Raffaele Itlodeo, già piuttosto in là con gli anni, la faccia bruciata dal sole e la barba lunga, lo vedi da lontano che è un uomo di mare, non foss’altro per come tiene con trascuratezza il cappotto che pende dalla spalla. Però è un marinaio che naviga molto di più e diversamente da Palinuro, è un Platone o un Ulisse. Ma Itlodeo vuol dire “distributore di chiacchiere”, uno che in quanto a parole ce n’ha da vendere, parole e dunque bugie. Raffaele Itlodeo racconterà a Tommaso Moro dell’isola di Utopia, perché lui sull’isola che non c’è ma dove c’è il bene – ou-topeia e eu-topeia -, lui spacciatore di ciarle, laggiù c’è stato per davvero. Così siamo in mezzo alle parole, con un autore in carne ed ossa, Tommaso Moro, che si ricrea come personaggio e si mette ad ascoltare il suo protagonista inventato, dentro un racconto anche lui d’invenzione che non solo vuol darci ad intendere che questi due si sono incontrati a Anversa, ma che il marinaio speciale gli era stato presentato dall’amico Pietro Gilles e insieme a loro, come altro testimone della vicenda, c’era anche il figlio dell’autore, Giovanni Clemens. Tutto questo per realizzare una sorta di documentario diviso in due parti: la prima dedicata alla realtà di un Inghilterra vera – vera e disumana – e la seconda dove viene descritta per filo e per segno un’isola fatta dagli uomini per il benessere e il piacere e la giustizia degli uomini, riferita da un bugiardo d’invenzione a un bugiardo inventore.
Evidentemente a scrivere le cose senza tanti giri ma in una maniera più diretta c’era di che preoccuparsi, ma alla fine, a Tommaso Moro, la testa gliel’hanno tagliata lo stesso. Invito a non sorvolare sulla prima parte, quella della realtà vera, perché la descrizione dell’Inghilterra è impietosa, e basterebbe questo per giustificare la necessità di un’utopia che possiamo immaginarci e che comunque mette ancora più in chiaro le peggiori nefandezze di quel che c’è. E poi vorrei soffermare la vostra attenzione sul fatto che gli utopiani sono pieni d’oro, ma siccome sanno che la peggiore merda dell’umanità è proprio quella che vive per l’oro e per il profitto, gli isolani con l’oro ci fanno i pitali dove pisciano e cacano, vasi da notte per i grandi e per i piccini, perché così crescono ben educati e non ti ritrovi un Berlusconi tra le palle – un Berlusconi, un Briatore, ma anche uno di quegli illusi che si compiacciono di considerarsi imprenditori di loro stessi. Vi sembrerà poco garbato quello che sto scrivendo, ma a me, alla testa mozzata di Tommaso Moro e tantomeno a Itlodeo, non ce ne può importare di meno di quello che pensate, se la pensate così, e se vi piace tanto l’oro, stateci dentro, come la merda.
Ora, è buona regola che prima di parlare di un libro bisognerebbe averlo per lo meno letto, ma quando si sente pronunciare la parola utopia – anche se l’ha inventata Tommaso Moro – immediatamente ci troviamo in testa un meme già bell’e pronto per noi, e allora siamo convinti che utopia abbia un solo e unico significato: impossibile. Quell’impossibile ci basta per diventare i sostenitori e a volte i fanatici di un misero realismo rinunciatario, cercando il nido in quel che c’è, così da vivere per estirpare giorno dopo giorno la nostra umanità insieme all’immagine del desiderio di giustizia – perché non lo so se te ne sei accorto, lettore mio, ma ti chiedono questo.
Itlodeo però quell’isola non soltanto se l’è immaginata, lui ci ha abitato per cinque anni, ed ora è tornato tra noi per raccontare la sua esperienza. Così, nella finzione delle parole, adesso si potevano confrontare due terre: l’Inghilterra e Utopia. Ma come descrivere Utopia? E soprattutto, a chi e per chi? Itlodeo, il chiacchierone, sceglie il modo più radicale: dire la verità, mettendo da parte il garbo e non facendo sconti, sia in negativo (quando parla dell’Inghilterra dei proprietari affamatori e assassini) sia di Utopia (quando descrive la Repubblica più umana e civile che sia mai esistita). Per questo è consapevole che non potrebbe mai vivere a corte e diventare, per esempio, un consigliere del re – perché le sue parole sarebbero drasticamente avversate, il potere non ama chi mette in luce la sua ferocia, e fa di tutto per autoeleggersi come l’unica realtà possibile che il mondo ci possa offrire. Quindi non solo odia chi non gli crede, ma in modo ancora più aggressivo chi ha potuto sperimentare qualcosa d’altro e di sicuramente migliore. E il marinaio Itlodeo non accetta compromessi, è un radicale. Nel mentre conosciamo la sua indole, ecco uno dei punti più importanti di questo libro, perché interviene il personaggio Tommaso Moro, con in bocca quelle che presumibilmente sono le parole più vicine al pensiero di Moro in carne ed ossa. È infatti un discorso molto più moderato, e riguarda il modo e il tempo giusto per dire le cose, cioè l’accortezza diplomatica. Aggiusto un po’ le parole della citazione, ascoltiamolo: “A dir vero, non si devono, mi sembra, lanciare proposizioni che si è sicuri non saranno mai accolte, né dar consigli in tal senso. Nei consigli dei prìncipi, dove si trattano con grande autorità affari della più estrema importanza, non c’è posto per tali cose, per un discorso così straordinario… [perché codesto discorso] s’illude che qualsiasi cosa convenga in qualsiasi luogo. Esiste invece un altro modo di parlare, cioè un’altra filosofia: più socievole, che conosce bene il proprio palcoscenico e sa adattarvisi e, nel teatro, sa fare acconciamente la propria parte con grazia e dignità. Ed è questa filosofia che vi consiglio di adoperare” dice Moro a Itlodeo. E conclude, nel riassumere quelli che secondo lui sono i due comportamenti da non tenere: “se non si possono sradicare del tutto i pregiudizi e gli errori, non per questo bisogna abbandonare la nave dello Stato in mezzo alla tempesta. E nemmeno, però, introdurre a forza discorsi insoliti e stravaganti, che si sa non avranno alcun peso presso chi ha idee opposte; ma per vie oblique – e qui voglio ripetere questa espressione: “per vie oblique” – bisogna adoprarsi in ogni modo a condurre le cose, per quanto uno sa e può, acconciamente” – una verità, dunque, acconciata, un po’ truccata – “in modo da rendere quanto meno dannoso sia possibile ciò che non si può cangiare in bene.” La morale della favola: “Che tutto sia bene non si può ottenere, se tutti non sono buoni; e questa è cosa a cui ho rinunziato… per un po’ di anni”.
Il discorso del personaggio Moro appare molto di buon senso, moderato, cautamente ottimista e progressivo, un po’ come se volesse significare: “Per buttare giù un muro si può procedere un secchio d’acqua alla volta…” Dunque una filosofia che vuole anche lei insinuarsi obliquamente, che mentre parla ti lecca le orecchie. Però fallisce, perché Itlodeo non è affatto convinto, e risponde nel suo stile, senza menar il can per l’aia: “Se voglio dire la verità, è necessario che parli nel modo che ho detto. Del resto, non so se sia da filosofo dire il falso; certo non è mia abitudine.” Di più, tira in ballo addirittura Cristo: “Certo, se si dovesse tacere come stravagante e assurdo tutto il male prodotto dalla corruttela umana (…) bisognerebbe tener occulta la maggior parte dei Suoi insegnamenti, che questi vietò di nascondere, ordinando anzi di predicar pubblicamente di sui tetti anche ciò che lui avesse bisbigliato all’orecchio dei suoi”. Insomma, Itlodeo ha ben poco del socialdemocratico, siamo di fronte a un cocciuto radicale, quello che negli anni Settanta – del Novecento – lo avrebbero definito un estremista. Anche se poi è stato proprio Gramsci a dire che “La verità è sempre rivoluzionaria”. Sempre, che vuol dire che la verità non è sconveniente in nessun luogo, se non perché mette sotto gli occhi il pericolo a chi ha da difendere i propri luridi interessi.
Itlodeo non rimane incantato dal discorso suadente di Moro, e toglie anche ogni illusione a chi crede che le cose si possano cambiare da dentro – mai sentita l’espressione “cambiare le cose da dentro”, lettore mio? Ecco quel che ne pensa il marinaio: “E poi non si dà occasione alcuna di poter fare un po’ di bene, a trovarsi in tale compagnia [in compagnia di quelli che Moro aveva definito i “consigli dei prìncipi, dove si trattano con grande autorità affari della più estrema importanza”, detto in altri termini, nelle stanze del potere, dove si governa, tra chi fa politica]. I politici, dice Itlodeo, “È più facile che guastino un fior di galantuomo anziché correggersi essi, perché, frequentando questi malvagi, o ci si corrompe, o la propria probità, il proprio disinteresse fa da paravento alla pazza malvagità altrui. Tanto è lontano il caso di potere, per quelle vie traverse, mutar nulla in meglio”. Pensi di saperlo dire in modo più preciso? Dunque: tra Itlodeo e Tommaso Moro c’è un confronto che assomiglia tanto, ma proprio tanto, alle eterne discussioni tra una sinistra rivoluzionaria, estremista ecc. ecc. e un’altra progressista, gradualista, socialdemocratica. Due anime – e la parola “anima” l’hai mai sentita? – due posture esistenziali che non solo si sono combattute, ma anche vicendevolmente offese fino alla diffamazione. Nel frattempo i reazionari e i fascisti se la godevano e se la godono tutt’ora, e non stanno, voglio ricordarlo ancora una volta, dove dovrebbero stare, dentro il pitale d’oro come la merda e il piscio – lo so, si vede che parteggio per Itlodeo…
Comunque c’è una grande differenza: Itolodeo e Tommaso Moro non si odiano. Anzi, si rispettano e cercano di comprendere le loro ragioni, anche se non vanno d’accordo su tutto. Ma questo non basta: è stato Tommaso Moro a creare Itlodeo, e secondo me, sotto sotto, un po’ lo invidia: anche Itlodeo è l’immagine di un desiderio di giustizia, quel marinaio un po’ rude e un po’ sgarbato è ciò che Tommaso Moro vorrebbe essere e non può, uno che ha viaggiato davvero in lungo e in largo e non soltanto come l’inviato del re. Itlodeo ritorna da Utopia e racconta, Moro invece, e ce lo dice lui stesso, è indaffarato, preso nella rete delle cose pubbliche e poi della famiglia: “Continuamente in tribunale, ora a trattar cause, ora ad assistervi, ora a comporre liti di conciliazione… continuamente fuor di casa tutta la giornata a disposizione degli altri… e poi la famiglia, mi tocca conversar con la moglie, far la voce grossa coi figli, parlare con i servi… – e certo lui è ben educato, mai gli uscirebbe dalla bocca la probabile sintesi del discorso elaborata dal marinaio, “che palle!” Gli tocca anche studiare e scrivere negli scampoli di tempo, rubati al sonno e al mangiare, a Tommaso Moro. Ed è da questa vita qui che crea il suo alter ego, è con Itlodeo che può imbarcarsi con Amerigo Vespucci e poi, per il rotto della cuffia e con tanta fortuna, infischiarsene dei mostri marini a cui crede la maggior parte della gente e approdare finalmente a Utopia. Che non è un’isola di carogne come i primi capitalisti inglesi, ma di persone ammodo e perbene, cittadini che lavorano senza diventare delle bestie ma solo part time, che sono curiosi di tutto, che provano piacere e stanno in salute, che sono tolleranti, che siccome sono amici si aiutano e si rispettano, che prendono per il culo chi crede nella proprietà privata, che fanno la guerra ma solo per difendersi o per rendere schiavi chi ha offeso altre popolazioni invase. Dunque è Tommaso Moro che ha il sogno di Itlodeo, non viceversa. Ed è Tommaso Moro che sa che l’Utopia è essenziale, e cerca di difenderla, anche con i suoi mezzi graduali, progressivi, non radicali. Tutto questo è un grande insegnamento per quella che dovrebbe essere la sinistra in Italia, e non soltanto in Italia, e che così nel nostro Paese non è mai stata tranne che in poche occasioni, come la Resistenza o durante la stesura della Carta Costituzionale. Soltanto con questa capacità d’ascolto reciproco, soltanto con questo dialogo, soltanto sapendo da che parte sta l’Utopia e che cosa significa la forza di immaginarla politicamente, come la realtà di un desiderio di giustizia – soltanto così si riesce a sconfiggere quella merda appestante dei proprietari padroni e dei loro servi, e a ficcarli, finalmente, nei nostri pitali d’oro. O meglio, Itlodeo di sicuro sarebbe d’accordo. Tommaso Moro forse non si affiderebbe ai vasi da notte, ma lui non dimentica la vita di Utopia, e per questo, anche se malvolentieri, ci scommetterebbe ancora una volta la testa. Itlodeo, di lui, si fida.