Io e Giuliano

“Tra duecento metri svolta a sinistra in via Dante Alighieri” suggerisce la voce femminile di Waze, l’app che ho scaricato per la cosiddetta navigazione stradale. Si naviga su internet, sulle strade e un po’ dappertutto, anche se molto raramente in barca, almeno io. E comunque Dante Alighieri ce l’ho nella borsa. Non propriamente lui, s’intende, ma il libro che Boccaccio ha dedicato alla sua vita, Il trattatello ecc. ecc. Insieme alle cartelline, i biro e l’agenda, lo porto con me, per quanto il ruolino di marcia non comprenderà alcuna sosta utile per leggerne anche solo una pagina. Ma non si sa mai, e poi la sua presenza mi piace. Quando esco per lavoro, anche se non farò che scendere e salire dall’auto e parlare con i tirocinanti e i tutor aziendali, ogni mattina scelgo un libro tra quelli che sto leggendo e lo metto in borsa. Immagino che per me rappresenti una continuità simbolica con ciò che mi piace fare, leggere e scrivere – meglio ancora, scrivere e leggere. Così ho l’impressione di avere la scrittura con me, di non trascurarla, magari da lassù lei mi osserva, si accorge della mia… devozione?, ed è proprio lei a non dimenticarsi di me. Scherzo, ma fino a un certo punto. Ieri ho trovato in Boccaccio quella cosa del gomito, com’è che dice?, “se non stesse il gomito riposato”, sì, sono queste le parole esatte. Argomenta che se non avessero quelle comodità che agevolano lo studio e la poesia, molti dei privilegiati del gomito a riposo non riuscirebbero a dedicarsi né alla lettura né alla scrittura. Dante invece no, lui ne ha passate di cotte e di crude, e nonostante l’esilio ha trovato la forza di scrivere la Commedia, e tanto altro. Figurarsi se avesse avuto il gomito riposato, giorno e notte a dialogare con le parole scritte… che avrebbe potuto fare?, si domanda il biografo, cosa ne sarebbe potuto sortire? Addirittura un dio, “Dante sarebbe in terra divenuto un iddio”, scrive il Boccaccio, e non ha il tono di chi esagera. Dante, Boccaccio… nientedimeno, neanche tu fossi una persona seria, mi dico. Non hai studiato come le persone serie, non hai finito nemmeno l’Università. Tu cerchi di leggere quel che hanno scritto di buono, ma a modo tuo, un po’ cialtronesco e quasi scanzonato. Tra l’altro molti libri della tua biblioteca sono proprio di professori universitari, saggi, opere di filosofi-professori, di storici-professori, di poeti-professori, ecc. ecc. E anche fra gli artisti non ami chi si esibisce, chi trova uno spazio in vetrina e ogni dieci parole che pronuncia ci tiene a ribadire: “Vedi? Io sono un artista…”. No, non mi piace la figura del bravo venditore di sé stesso. Ma forse sono soltanto loro gli artisti e i poeti seri, chissà, quelli che combattono il drago senza vergognarsi del mestiere – un mestiere artigianale che come ogni altro prevede una bottega aperta e il rapporto con i clienti – loro fanno quello, sono quello, e le persone glielo riconoscono. Tu, invece, scrivi e leggi, hai pubblicato qualche libro, e però hai un’altra identità sociale, non sei uno scrittore, ma uno dei tanti, troppi, che scrivono. Però la mattina metti un libro nella borsa perché non si sa mai, forse vuoi convincerti che quello è il tuo vero fare, la postura che hai scelto nel paese/mondo – e ti racconti che lavori nella cooperazione da quasi trent’anni ma per finta, per camuffarti. Però, di’ la verità, è stato abbastanza semplice: magari non ti sei venduto perché non desiderano comprarti, tutto qui. Altrimenti saresti una splendida puttana. E ora “sei arrivato a destinazione” dice la signora, o signorina?, di Waze.

Aveva sbagliato una settimana di date sul registro, Giuliano, ho dovuto tirarci sopra delle righe, annullare e ricopiare, un cimitero… E anche il tutor dell’azienda sarà un paio di mesi che non firma – firma, dio santo!, gli dico tutte le volte, che gli ci vorrà, questione di cinque minuti. Ma no, non ha tempo… Giuliano fa quel che può, per lui non è così scontato e dipende dai giorni, da come gira… mica è colpa sua. Poi sono passato da quell’Enrico, il capo reparto: “Come va?” gli chiedo, lui però si gira verso un operaio dall’altra parte del capannone e gli urla: “No lì!, di là, quelle!” e si riferisce evidentemente alle scatole caricate sul traspallet, poi si volta di nuovo verso di me, un modo di dirmi che anche lui ha da fare cose più importanti, “Come va… beh come va… benino diciamo, coi suoi ritmi… ogni tre per due s’incanta… ma va benino via, qualcosa fa. Oh! ma allora non hai capito, porc… ho detto di là! di là!, ma che parlo arabo?” urla ancora in direzione dell’operaio. “Bene…” dico io, “le lascio questo modulo da riempire… sulle competenze. Le dia un’occhiata, poi, quando troviamo un po’ di tempo, ne parliamo insieme”. Ora guarda il foglio che gli ho messo in mano come se fosse davvero in arabo, mi sorride e mi dice “Perché vedi… ora…” “Sì, sì, ho capito, ha da fare, non si preoccupi, ripasso con più calma”, lo rassicuro, “arrivederci alla prossima settimana”. Mi verrebbe anche da salutare il modulo, perché non so che fine farà, generalmente la prima volta va perso, se non lo mette subito in un cassetto. “Ok… alla prossima” mi saluta, e sparisce dietro uno scaffale stracarico di scatoloni. Ritorno a salutare Giuliano, che indossa la sua solita felpa bicolore, blu e gialla, sembra uno che lavora a un distributore di carburanti. Le scarpe antinfortunistitiche le ha indossate, bene. “Giuliano, allora, hai capito vero come devi scrivere sul registro?” “Sì…” risponde, e mi sorride, perché ha capito e non ha capito, ma fa lo stesso, non voglio scrivergliele io, le date, anche se sbaglierà altre dieci volte deve provare e riprovare lui. “Intesi allora?” “Sì, bene…” “Io ripasso la prossima settimana, Giuliano, e se c’è qualcosa… lo sai no?, mi chiami…” Questa volta fa cenno di sì con la testa, mentre strizza gli occhi, un suo tic, come un gattone un po’ scarruffato. “Mi raccomando, controlla sempre se dentro la scatola hai messo il numero giusto di rotoli, ok?” – sono nastri adesivi. “Ora devo andare” e gli do una pacca sulla spalla, “Sei una roccia!”, quando lo saluto gli dico sempre così, “ciao!”. Giuliano mi fa ciao con la mano. Vado verso l’uscita del capannone, dopo una decina di metri mi volto, bene, si è rimesso all’opera… Il suo ritmo di lavoro è abbastanza costante, la sua produzione circa il 40-45% per cento di un operaio, spero che da qui alla fine del tirocinio possa raggiungere per lo meno al 55-60%. Non sarà facile.

Oggi è caldo, ottobre inoltrato e il caldo non se ne va ancora. “Era una splendida giornata, e il nostro eroe…”, puoi scrivere così, se scherzi. Il lettore, dopo cinque o sei parole, vede che gli stai strizzando l’occhio ed è disposto a seguirti soltanto se ha voglia di scherzare anche lui. Almeno il lettore che vorrei io. Perché se invece attacchi così: “L’estate, quell’anno, non voleva finire. Era una splendida giornata, e Sally…” ecco, con un incipit come questo troveresti già diversi lettori che ti seguirebbero, che la storia, perché no?, potrebbe farsi interessante, potrebbe decollare, trascinarti per i capelli e portarti via con sé… ma non sono i lettori che cerco io. E poi, con un incipit del genere, come fai a prenderti sul serio?, come potresti raccontarti la storia di Sally senza metterti a ridere sulla tastiera? Sally tutt’al più è buona per una canzone di Vasco Rossi. Ma tu non sei uno scrittore con la bandana, nella borsa professionale da tutor tieni nascosti Dante e Boccaccio, mica robetta! E poi, diciamo la verità fino in fondo: Giuliano e io non apparteniamo alla razza degli imprenditori di sé stessi, non ci si crede a questa gigantesca cazzata collettiva. Ci crede e ci gode senz’altro quel tipo là, il caporeparto Enrico, che sbraita agli operai… lui sì che è rimasto, come ha detto di Giuliano?, incantato, sì, incantato sull’enorme bufala inoculata goccia a goccia dal capitalismo nel sistema venoso degli ultimi trent’anni – l’imprenditorialità e il progetto di sé, la realizzazione, la performance, o come raccontano quegli psicologi garbati, la fioritura. Al ducetto Enrico, se gli sposti le scatole, lo fai incazzare per davvero… che per lui, se risparmi dieci minuti è grasso che cola, e magari gli danno il premio produzione. Ma a me e Giuliano che ce ne importa dell’autoimprenditorialità? Noi due non siamo a cottimo, e allora aspiriamo a un lavoretto intorno ai mille, mille e cento euro… che anche con una felpa bicolore da benzinaio e un’edizione economica del Canzoniere ce la facciamo a fine mese, no? Certo, io lo vorrei veder rovesciato, questo mondo rovesciato, e allora a Giuliano, anche se non raggiungerà mai il 50% del numero delle scatole completate da un imbecille qualsiasi, io a lui gli darei lo stipendio del caporeparto e al caporeparto lo stipendiuccio che se va bene potrà guadagnare Giuliano, tanto per vedere se gli passa la fregola d’urlare. Ma purtroppo non sarà così, Giuliano e io lo sappiamo già, e allora per protesta imbrattiamo i registri della Regione, lui fingendo di sbagliare i giorni e gli orari, io tirandoci le righe sopra. Siamo due luddisti del sistema produttivo scatole, due granellini di sabbia negli ingranaggi, due amici che si sono incontrati e riconosciuti. Del resto, nel testamento di Petrarca, c’è un lascito destinato all’amico Boccaccio: la somma per una veste da camera che gli conservasse il tepore del corpo durante le gelide notti di studio. Fosse esistito il pile gli avrebbe regalato una felpa.

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