Come imparai a scrivere

Non capisco bene che cosa s’intenda con “imparare a scrivere”, a maggior ragione in riferimento a chi scrive narrativa. Però, se posso dire di me stesso che qualcosa ho appreso riguardo al fare-scrittura, so da dove è scaturito: le pagine di copia che una delle mie maestre della scuola elementare mi dava in aggiunta ai compiti, per punizione. Almeno una volta ogni due o tre giorni, causa il mio comportamento troppo vivace, mi dovevo sorbire una o addirittura due pagine di copia. Niente di drammatico comunque, soltanto un appesantimento del fardello scolastico che veniva a gravare la sacralità del tempo liberato e il gioco. Questa forma di apprendimento piuttosto bislacca penso che abbia avuto alcune conseguenze inevitabili nel mio rapporto con le parole, che qui elencherò non necessariamente in ordine d’importanza:

  • la scrittura legata a una punizione inflitta dall’autorità;
  • la lettura come necessità funzionale rispetto alla scrittura (per ricopiare sei obbligato a leggere, e anche attentamente);
  • l’esercizio inconscio di una grammatica realizzata e comunque non esplicita sui testi che copiavo, una grammatica che definisco in movimento, se non addirittura viva;
  • la piena consapevolezza che mentre io ricopiavo pagine e pagine per punizione, i miei compagni potevano dedicarsi ad attività senz’altro più divertenti, e fruttuose.

Si dirà che così sottovaluto le forme di apprendimento più ortodosse, tipo appunto le esercitazioni in classe, dalle aste al tema, passando per i dettati, i pensierini, le poesie a memoria ecc. ecc. – con annessa l’analisi grammaticale e l’analisi logica d’ordinanza. Tutta roba dove me la cavavo alla grande, perché per me si trattava di una sorta di passatempo enigmistico nel vuoto noioso delle ore di scuola – i prigionieri, da sempre, vengono impegnati in attività semplici e ripetitive, che placano l’esuberanza e perseguono l’utilità sociale. Ma questo era scritto nei programmi del Ministero della Pubblica Istruzione, e dubito che lo Stato voglia alimentare quella componente anarchica che accompagna da sempre una scrittura produttiva, cioè quel mettere insieme le parole per tentare l’esistenza di un mondo che t’inventi. No, se mi sono messo a raccontare per iscritto, la causa sta in quelle tante e tante pagine di copia. Nella sua straordinarietà era diventata una mansione aggiunta talmente di routine che necessitava di un quaderno tutto per sé, ovviamente a righe. Un quaderno che a leggerlo tutto d’un fiato appariva senz’altro strambo, perché non copiavo esclusivamente dal sussidiario, ma da qualsiasi scrittura trovassi in casa, spaziando dal Nuovo Testamento, alle ricette dell’Artusi, gli articoli di Stop e Oggi, il calendario di Frate Indovino ecc. Il quaderno era uno zibaldone in miniatura di roba rubata, più o meno dignitosa, passata per la penna biro e per il braccino del piccolo scrivano. Che poi, a pensarci bene, le pagine vergate di blu e di nero ben pigiato sulle righe avevano un’altra caratteristica: non finivano mai con una frase compiuta, perché quando arrivavo nell’ultima parte utile in fondo a destra io interrompevo la trascrizione, in qualsiasi punto del periodo mi trovassi. Così la pagina dopo iniziava con la maiuscola, ma non aveva niente a che vedere con la frase – sempre spezzata – che la precedeva. (Peccato che quel quaderno sia andato perso… sicuramente sarebbe stato pieno di sorprese!)

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