Tra scrivere e leggere non c’è paragone

È stato molto faticoso, per me, riuscire a leggere un libro per intero. A muovere gli occhi sulle parole di un pagina  mi pareva di non fare niente. Era già un problema starci seduto davanti, al libro, era noioso. Scrivere già diverso, almeno muovevi le mani, e poi ora sul foglio c’era qualcosa che prima non c’era. Infatti mi piaceva anche disegnare, leggere invece era uno spreco di tempo.

Ricordo ancora le immagini legate alle lettere dell’alfabeto, sui cartelloni alle pareti. Per esempio le vocali: i era un imbuto, o un’oca, u uva,  e poi la e di elefante e la a di ape. Anche se le ho dette in ordine sparso le vocali erano indiscutibilmente cinque, soltanto all’università diventarono sette. Magari la maestra poteva appendere anche altre due figure, così ci risparmiava quelle sorprese destabilizzanti, tipo, che so?, la è di ernia e la ó di origano. Forse l’uva e l’imbuto rimandavano all’infiascare il vino dopo la vendemmia, ma un’ape un elefante e un’oca non credo si potessero vedere insieme nemmeno al circo. Comunque a scrivere non ci vuole nulla, uno prende per esempio la o di oca e la riscrive centoventi centotrenta volte e alla fine si richiude bellina su sé stessa. La i è ancora più facile perché assomiglia a uno stecco, l’importante è che il puntino sia in cima, ma non proprio appiccicato, la i basta ricopiarla una settantina di volte. Più difficili sono le cosiddette consonanti, intanto perché sono tante di più e poi alcune risultano un po’ sgorbie, specialmente se le scrivi in maiuscolo, e se anche le ricopi e le ricopi, ecco, non ha mai la soddisfazione di vedere che una è uguale all’altra. Si va avanti così, il gioco è di mettere questo insieme a quello e quello insieme a questo e allora vengono fuori le parole. Se l’hai messa insieme giusta la parola equivale a una cosa, per esempio c’è erba e c’è l’erba che cresce nel cortile, c’è gatto e c’è il tuo gatto che anche se si chiama Pussi ed è diverso da Pupa, sono gatti tutti e due lo stesso. Però poi ci sono anche parole che non sono nessun animale o cosa fra le cose vere, e quelle sono un po’ meno di sostanza, secondo me. Se ne stanno fra le altre parole e servono per capire un po’ meglio la frase, ma non sanno di nulla: quel, per, sul, da e via e via. Un’altra roba buffa sono i verbi, perché sono quasi sostanziosi come le parole sostanziose, ma si muovono. Se imbuto è una parola fissa come una fotografia, infiascare è una parola come un’immagine alla televisione, che non sta ferma. I verbi però anche loro sono semplici, servono per fare le cose, spostarle, andarci verso, buttarle via, saltarle… insomma, ci fai un po’ quello che ti pare e piace. C’è però un verbo parecchio strano, il più corto di tutti, il verbo è. Infatti  è, all’incontrario degli altri verbi, sta fermo, e poi non ha sostanza, cioè da solo non so a che serve. Lui lo metti tra una parola e un’altra e allora, in qualche modo, è come se queste due parole si guardassero allo specchio. Tipo, uno scrive: il gatto è nero, vuol dire che nero e gatto anche se non sono proprio uguali si assomigliano tanto, e che se Pussi si guardasse allo specchio vedrebbe il nero, e se anche il nero potesse avere gli occhi vedrebbe Pussi – sembra complicato, ma anche questo è semplice. La riprova è così: se io scrivo una frase che vuol dire poco o nulla, come… dov’è?, finché non trovo la parola che si deve guardare allo specchio non so né chi è né dove si nasconde. Poi c’è avere, ma anche qui non c’è da confondersi, perché quando lo adoperi vuol dire che quella cosa di cui parli è mia, tua, sua, di loro e via. Insomma, ci vuole qualche giorno per mettere insieme quello che la maestra ti fa imparare, ma la scrittura è divertente, perché se metti una parola accanto all’altra nel modo giusto ti sembra di poter vedere le cose lì sul quaderno, anche se non ci sono, e magari non sono appese nemmeno ai cartelloni sul muro. Succede uguale anche quando leggi le parole del libro, ma non c’è paragone, perché le cose che vedi nelle parole del libro non ce le hai messe te, ma qualchedun’altro che non conosci nemmeno e generalmente sono cose di cui non te ne frega proprio nulla, e se fosse stato per te il discorso sarebbe stato diverso. La maestra infatti per mettere insieme le cose nostre ci da da fare i pensierini. Io sono bravo a farli, ma non è che devo sempre raccontare le cose mie, come se mi facessi la spia, e allora li invento, tanto è facile. Però non bisogna esagerare, perché sennò la maestra non ci crede. Perché le parole sono un po’ così, ti prendono la mano e vanno da sé, e uno può scrivere davvero tutto quello che gli pare e piace e a volte, ed è una cosa da non crederci, uno scrive anche quello che non ci aveva pensato prima e invece ora che è lì sul foglio lo sai e ti piace. Ma con la maestra bisogna rimanere regolari, scrivere la solita roba sul tempo atmosferico, sul tempo delle vacanze, cosa vedi dalla finestra e quanti fratelli e sorelle e i parenti che hai, senza ricordare però quelli morti, che fa tristezza. Tutto questo per dirti che a me la scrittura così mi piace, perché è una cosa che più ti scorre davanti e la rincorri, più ti mette allegria, perché non sai mai dove può arrivare. Mentre le parole del libro che devi leggere sono noiose, intanto perché come ho detto prima, la lettura è come non fare nulla, ma poi, anche che segui una strada che non sai dove andrà a finire, stai pur certo che da qualche parte finirà, perché su quella strada c’è di sicuro passato qualcun’altro prima di te. Questo è il motivo per cui se posso dare un consiglio tratto dalla mia esperienza è che nella scrittura c’è più divertimento che nel rompersi i coglioni a leggere. E se proprio hai voglia di leggere, puoi sempre leggere quello che hai scritto, e magari anche mentre lo scrivi per sapere cosa scrivi.

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