Ancora sul gigante

Bugnano mi è stato regalato, con questo libro provo a mia volta a regalarlo.

C’è voluto del tempo perché lo potessi restituire con delle pagine interamente dedicate a lui. Ci sono stati degli assaggi, non è un caso che fosse già presente nel mio primo libro, La carrozza affogata, e poi in Dolls. Ma non era ancora il momento e bisognava attendere.  

La sensazione, dopo le ultime parole con quel finale e nessun’altro, è stata del raggiungimento di una certa compiutezza, un colmo che non si può incrementare ulteriormente. Ci sarà ancora qualcosa, dopo?

Mentre scrivevo provavo ad ogni pagina, forse ad ogni frase e parola, della gratitudine. Vorrei che almeno in parte questo sentimento fosse percepibile anche dal lettore, da un qualsiasi lettore che incontra Il gigante per la prima volta.

Me lo sono sempre domandato: per me sei un gigante, lo so bene, ma per gli altri?, quelli a cui ho parlato di te, quelli che ti hanno visto mentre li accompagnavo tra le tue case diroccate… loro, cosa riusciranno a comprendere della tua unicità, della tua grandezza, di quella forza che rappresenti ai miei occhi?

In fondo, che cos’è un vero regalo? Si tratta di donare qualcosa a qualcuno perché gli renda la vita migliore, che lo faciliti nell’espansione della sua potenza di vita – magari un minimo, limitatamente certo, però nella giusta direzione, in quella direzione che è più sua. Una gran cosa quindi – sempre che il regalo sia vero, cioè autentico.

Non vorrei sbagliarmi, proprio non lo vorrei, ma il gigante non mi sembra il libro sulle vacanze un po’ particolari che Luca ha avuto l’occasione di trascorrere durante il periodo della sua infanzia, fino alle soglie dell’adolescenza. C’è anche questo, forse, e magari scritto con una buona approssimazione alla realtà: non è vero che ci piace raccontare quello che è stato?, non è vero che a volte sono migliori i nostri racconti delle vacanze stesse?, e che ci fotografiamo in posti diversi per poi poter dire a chi non c’era io sono stato lì? Ecco, il gigante non solo non vuol essere questo, ma direi che trova la sua collocazione agli antipodi di una simile consuetudine. Spero che ciò che intendo, qualsiasi cosa significhi, sia colto da chi legge il libro.

Il gigante non è un libro leccaculo. Se c’è del puttanesco c’è in quanto gli strumenti letterari –  o, se si vuol usare una parola più compromettente, gli accorgimenti poetici – hanno sempre in sé qualcosa del mestiere della puttana. Ma nient’altro. Il gigante è un libro schierato, che potrà anche far storcere il naso a qualcuno, che forse nel procedere della lettura a volte si chiederà: perché mi dice proprio questo?, questa cosa che adesso proprio non mi voglio sentir dire? Perché qui insiste a toccare questo punto? Come si può essere così poco garbati?, in certi casi screanzati?

Be’, io me ne assumo la responsabilità e rispondo con quelle parole che mi sono venute spontanee alla fine di ogni libro che ho scritto, in questo caso con una maggiore convinzione di sempre: perché era necessario. Non bisogna girare intorno alle cose cercando di salvare capra e cavolo, e qui, non salviamo il cavolo, salviamo la capra, la capra che mangia i cavoli e forse anche qualche bella composizione floreale – questa vuol essere una metafora. Le capre poco educate, con l’occhio un po’ da pazzi, le capre che puzzano e che non sai mai come possano reagire. In questo libro c’è addirittura il dio Pan, un dio o più propriamente un demone in senso greco, non olimpico, carnale, che fa paura, poco rassicurante ma di sicuro vivo, brulicante di vita, generativo. Pan è un dio brutto e molti lo considerano osceno, ma peggio per loro, perché Pan è osceno per chi si sente gravato dal peccato originale e non in tutte le religioni, all’origine dell’umanità, c’è un peccato con cui dobbiamo fare i conti perché siamo nati, cioè qualcosa a cui rimediare. Pan forse è brutto, terrorizza, ma se ci sembra osceno come a molti paiono per esempio osceni i reperti di Pompei, allora, secondo me, sarebbe bene farsi qualche domanda su cosa crediamo che sia la vita, sulla concezione della vita e della natura che abbiamo. Il gigante è schierato perché su questo mi sembra che prenda una posizione abbastanza netta, senza troppi peli sulla lingua. In parte il libro può essere sentito anche violento, ma di una violenza più primitiva che decadente, non ho mai tollerato gli struggimenti autocelebrativi e spesso votati alla vanità estetica del decadentismo. Le muffe di Bugnano non hanno niente a che vedere con le marcescenze esistenzialistiche e i colli stretti nel dolcevita.

Qui c’è un bambino che corre su e giù per le mulattiere, a volte da solo, a volte con qualche amico che non diventerà uno di quegli amici così importanti nella vita, ma che c’è, è lì, e ci giochi quasi per forza. A volte questo bambino è in mezzo anche ai morti, cioè a coloro che hanno abitato quelle case diroccate e che lui sente ancora presenti. Spesso il bambino è accompagnato dal suo cane, la sua canina Titta, o lui è in mezzo alle anatre a ai conigli a cui prepara i pastoni e le semole. Spesso gioca, ma non soltanto, aiuta, taglia un po’ di legna, gira una lavatrice manuale. Poi va a caccia di lucertole, ramarri, salamandre con la fionda o con il fucile, si vede da solo in mezzo agli alberi, prova il panico vero in una natura che a volte sembra farsi minacciosa. Si taglia, si sbuccia, si graffia, si scotta, si punge con le ortiche ecc. Si cura da solo, per non smettere di giocare, pisciandosi sulle ferite come un cowboy. Insomma, non è un pollo d’allevamento, appare decisamente poco scolarizzato. Cresce, e a un certo punto, come tutti quelli che hanno qualcosa da dire, dirà: “che cazzo volete da me?”. 

Questo bambino guarda suo padre, sua madre, sua nonna, chi è lì con lui. L’autore guarda il bambino che guarda suo padre, sua madre ecc. ecc. Poi l’autore guarda ancora suo padre e lo incontra di nuovo, questa volta non come padre ma come un uomo di fronte a un altro uomo, e forse scrive anche per regalargli quest’ultimo libro, a lui prima di tutto, che gli ha regalato Bugnano, ma anche a tutti gli altri che vorranno entrare nel paese, perché il gigante ha detto che possono entrare.

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