È conosciuta come la parabola del buon samaritano, ma in realtà Gesù non esprime alcun giudizio su di lui. Gli abitanti della Samaria non appartenevano alla comunità giudaica, e così non avrebbero potuto essere indicati come il “prossimo” da amare, perché nel Vecchio Testamento questo termine era riservato ai parenti, agli amici e ai compagni.
Gesù invece racconta una storia e poi domanda al dottore della legge: “Chi di questi tre” – il sacerdote, il levita e il samaritano – “ti sembra sia stato prossimo per l’uomo che s’imbatté nei briganti?”. E il dottore non può che rispondere “Quello che ne ha avuto compassione”, cioè il samaritano, proprio lui che, con un gioco di parole, si potrebbe senz’altro definire il più distante dei tre da un ebreo.
Io me lo immagino, Gesù, quando pensa Vuoi davvero amare Dio come dici?, caro il mio saputello? Allora “Va’, fa’ anche tu lo stesso” , cioè comportati come colui che fra i tre ti somiglia di meno, il samaritano. Fai come lui, che è cosa diversa da dire sii come lui: fare, un verbo che ci rimanda all’agire più che all’essere. Fare il necessario: c’è un uomo per terra, ne hai compassione, ti fermi, presti soccorso. Ed è per questo che sei il suo prossimo, cioè il prossimo per lui.
Guarda strano, la parabola sembra non coincidere con l’interpretazione più tradizionale: perché se è vero che Gesù dice che amare Dio equivale ad amare il nostro prossimo come noi stessi, questo significa che è la vittima, cioè l’uomo pestato di botte dai briganti, che è chiamato ad amare Dio attraverso l’amore per il samaritano, il suo prossimo. Mentre i preti, da sempre, commentano la parabola dicendo che siccome il samaritano è l’unico che si è fermato dei tre è lui che ama il prossimo, cioè la vittima dei briganti. No, rileggi Luca 10, 25-37, non è questo che insegna Gesù. Il suo racconto, così scarno e incisivo, dice che il samaritano è l’unico che si ferma, che cura e si prende cura – in inglese potremmo utilizzare i verbi to cure e to care, sia dal punto di vista sanitario (“fasciò le sue ferite versandovi olio e vino”) sia dal punto di vista sociale (il trasporto, l’alloggio presso la locanda, il pagamento di quanto dovuto al locandiere). Entrambi i verbi designano azioni che sono esattamente il contrario del me ne frego, cioè del comportamento tenuto dal sacerdote e dal levita, indifferenti e forse, chissà, anche un po’ fascisti.
A ben vedere, però, l’amore del samaritano per la vittima è un carico che ci mettiamo noi, la parabola non dice che il samaritano ama quel poveraccio abbandonato per la strada: lui fa soltanto quel che ritiene necessario. Gesù infatti non racconta che i due sono diventati amici del cuore o si sono reincontrati, e non è così importante come si pensa. Chi invece ha da imparare ad amare il prossimo suo come se stesso è l’uomo che si ritrova “carico di percosse dai briganti” per poi essere curato. Una volta rimessosi in forza e salute sarà lui ad amare il samaritano, a prenderne esempio, rimboccarsi le maniche e fare lo stesso. Se saprà amare il samaritano, a cui deve forse la vita, avrà compassione di chi ha bisogno, e curerà e si prenderà cura dei “mezzi morti” incontrati lungo la via, senza però che sia così determinante che li ami. Continuerà invece ad amare chi gli ha offerto soccorso, il samaritano, cioè il suo prossimo. Imparerà ad amare veramente Dio quando lui stesso saprà diventare il prossimo di qualcun altro, fermandosi, senza domandarsi mai quanto gli sia davvero simile perché vicino, perché amico, perché parente, perché ha il suo stesso odore o colore della carne.
Sembra così poco cristiana, quest’interpretazione? Non credo sia importante. È necessario credere a Gesù, per potersi fermare? Nemmeno questo credo sia importante. A Buddha?, a Allah? Non proprio. L’essenziale è amare il samaritano, il nostro prossimo, colui che una volta ci salvò e ci rimise sulle nostre gambe. Prenderne e replicarne l’esempio. Fare la domanda teologica del saputello, il dottore della legge – “Chi è il mio prossimo?” -, vuol dire non aver compreso ancora l’essenziale.