Omaggio a Calvino

Nonostante le primavera si fosse presentata da qualche giorno con un venticello tiepido, l’aria rimaneva avvolta in un velo, dove il sole penetrava appena.

Amintore si posò come ogni mattina  sul bordo della grondaia del palazzo di cemento più brutto della città.

“Ciao Amintore…” lo salutò la grondaia.

“Ciao Ivana”, rispose il piccione, “Non riesco ancora a capacitarmi di come fai a riconoscermi all’istante…”

“Dalle zampe e dal tocco, Amintore. Per noi grondaie non è così difficile come pensi. Non abbiamo gli occhi come voi uccelli, è vero, ma percepiamo le vibrazioni!”

“Ma senti…”

“E la tua vibrazione è molto particolare” continuò Ivana. “Non come quella per esempio di Huber, pesante e fin quasi rozza.”

            “Ci credo Ivana, ha una zampa rattrappita il poveretto!” Huber infatti era conosciuto fra i piccioni come  il monco.

            “Eh, questo non lo sapevo, mi dispiace.”

            “Beh, fa niente…  e poi Huber ormai ci ha fatto l’abitudine.”

            “E com’è che è successo della zampa? Una malattia? Oppure c’è nato?” s’era incuriosita la grondaia, a cui piaceva impicciarsi di questo e di quello.

“No no, un paio d’anni fa… una pietra tirata da chissà chi.”

“È proprio vero, il nostro quartiere sta diventando impossibile, sempre più delinquenti in circolazione.”

“E ditelo a me!”

“Ciao Pericle, come ti butta?” urlò Amintore chinando la testa in direzione della facciata del palazzone di cemento.

“E come vuoi che vada? Guarda un po’ che roba… mi hanno imbrattato da cima a fondo!, questi artisti di strada! Hanno passato tutta la notte a impiastricciarmi con le bombolette… a me che poi sono anche allergico! Trichitrì trichitrì ffffffff trichitì trichitì fffffff!” Pericle imitava il suono che fa la bomboletta spray.

“È vero”, confermò Ivana, “Li ho sentiti anch’io da quassù… sono dei veri maleducati!”

“Si vede parecchio, Amintore?”

“Non lo so, dovrei volare giù…”

“Perché io mi sento tutto questo colore acrilico addossso… brrrr… Magari però è un bel dipinto, chissà? Poi, per favore scendi a vedere, eh?”

“Sì, Pericle, vengo tra cinque minuti. Ora ho bisogno di spidocchiarmi un po’ a questo solicino.”

“È una bella giornata?”  chiese ancora Pericle il palazzone.

“Abbastanza…”

“Magari un po’ umida…” precisò Ivana. “Sento la guazza, proprio qui.”

No, non si trattava di umidità. Era stato il corvo Ray che l’aveva fatta di nascosto sull’ultima tegola, e adesso era colata sulla grondaia. Ivana, a impiastri, stava peggio di Pericle. Amintore lo sapeva, tanto che erano restate pochissime zone libere per atterravi, ma non le disse nulla. I corvi sono davvero una razza infame…

“Allora scendi, eh, ti aspetto!”, urlò Pericle, “Che così mi dici che cosa hanno compicciato, quegli scavezzacollo!”

“Okay okey, finisco di spidocchiarmi e vengo da te a dare un’occhiata.”

Difficile da comprendere, ma questo fatto di avere gli occhi… a lui cominciava a pesare. Qualche volta si era addirittura immaginato che diventare ciechi non sarebbe poi così brutto. Uno vive nel buio, certo, ma in fondo ci si lamenta soltanto soltanto delle cose che si vedono… e a lui gli toccava dire un sacco di bugie. Per esempio, Pericle. Era riuscito a convincerlo che quelle sulla facciata erano opere d’artisti, cioè veri murales… e così Pericle provava un certo fastidio, va bene, però sopportava di buon grado perché pensava di incentivare l’arte, quasi fosse davvero un mecenate.  Comunque voleva essere aggiornato in continuazione, e lui doveva inventargli un’ sacco’infinità di cose – belle descrizioni armoniose e colorate -, anche se quelle scritte e quei graffiti osceni sulla superficie grigia del cemento erano davvero orrendi. Gonfiò un po’ le piume al sole, Amintore, e si dette una scrollatina.

“Ah ah, mi fai il solletico!” rise Ivana.

“Era per far passare un po’ d’aria dalle piume.”

“Fai pure con comodo, Amintore, per me è un piacere…” il piccione lo aveva capito da tempo che la grondaia era innamorata di lui.

Si stava bene, nonostante quel palazzo fosse davvero brutto lui non poteva rinunciarci. Con questo inizio di stagione, la mattina catturava tutta la luce possibile. Certo, la vita nel quartiere era davvero misera. Guarda quell’albero laggiù, tanto per dine una: erano spuntate le nuove e tenere foglioline di primavera, ma si vedeva che in qualche modo soffriva. Lui una volta aveva sostato anche sui suoi rami. Quel giorno ci conversò del più e del meno: l’albero gli aveva domandato chi conosceva del quartiere, e Amintore disse di Pericle, di Ivana, di Huber,  del poco di buono di Ray…  di cui Geremia – questo era il nome dell’albero – aveva già sentito parlare dagli altri piccioni, perché i corvi erano temuti. Poi improvvisamente Geremia si mise a raccontare quella triste storia di sua moglie:

“Si chiamava Ilary, sai?, ma purtroppo se n’è andata da più di un anno e mezzo, anche se mi pare si sentire ancora il profumo dei suoi fiori. ‘Come stai?’, le domandavo alla fine, e lei rispondeva, ‘Bene Geremia, va tutto bene…’ Perché io sentivo che le sue foglie cadevano, ma non ci facevo mica caso, era autunno, e gli alberi in autunno le foglie le perdono, è normale, no?” chiedeva conferma come se potesse ancora illudersi. “Ma invece… Ilary era malata, malata grave, eppure per non farmi soffrire non mi diceva nulla. Così ci fu il momento in cui la chiamai e lei non rispose più. Era ancora accanto a me, ma non c’era più. Soltanto dopo un paio di mesi – io mi rivolgevo a lei come in un sogno – vennero per portarla via”. Difatti, poco lontano da Geremia, c’era quel poco che era rimasto di Ilary, una piccola ceppa quasi allo stesso livello della poca terra intorno, e martoriata da quelli che sembravano corpi d’accetta, e che si erano interrotti prima di estirparla completamente. Una storia che faceva piangere, così triste che su quell’albero Amintore non era volato più, nemmeno ora in primavera. Chissà come se la passava, poveretto.  Sì, il mondo era davvero quello che era, né più né meno, che se non fosse per questo poco sole si perderebbe tutto nel grigio più grigio: il palazzone di cemento, la grondaia, il cielo inquinato, le sue stesse penne plumbee. È un gran peso avere anche gli occhi. Ma ora doveva volare via.

“Ciao Ivana, me ne vado…”

“Ah!, di già?”

“Sì, ho da fare…”

“Va bene Amintore, ti aspetto domani mattina.”

“Certo…”

“E mi raccomando, attento alle pietre…” la storia di Huber l’aveva davvero incuriosita, un’altra cosa di cui ciarlare.

“Questa plastica te la butto giù?” chiese Amintore. Non ci aveva fatto caso prima, ma accanto a sé aveva visto il pezzo strappato e tutto mangiucchiato di una busta. Chissà da dove veniva.

“C’è una plastica?” domandò stupita Ivana.

“Sì, un pezzetto di busta vecchio e malconcio. Lo butto giù?”

“Aspetta… Signore, chi è lei?” domandò Ivana alla plastica. Ma quello che rimaneva della busta non rispose. “Sì, puoi gettarlo giù” disse.

Amintore lo prese delicatamente nel becco e con un mezzo giro del collo lo lasciò andare. Il brandello di plastica fluttuò per un poco, tenuto su dal poco vento di quella giornata. Ma si vedeva, niente più vita propria.

“Va bene Ivana, farò attenzione alle pietre…” solo adesso rispose alle raccomandazioni di lei. Ora però doveva volare giù, e nel frattempo inventarsi un’altra bugia da raccontare a Pericle.

Nessuno se n’era accorto, ma un po’ più lontano da dov’era posata la plastica, sempre dentro la grondaia, c’era un pezzo di carta. Era strappata, sicuramente la pagina di un libro. Qualcosina si poteva ancora leggere: far parlare ciò che non ha parola, l’uccello che si posa sulla grondaia, l’albero in primavera e l’albero in autunno, la pietra, il cemento, la plastica… E poi, a capo, un “Non” e poi più niente, una morchia rossastra copriva tutto il resto.

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