Al signor Itchek Giordano Bruno gli è sempre parso parecchio incazzato. E dire che il filosofo di Nola fu un attento lettore di Erasmo da Rotterdam, elogiatore sì della pazzia ma anche della pace. E invece il Bruno scrisse Spaccio della bestia trionfante, opera incazzatissima quanto mai. Di lui non rimane nemmeno un’immagine dipinta, soltanto brevi ritratti autobiografici e una manciata di parole dai testimoni oculari: “omiciattolo”, “scarno, con un poco di barba nera”, “piccolo”, “dal nome certamente più lungo del suo corpo” – insomma, uno Giordano Bruno se lo immagina piccolo e nero, come Calimero.
Elenco delle città inospitali: Napoli, Roma, Genova, Noli, Savona, Torino, Venezia, Padova, Brescia, Bergamo, Milano… e via dall’Italia! Lione, Ginevra, Tolosa, Parigi, e via al di là del mare a Londra e a Oxford. Di nuovo a Parigi e poi a Magonza e Wiesbaden, Marburgo, Wittenberg e anche Praga; e Tubinga e Helmstedt, poi Francoforte e Zurigo e ancora Francoforte. Infine il rientro a Venezia, e per ultima Roma, il 17 febbraio del 1600 il rogo in Campo de’ Fiori carne bruciata. Saliva in cattedra, apriva la boccaccia e profferiva un’eresia, una blasfemia, minimo una bestemmia. Costretto a fuggire, cacciato, scomunicato, “spellicciato” come una cane – sì, peggio di Calimero: “ah povero me, non trovo la mia mamma perché sono piccolo e nero…”. E pensare che Giordano Bruno si credeva un angelo splendente, un Mercurio inviato dagli dèi, un homo novus! I pedanti lo seppelliscono nella loro mediocrità: sono asini, questi porci di cattedratici – sono la notte dell’ignoranza, sono irrimediabilmente cristiani e seguono il loro padrone Cristo, lui che è il cattivo mago, il mostruoso centauro Chirone mezzo uomo e mezza bestia. Si pensano al centro del mondo, loro, e invece: “è un infinito campo e spacio continente, il qual comprende tutto e penetra il tutto. In quello sono infiniti corpi simili a questo, dei quali l’uno non è più in mezo de l’universo che l’altro, perché questo è infinito, e però senza centro e senza margine”. Traduzione sintetica: non siamo al centro di un bel niente. E poi credono alla creazione e alla morte, i cristiani, e invece nel mondo “cosa succede a cosa senza ultimo profondo… Indi feconda è la terra ed il suo mare; indi perpetuo è il vampo del sole… perché dall’infinito sempre nuova copia di materia sottonasce”. Traduzione: è uno sgorgare infinito di mondi innumerabili, e allora come può morire una sostanza infinita? e come può essere distrutto quello che non ebbe creazione alcuna? Le cose si alterano e si mutano nella variabilità senza fine, ma la sostanza rimane la medesima e non teme la morte.
C’è da farsi girare la testa, a leggere Giordano Bruno, e il signor Itchek, addirittura, ci si ubriaca. Ecco il sapiente che si tiene alle redini e preme sulle staffe, e “non si dismette, né si gonfia di spirito, vien continente nell’inclinazioni e temperato nelle voluptadi”. Il sapiente appunto lo sa che c’è poco da fidarsi, del male e del bene, “stimando l’uno e l’altro come cosa variabile”, e dunque “si tiene nel mezzo”, nella “casa della temperanza”. Ma poi c’è il furioso, e per lui è tutto un altro paio di maniche: l’infuriato d’Amore se ne sbatte dell’indifferenza e della virtù, il suo “doppio vizio” è invece quello di stare agli estremi, di cavalcare il contrasto e le irrisolvibili contrarietà della vita – e sbaraglia anima e corpo. Questa tensione senza fine, quest’arsura verso la Verità si apre la strada più sofferta nel profondo dell’ombra. E tuttavia neanche il furioso, nonostante l’Amore, può uscire dalle cose terrene e umbratili, indiandosi. Perché non può esserci rapporto tra l’infinito e il finito, e così ogni forma di misticismo non è che una menzogna e un’asineria…
Al signor Itchek, di Giordano Bruno, gli piace questo non poter chetarsi mai, di dirla sempre tutta fino in fondo, la verità, e se non basta, di ridirla in un altro modo, ma ancora una volta fino in fondo. Il 27 febbraio 1593 entra nel carcere del Santo Uffizio, a Roma, e se uno fa bene i conti si accorge che il suo processo dura sette anni – sette anni di prigione, interrogatori, di torture. Lui, però, zitto non ci sta. Siccome la sua fissa è quella di insegnare, tiene lezione anche agli altri prigionieri, e la materia è la stessa: blasfemia ereticale con approfondimenti nell’osceno, e giù risate. E siccome ha studiato la memotecnica e ci ha scritto anche dei libri, non se ne scorda una. La metodologia didattica consiste invece nell’incazzarsi. E alla fine, questo furioso cronico e amareggiato e bastonato e comunque mai domo, alla fine ti fa davvero incazzare e ti porta all’esasperazione, che ti leva di sentimento! Sì, Giordano Bruno, il nolano, se l’è proprio cercata. Prima di condurlo al rogo gli mettono la “lingua in giova”, cioè gli stringono la bocca con una sorta di morso di ferro. Parla ora se ce la fai Giordano! Lui continua mugolando, come un cane. Lo spogliano nudo e lo legano con le fascine intorno – lui niente, insiste nell’oscuro mugolio. Appiccano il fuoco. Non può nemmeno urlare di dolore come farebbe una persona, e così ulula o guaisce o forse mugghia come un animale. Ma in fondo poi è lo stesso, che “spirto si trova in tutte le cose”. Ogni cosa ha anima e vita, e l’uomo e la bestia sono una e una cosa soltanto: “non solamente nel geno della materia corporale fa indifferente il corpo dell’uomo da quel de l’asino e il corpo degli animali dal corpo di cose stimate senz’anima – per esempio i fiori, pensa il signor Itchek, per esempio i sassi, ma anche gli sterpi e le radici morte per le pozioni magiche… – ma ancora nel geno della matera spirituale fa rimaner indifferente l’anima asinina da l’umana, e l’anima che costituisce gli detti animali, da quella che si trova in tutte le cose…”. Sì, la vita è ugualmente materia-vita qualunque ne sia la variazione. Sul rogo, quella che guaisce in direzione del cielo e anche della terra, è semplicemente vita.
E allora non c’è proprio differenza? Sì, dice Giordano Bruno, una differenza c’è: queste che vedi sono le mie mani, noi uomini abbiamo la mano. “La conversazion de gli uomini, le invenzioni de discipline, le congregazioni de cittadini, le strutture de gli edifici ed altre cose assai che significano la grandezza ed eccellenza umana, e fanno l’uomo trionfator invitto sopra l’altre specie… tutto questo, se oculatamente guardi, si riferisce non tanto al dettato de l’ingegno, quanto a quello della mano organo de gli organi”. Nella mano è la virtù, perché è con queste mani che Adamo ha preso “il frutto vietato dell’arbore della scienza” e lo stesso ha fatto Prometeo, a “stender le mani a suffurar il fuoco di Giove, per accendere il lume della potenza razionale”. E allora diciamocela tutta, ancora una volta: i cristiani, alla fine, si sono trasformati in veri asini, perché invece di usare le mani contro i divieti del potere, hanno spalancato le orecchie asinine per ascoltare come dovevano comportarsi, e ubbidire. Io non mi pento perché non ho nulla di cui pentirmi, dichiara Giordano Bruno di fronte all’Inquisizione: “Forse con più timore pronunciate voi la sentenza contro di me, di quanto ne provi io nell’accoglierla”. “Ah povero me, non trovo la mia mamma perché sono piccolo e nero…” fa Calimero, e invece sono un uomo divino, sono stato inviato dagli dèi per un tempo nuovo, sono Mercurio splendente!
E così rimane ultima, nel senso delle cose supreme, questa poesia sulla voragine del tempo, nostro vero padre e nostro distruttore. Il signor Itchek ama ripetersela come un esercizio di memoria:
Vecchio lento, e parimenti celere, che chiudi e dischiudi,
chi ti dirà buono, chi ti dirà malvagio?
Sei generoso e sei avaro: strappi via i doni che offri;
ti accosti da distruttore a chi ti aveva presso di sé come padre;
torni a celare nelle tue viscere ciò che ti è stato tratto dalle viscere,
tu che puoi ghermire con le fauci quel che è stato espresso dal tuo grembo.
E giacché tutto fai, e tutto distruggi, per questo
potrei forse chiamarti buono, oppure malvagio?