherebbe altro! s’indigna il signor Itchek)

ma perché dolce è vedere da che tormenti sei immune.

E allora la situazione è questa: c’è uno che guarda il mare e vede che laggiù c’è un altro in grande difficoltà, la sua barca rischia veramente di calare a picco… e questo vedere è dolce, o meglio, è dolce stare al sicuro lontano dal grande travaglio, e il motivo è che ti piace renderti conto che sei scampato alla disgrazia, ne sei sollevato, ti conforta. Quello che guarda il mare è un epicureo, così come lo era Lucrezio, e si sente sicuro nel fortilizio della filosofia – quello in grave pericolo in mezzo al mare non si sa.

Però dev’essere uno come noi. Ché infatti il signor Itchek ricorda che Spinoza e Nietzsche hanno adottato la metafora della barca per significare la condizione umana, loro due e tanti altri, la barca è diventata una sorta di luogo comune letterario. Il soggetto va per la maggiore anche in pittura e difatti di barche in mezzo a flutti incazzatissimi ne è pieno il mondo. È anche molto probabile che quando uno guarda un quadro così, barca e tempesta – e non è detto sia un Turner, a volte è sufficiente una crosta qualsiasi – s’immedesimi immediatamente nella situazione o addirittura nell’omino dipinto che si vede perso in mezzo a un mare di… guai, per non dire altro. Roba romantica, in fondo, o almeno che il romanticismo e ancora di più il romanticume ha fatto propria.

Capitano mio capitano!

tenga il timone con la mano!

improvvisa il signor Itchek, ma la rotta è persa e il mare ci porta dove gli pare a lui, e di sicuro siamo sul punto di cedere e poi annegare.

Non così l’epicureo, al quale immedesimarsi nel sentimento tragico non piace nemmeno un po’, come non piaceva appunto al divino Maestro e nemmeno a Lucrezio. Neanche a Spinoza. In quanto a Nietzsche dipende, perché gli puoi far dire una cosa e il suo contrario, basta isolare una frase-bacio Perugina da tutto il resto e funziona sempre, o quasi. Insomma, l’epicureo se ne sta al riparo della filosofia – la sua, perché per lui di filosofie vere ce n’è una sola –  e dice che guardare quello laggiù che annaspa mentre le sue urla di disperazione sono coperte dal ruggito del vento – questa notazione drammatica l’ha aggiunta il signor Itchek –, per lui, per l’epicureo-Lucrezio è semplicemente soave, una goduria. Che stronzo!, reagiranno  i più. E invece no, non è così, e il poeta ha messo le mani avanti nel terzo verso – “non perché dia gioia e piacere che uno si affanni -, mica siamo delle carogne! Anche se una carogna, a ben vedere, c’è per davvero e, udite udite, è proprio lui laggiù, quello che presumibilmente tirerà le cuoia a breve, perché, come diceva la nonna del signor Itchek, il mare – il grande vecchio – non lo puoi bere tutto. E se provi a farlo, bimbo mio, affoghi. Così – che scandalo! – la carogna altri non sarebbe che la vittima.

“Perché mai?, non è mica detto che sia colpa sua se si ritrova in quella situazione…” potrebbe commentare un amico del perdono, per esempio un seguace della religione del Cristo. E invece no, replicherebbe l’epicureo, è soltanto  lui la causa dei suoi mali, se non fosse una carogna non si troverebbe in mezzo al mare. “Ma perché sei così cattivo con quel poveraccio?” insisterebbe l’anima candida del cristiano. Già, a scuola non te lo dicono il perché, e anche se ti capita d’incontrare questi quattro versi di Lucrezio – eventualità, ahimè ormai assai rara, se ne duole il signor Itchek –, anche se vengono tradotti e commentati si evita la domanda più imbarazzante. Chi è quello laggiù?, perché lo si incornicia semplicemente come vittima della tempesta?, cioè come uno che, poverino, non poteva farci nulla?

Il signor Itchek lo sa bene chi è quel tipo, e prima di tutto sa che non si tratta di un pescatore di Aci-Trezza. Non è a queste barche che pensava Lucrezio, ed è sufficiente leggere i due versi successivi:

Dolce è anche osservare grandi contese di guerra

svolgersi in campo senza prender parte al pericolo.

Già, i pescatori non c’entrano affatto. Qui si parla di navigazione, e cioè di viaggi, di spostamenti per mare Ed è bene non dimenticare che per i Romani e ancora di più per i Greci, la navigazione non era considerata un’occupazione naturale. Magari oggi viene facile l’idea che anche i classici si dedicassero al tempo libero e agli sport a vela, ma non è affatto così, ride il signor Itchek. Se ti trovavi imbarcato per mare – salvo rare eccezioni  – era infatti solo per motivi di guadagno –per pirateria o per profitto commerciale – o altrimenti per andare in guerra. E siccome violavi la natura – e tra l’altro offendevi anche gli dèi – la navigazione era considerata empia. Senza sapere questo non si capisce nulla, e così dalla lettura scolastica i ragazzini più buoni escono sentendosi migliori dell’epicureo, perché loro, al disgraziato, per lo meno una ciambella gliel’avrebbero lanciata. L’epicureo invece no, perché è consapevole che una vita spesa per arraffare merci, denaro o potere  è una vita bestiale, non soltanto nociva per te che la fai, ma anche per gli altri che la subiscono. Agli epicurei, in effetti, stavano particolarmente sui coglioni tre tipologie di persone: i pirati del profitto – che oggi chiameresti semplicemente imprenditori del capitale – i guerrafondai e chi amava la celebrità e la potenza, cioè i politici. Proprio quella notabile gentaglia che allora andava per mare, i campioni della competizione aggressiva nella società umana, che  grazie alla bramosia di guadagno e di potere incappava nella tempesta delle affezioni, dei conflitti e dei turbamenti – e dunque viveva una vita sprecata e soprattutto la faceva vivere agli altri. Questo, al liceo classico, non te lo dicono.

Quindi l’epicureo rimane imperturbabile nella dolcezza perché si è rifiutato di essere una carogna come lo sono quelli che navigano, cioè come lui laggiù. Annegherà, il poverino? Beh, ce ne faremo una ragione, commenta il signor Itchek insieme a Epicuro e a Lucrezio. Nemmeno Nietzsche gli avrebbe lanciato la ciambella, anche perché un po’ stronzo lui lo era per davvero, e di certo ha provato a navigare contro la natura e contro gli dei, finché la tempesta non gli ha invaso il cervello. E Spinoza? Di Spinoza ne hanno fatto un sant’uomo, anche se aveva quel vizio schifoso di schiacciare i ragni con le dita e ridere, che stride con la beatitudine. Comunque il signor Itchek pensa che no, nemmeno Spinoza avrebbe lanciato una ciambella a quello laggiù. Magari, l’Etica, sì, alla carogna avrebbe lanciato il suo libro. Con un’avvertenza: “Sarà molto difficile, lo so, ma se smetti di fare lo stronzo in mare annaspando e arraffando in quei temporali che per buona parte sono causa tua, e provi a leggere quello che ho scritto, forse, anche se ti ripeto sarà molto faticoso, forse, chissà, potrà farcela anche uno come te.” Spinoza, a parte i ragni, era infatti molto generoso, ridacchia il signor Itchek. Ora è tempo di rifarsi il letto.

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