Lo starnuto

(Qui dialogano le mani di uno scrittore, e non in senso metaforico.  È già una cosa inconsueta il fatto che due mani possano parlare, ma ancora di più che abbiano un naso con cui stranu… ehm starnutire. Bisogna comunque considerare che a volte la realtà mostra delle limitazioni davvero intollerabili).

“Com’è successo?”

“È successo che ho stranutito e sono sparite le parole.”

“Starnutito, non stranutito.”

“Sì, insomma, ho fatto uno stranuto e via tutto!”

“Vabbè, lasciamo perdere…”

“Come lasciamo perdere?, e come si fa ora?”

“Mi riferivo al tuo ‘stranuto’. Starnuto si dice, star-nu-to! Ma è così difficile?”

“M’importa assai a me… starnuto, stranuto… tanto siamo nella merda uguale.”

“E tu vai a starnutire proprio in quel momento?”

“Lo starnuto non ci puoi fare nulla, viene quando gli pare a lui.”

“Anche questo è vero. Ma com’è andata di preciso?”

“C’era scritto: ‘Salva’.”

“E tu?”

“E io, certo che salvo! Ma poi mi è arrivato lo stranu… – ho starnutito insomma – e via, perse tutte le parole.”

“Non avevi mai salvato prima?”

“Mi sa di no, altrimenti non ero qui a disperarmi, ti pare?”

“Già… ma quante volte te l’avrò ripetuto? Sempre salvare prima.”

“Non lo sapevo mica che mi sarebbe venuto quello stra…”

“Starnuto! starnuto! Dio santo!”

“Ehhhh…cccccì!”

“Per la miseria!”

“Ecco, lo vedi? Quando ti viene così, hai voglia di stare attento… per un momento non sei più in te, altro che padrone delle tue azioni…”

“Ci credo, con codeste popò di bombe! – e quindi devi aver cliccato per baglio su ‘Non salvare’…”

“Per forza. E ora?, non è che guardando nel cestino…”

“Ma quale cestino…”
“Siamo fottuti.”

“Non ti ricordi nulla?”

“Te l’ho raccontato, no? di com’è andata?”

“Non mi riferisco a quando hai starnutito… dico di quello che avevi scritto…”

“Io?”

“Certo, tu, e chi sennò?”

“Io non le tengo mica a mente, le cose… io scrivo sotto dettatura… Lui mi dice quello che devo scrivere e io lo scrivo… so un accidenti quello che ha da scrivere, lui…”

“Infatti non sei che un operaio tu, è vero, me ne scordo sempre.”

“Ecco, ha parlato lo specialista…”

“E che c’entra questo? Io non ho mica a che fare con la tastiera? Io sono esonerato, dai tasti… Io giro le pagine dei libri…”

“Ogni tanto pigi qualche tasto anche tu…”

“Sì, vabbè, ma così… per mettere una maiuscola… fare un control +…”

“Appunto, tu non ce l’hai la responsabilità che ho io… tu anche se ti viene lo stranuto non succede nulla… io sarò anche un operaio, ma tu allora sei un contadino, un povero bifolco…”

“Vacci piano con le parole, bello mio. Ché intanto io non starnutisco e nemmeno dico ‘stranuto’…”

“Capirai…”

“Eppoi girare le pagine del libro è importante, perché senza tutti quei libri che ho girato pagina per pagina che vuoi sapere che scriveresti tu…”

“Io? Non c’entro nulla io! non hai capito… È lui che decide, io mi limito a battere quello che lui ha da scrivere, va bene?”

“E così non ti ricordi una mazza… però starnutisci.”

“Perché? Tu ricordi qualcosa delle pagine che giri?”

“Io no di sicuro, mica voglio confondermi. Sto attento a quando girare la pagina e stop, sarà una cosa semplice ma faccio il mio lavoro con coscienziosità.”

“Sì, appunto, sei un contadino…”

“Contadino o no qui dobbiamo risolvere un bel problema e invece ci stiamo perdendo in chiacchiere! Lui che fa?”

“Ora non c’è.”

“E dov’è?”

“Che vuoi che ne sappia? Credevo che fosse con te a girare le pagine…”

“No, qui non c’è.”

“Meglio… perché quando ritorna e si accorge che le parole sono sparite… vedrai che baraonda!”

“Già. Proviamo a fare qualcosa, allora.”

“Tipo?”

“Non so… non ti ricordi proprio nulla? Che scriveva? Scriveva un romanzo?, un articolo?, una poesia?”

“Una poesia, mi sembra…”

“Ne sei sicuro?”

“Sicuro no, però…”

“Però?”

“Mi mandava parecchie volte a capo, vedrai che era una poesia.”

“Già meglio.”

“E perché?”

“Perché se è una poesia è corta… Forse ce la possiamo fare.”

“Chi? Noi due? Fammi capire… pensi che io e te si possa scrivere una poesia? Un operaio e un contadino?”

“Proviamo…”

“Ma sei scemo? E poi come si fa a scrivere quello che aveva da scrivere lui? Io non mi ricordo nulla, te l’ho detto.”

“Be’, una poesia… Le poesie in fondo, tarabaralla, sono quasi tutte uguali…”

“Tarabaralla?”

“Sì, roba così… le solite parole…”

“Ma che ne sai tu?”

“Parole tipo cielo, mare, amore… e albe, cose così insomma.”

“Come sole e tramonto?”

“Sì, lo vedi che lo sai anche tu quali sono le parole?”

“E poi il vento, nelle poesie c’è sempre vento…”

“E la pioggia, la stazione…”

“Magari anche un bacio e un addio.”

“Certo, queste parole qui, un po’ di pappa del cuore insomma.”

“Ma secondo te lui se ne accorge?”

“Secondo me se lavoriamo bene no, ne ha scritte tante di poesie…”

“Questo è vero, forse non ci fa caso. Del resto non è che abbia scritto dei capolavori, no?”

“Appunto.”

“Ma lo sai che mi hai quasi convito? Forse non se ne accorge per davvero…”

“Non se ne accorge di sicuro. Dài, proviamo!”

“Ok!, sono pronto!”

“Intanto, l’ambientazione.”

“Qui si casca in piedi, il mare o la stazione di notte…”

“Bene bene. Allora io sarei per il mare… e la spiaggia!”

“Certo, la spiaggia. E poi il sole, al tramonto…”

“E lei che cammina sulla spiaggia…”

“Lei chi?”

“Lei la donna del poeta, no? Lei non può mancare.”

“Vero. Un gabbiano?”

“Ora si vede se serve.”

“Bene.”

“Provo l’attacco…”

“Sì.”

“Io direi: “Ti ho visto camminare sulla spiaggia…”

“Sì, bello – bravo, è un endecasillabo…”

“Davvero?”

“Eccome no!”

“Ti giuro che mi è venuto per caso.”

“Meglio, se è spontaneo è più autentico. Continuo io: ‘al tramontar del sole nell’aranciato’”

“Eh, mi piace quel ‘tramontar’, fa così poesia… Comunque: aranciato o aranceto?”

“Aranceto? Mica siamo in Sicilia…’Aranciato’, e a capo ‘cielo’.”

“Ah, non avevo capito… Sì, notevole, anche se il discorso è spezzato e una parola sta su e una giù…”

“Si chiama enjambement…”

“Cosa?”

“Questa qui che ho fatto, le parole sono strette l’una all’altra ma anche separate, una su e una giù, enjambement.”

“Ma lo sai che a volte mi stupisci? Non ti riesce dire starnuto e poi invece sai dell’enjambement, addirittura il francese…”

“Quindi viene così: “Ti ho visto camminare sulla spiaggia / al tramontar del sole nell’aranciato / cielo…”

“Ci metterei un punto…”

“No, meglio i due punti, e poi “eri bellissima!”

“Mi sembra un po’ banale…”

“Hai ragione. Allora, dopo i due punti ci mettiamo ‘meravigliosa apparizione’. Lo senti come suona bene?”

“Davvero! Aspetta, riprendiamo la rincorsa: ‘Ti ho visto camminare sulla spiaggia / al tramontar del sole nell’aranciato / cielo: meravigliosa apparizione!’ ci sta da dio anche un bel punto esclamativo!”

“Perfetto! E ora?”

“E ora a capo, un po’ di vento…”

“‘Fu allora che t’insinuasti nel mio cuore’ – ecco la rima – e a capo ‘come un vento’, che ne dici?

“Stupenda! Continua, ti sento ispirato….”

“C’è la donna, il tramonto… e il poeta però sente dentro la solitudine, no?”

“E il gabbiano?”

“Aspetta… vediamo un po’: virgola, ‘e benché solo’, e qui un’altra volta a capo ‘io mi sentii come un gabbiano in volo!’”

“Cazzo! È bellissima! Ma come fai?”

“E quindi tutto insieme viene:

Ti ho visto camminare sulla spiaggia

al tramontar del sole nell’aranciato

cielo: meravigliosa apparizione!

Fu allora che t’insinuasti nel mio cuore

come un vento, e benché solo

io mi sentii come un gabbiano in volo!” col punto esclamativo.

“Dio santissimo! È magnifica!, e c’è tutto! Che ti avevo detto? A volte basta un po’ di buona volontà e le cose si risolvono…”

“Secondo me non se ne accorge.”

“Ma come fa ad accorgersene? Credimi, è quasi meglio di quella roba che scrive lui.”

“A dir la verità pare anche a me… Siamo state davvero brave, avevi ragione.”

“E ora la salviamo per bene e la mettiamo sul desktop, ché lui lascia tutto lì… Ci vuole un titolo, un titolo evocativo…”

“Che ne dici di ‘Sera aranciata?’”

“Mi sembra ottimo . Dunque scrivi, ‘Sera aranciata.doc’. Salva”

“Ehhhh…cccccì!”

Altri articoli