CARTA TRENTASETTA, ELOGIO DELLO VERME
Solo se se’ duro come pigna verde avrai bisogno che ancora me dilunghi sull’amore de Cesco per ogni creatura dello creato, financo de la più misera, perché lo nostro pastore era sì di corpo minimo ma de grandissimo core. E dunque se tenea al rispetto de tutti li animali e di più de quelli che vengono definiti inferiori, ti basti a exemplo lo verme, detto anche lumbrico o becius. Ché infatti lui quanno ne vedea uno sullo viottolo lo prendea nella mano e lo traea da parte perché non fusse schiacciato, posandolo sul ciglio erboso. Non te starò a riferire della volta che predicò anche a li fratelli beci o dei dialoghi che con loro intessé, in quanto me risulta assai difficile de tradurre il lumbrichese in scrittorio, ma te posso assicurare che anche li vermi, per quanto tale espressione ti cagionerà riso, quanno parlava Cesco erano tutt’orecchi! Del resto lui ci dicea d’apprezzare molto nello specifico proprio fratello becius perché gran lavoratore ma non accumulatore seriale come le sorelle formicole, che come sai non riscotéro mai dallo santo lo medesimo elogio. Fratello verme era beneficus per lo suo mangiare la terra da uno buco e ricacciarla fertile e generativa dallo buco medesimo e per questa sua capacità, dono di nostro Signore, dovea essere preso a esempio di virtute. E anco perché lo lumbricus, se reciso est nello centro, da uno nascono due fratelli e così via, sempre per dono de nostro Signore.
Tra i fratelli nostri cresciuti de numero c’era imperò qualcheduno che non solo d’homini si facea pescatore, ma anche de li pesci, e siccome li fratelli venuti dopo i primi, con gran rammarico del nostro Cesco, non stavano alle strettissime regule de lo Vangelo nella imitazione del Cristo, alcun di loro se accampava con noialtri ma munito de canna da pesca e filo e addirittura amo!
“Non semo mica boiscaut…”, provò una volta a dire fratello Campano, mostrando lo pugno. E Zolfino, meleggiandoli: “Oppure voi pensate davvero d’esse giovini marmotte?”
“Che male facemo? Noi peschiamo li pesci come voialtri”, se difendevano questi.
“Sì, ma mica con li nostri usi… voi adoprate addirittura la canna!”
“E che c’è scritto su lo Vangelo che non si puote con la canna? È proibita la canna?” fece uno sbruffoncello saputo, che qui a Campano già li giraro.
“Il problema non est propriamente la canna…”, cercò di trattenersi Zolfino, “Se te la fai artigianale, sorella canna, non sei in peccato de diavolanza…”
“ E allora? Donde sta lo guaio?” continuò con manifesta arroganza il novo fratello.
“Che ci metti sull’amo bimbetto?” a Campano le prudevano le mani e tagliò corto.
“Che ce metto… che vuoi che ce metta, ce metto lo verme, no?”
“Ecco, vedi? Nun se pole. Lo becius va lasciato sta’. Se proprio vuoi pescare come uno borghesuccio te usi lo chicco de granturco o lo mollicone. Ma mica sta bene però, perché è roba mangereccia anche per li cristiani e tu ce nutrichi li pescioli che già li nutrica a sufficienza Iddio. E comunque, in ogni caso, lo lumbricus non se pole in nessun modo.”
“E mamma mia! Che sarà mai… uno verme è uno verme. Che è nostro fratello pure lo verme?”
“Diàmine!”, ribatté Zolfino, “Proprio da lo verme, il più misero, tu hai da prendere exemplo, misero e generoso, che rende sorella terra parimenti generosa…” e qui Zolfino tessé il panegirico del becius come aveva imparato dallo nostro santo Cesco.
“E poi lo verme te dette forse lo consenso? Te pare bello infilzarlo? Pensi che lo verme non abbia sentimento?” era intervenuto anche Cattani, con motivazioni più dotte.
“Quale sentimento? Lo vermiciattolo di buca? Ma dite un po’ signori miei?, sarete mica Catari in odor d’eresia, voialtri?”. E qui metto nota perché delli Catari se dicea in giro che cussì erano nominati per lo rito sacrilego di baciare lo culo dello gatto, e allora, a Campano, le travasiede lo vaso della pazienza e le si spense lo lume degli oculi – uso due metafore in fila per farti comprendere a pieno la gravità dell’incazzagione. Così te agguantò lo sbruffoncello per la collottola e gli disse “Or tu vien con me… che te porto a pescà come so io!”. Gli altri boiscaut impallidiro e se ne rimasero fermi fermi. “Vedrai che t’insegno io a prendere li pesci come sa fare nostro fratello Egidio…” continuò Campano.
“E chi è fratello Egidio?” chiese lo spenzolato con mezza voce.
“È uno fratello di noialtri e anco dello becius…” puntualizzò Zolfino, ironicus ma non troppo.
Insomma, tu che sei già edotto dello stile di pesca dello Zolla, che è a guisa de palombaro, or ti puoi immaginare che successe de lo giovine marmotta, ma io te lo riferisco l’istesso. Campano lo trasciniede allo torrente Saonda, con il codazzo di noi fratelli originari, e trovatone la gora più cava qui lo tenne inzuppato fin quasi a soffoco – ma per scherzo, lo sapemo, che lui per quanto rude bergamasco non facea nemmeno malo a una mosca guappa de cavallo. E lo tenea un po’ sue e un po’ giue, e gli dicea “Vediamo se te riesce di pescarci almeno un’arborella!” con l’aggravante che s’eramo nello mese della purificazione, cioè a Februarius. E proprio in ragione del nome di questo pesciolicchio, lo boiscaut, siccome una volta asciutto si dimostrò profondamente mutato nello carattere e seppe rispettare anco lo lumbricus, diventiede lo nostro fratello Arborella, inclusus.
E io t’ho raccontato questa storia dello verme perché me sembra dimostri che vero non est che lo homo già in malo modo forgiato non possa più cambiare. Sufficiente è adoperarsi nello percorso giusto, e in questo c’insegna proprio lo becius, maestro de virtù, che grazie allo signor Iddio santissimo, tramuta sorella terra in forza regogliosa di natura, come anco Campano, ugualmente instrumento nelle mani d’Iddio, fece de Arborella uno umilissimo fratello in Cristo. Me ripeto, per rimarcare lo senso: Campano nelle mani d’Iddio tenne nelle mani Arborella che per mezzo de Campano in quel modo fu ugualmente nelle mani d’Iddio. E tutti, alla fine, siamo nelle mani de’ vermi, cioè sempre d’Iddio, sia lodato nostro Signore Altissimo. Se te sembra prolisso e difficile, rileggilo.