Un azzurro impossibile

La seconda composizione di “Commovimenti” riguarda le mie poche esperienze lavorative prima dei trent’anni, sempre occasionali: manovale, portiere in una casa di riposo, operaio factotum in un deposito di carburanti. Il titolo trova nel colore del kerosene – un azzurro non naturale – la metafora dell’assenza di cielo nel lavoro. Anche qui non ci sono capoversi, la struttura è compatta, dalla descrizione aneddotica di un lavoro si salta alla successiva senza soluzione di continuità. I brani di “Commovimenti” assomigliano a placche, a zolle.

UN AZZURRO IMPOSSIBILE

Mio padre morì: avevo vent’anni e salii per la prima volta su un’impalcatura. Lavorare il ferro dei plinti non era una scherzo. I chiodi li piantavi a zampa di gallina e via e via. Queste mani cotte dalla brinata ci vuole l’olio e carta grossa da macellaio, “tagliali il becco al martello! che sembra Pinocchio!”. Alla casa di riposo un compagno dalla mazza vermiglia mi dava da fumare minuscole esportazioni. Quel giorno della bufera crollò un albero del giardino e i passerotti abbattuti dalla grandine si sposarono bene con le olive. “Lo vedi? gli anni ci fanno come i funghi, gialli e marroni”. Per la sveglia mi dissero di soffiare forte in un fischio d’argento e i vecchi li avrei trovati sul pianerottolo. Io bussai a ogni porta e lei si chiamava Miranda e lui Serafino e io sono Luca, “se mi fai uscire ti regalo questa pera”. Poi venne la giostra delle taniche. I pomeriggi acquosi del deposito non finivano mai: schiàffale sotto le pompe e corri a caricare il camion, sette per dieci doppia fila, le braccia non le sento più. Il kerosene è un azzurro impossibile, mangia le scarpe e attento a non stropicciarti gli occhi. Intanto, come una macina di pietra, strideva dentro di me la scrittura e faceva polvere.

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