Trentatré anni fa, a quest’ora, stava mangiando con il padre di uno dei suoi pochi amici. Era la pausa tra la mattina e il pomeriggio, dalle otto a mezzogiorno la mattina, dall’una alle cinque il pomeriggio. Mangiavano seduti sugli sgabelli che insieme al tavolinetto avevano costruito loro due, inchiodando alcune assi di scarto, nel tempo morto del lavoro, se pioveva o quando il camion del calcestruzzo non era ancora arrivato.
Il padre del suo amico era “carpentiere di prima”, cioè, come gli spiegò quasi subito, “quello che sa fare le scale e anche gli archi”. Lui il suo manovale. Ma si vedeva da lontano che non era del mestiere.
“Che l’hai preso a fare?” sentì che gli domandava sottovoce il geometra “Questo non sa nemmeno tenere la pala in mano…”.
“Mi scusi ma non sono cose che la riguardano, geometra. Noi il lavoro lo finiamo entro gennaio, come stabilito. Ha fatto il liceo con mio figlio, e le persone che studiano imparano più veloce degli altri”.
“Studia al liceo e poi viene a fare il manovale? Bella carriera…” ridacchiò il geometra.
“Il padre è mancato un paio di mesi fa. Gli serve di faticare… e questo è quello che importa”.
“Se sta bene a te…”.
Si era iscritto lo stesso all’Università con la richiesta del presalario. Mancavano i soldi, per la prima volta si era trovato senza soldi. Fece la vendemmia, dove chiese di essere pagato subito, e poi il suo amico gli aveva detto che Salvatore, il babbo, cercava un apprendista per un cantiere piuttosto lungo, un capannone da costruire dalle fondamenta. “Pilastri e travi… la gabbia di cemento armato insomma. Perché mio padre non è un muratore, è carpentiere. E magari non dirgli mai che è il mio ‘babbo’, perché babbo dalle sue parti significa stupido”.
“Ma io non so nemmeno da dove si comincia…”.
“Ha detto che non importa. Le cose da sapere le sa lui. Allora, provi?”.
Rispose di sì senza nemmeno riuscire a immaginarsi di che cosa si sarebbe trattato, perché questo a volte ti richiede la vita. Anzi, forse la vita era davvero così.
“Ne vuoi?” gli domandava trentatré anni fa Salvatore, proprio a quest’ora dell’ultimo giorno dell’anno, “Oggi si deve festeggiare, no? mia moglie allora fa festeggiare anche me… Ha aggiunto questi peperoncini e queste cipolluzze, insieme al pollo…” e gli mise un paio di sottaceti nella gavetta di acciaio.
“Grazie Salvatore…”.
“E prendine ancora, che oggi abbunnàri si deve!” e rise.
“Grazie, basta basta Salvatore…”.
Avevano chiesto il permesso di fare la pausa in una fabbrica lì vicino, al coperto. Era una cartiera industriale, che produceva bobine gigantesche. Loro due staccavano a mezzogiorno preciso e andavano a sedersi in mezzo a quei rotoli enormi bianchi e marroni stivati nella parte più lontana dalle macchine, dove tenevano il tavolino basso e gli sgabelli, “che qui non diamo noia a nissuno” aveva detto Salvatore.
“C’è anche chi a mangiare s’arrangia, e sta un po’ qua e un po’ là, con le gambe all’aria… Ma non siamo mica bestie noi, noi siamo cristiani, e si mangia come dio comanda. Quando hai lavorato il giusto, e bene, poi mangi come dio vuole…”.
Salvatore era siciliano e il suo paese stava in collina, “ma non è come qui che la notte a dormiri fuori ti ritrovi pieno d’acquazza…” – l’aria era secca, pulita e Salvatore lo sapeva bene perché giovanissimo pascolava i maiali selvatici. Poi salì in Toscana, nella provincia di Siena, e provò ad allevare le pecore, ma le cose non andarono come se l’aspettava. E allora emigrò in Doichland, dove “lavoravi sottozero con la fiaschetta sul cuore, qui nella taschino della giubba”. A Monaco era diventato carpentiere, all’inizio carpentiere di seconda e poi, prendendosi un lavoro di responsabilità, carpentiere di prima. Finalmente era ritornato con la sua famiglia – e il figlio e le figlie, che studiavano e ne era orgoglioso. Salvatore non ce l’aveva, la licenza elementare, ma l’intelligenza e la sagacia di certo non gli mancavano.
Ora si ricorda di quell’ultimo giorno dell’anno di trentatré anni fa, era la fine del 1981. Il pomeriggio pareva fossero rimasti i soli, a lavorare. E vede ancora quel cielo che si fa più scuro, un po’ bianco un po’ plumbeo, incorniciato tra i ponteggi che non erano di tubi innocenti, come adesso, ma di abetelle nude, unite l’una all’altra con gli scorci di sottomisura, il legno più scadente. Batti tre chiodi “a zampa di gallina” e via e via. Sentiva il rimbombo dei botti smorzati dalla lontananza, che annunciavano la festa, una festa che per lui quell’anno non c’era. Era triste, era stato così frastornante cambiare improvvisamente vita, un giorno che doveva essere un inizio in direzione del futuro e il giorno dopo improvvisarsi invece a camminare sui ponteggi, trovarsi a non sapere come si impugna nemmeno il martello per cercare di risparmiare la fatica, almeno lì. E comunque Salvatore, in appena un mese, gli aveva insegnato un sacco di cose: quando lavori di pala devi usare le gambe, le gambe più delle braccia “e si fa così, visto? appoggi il pugno alla coscia e fai la forza con tutta la gamba”; non devi farti fregare con la calcina, “vedi com’è magra? è tutta schiuma gonfiata dalla betoniera”; “il lavoro è metodo: si va avanti regolari, con passo di montagna, niente sfuriate e la testa sulle spalle, io l’ho visto come ti riduci quando voli giù…”. Non era semplicemente tecnica, Salvatore gli aveva mostrato come si comincia a stare al mondo, perché il mondo è anche dolore – una volta gli aveva domandato di suo padre, di quella morte così improvvisa – ma noi non siamo scimmie, noi siamo uomini, siamo cristiani che il dolore lo sopportano senza disperarsi. Anche se stasera è triste, anche se magari è festa e la festa, questa volta, non è per te. A volte bastano tre chiodi piantati bene, a zampa di gallina, e l’abetella si fissa all’abetella e non crolla più, “angolo retto, traverso angolare a chiudere… è fatta, puoi camminarci su sicuro”.
Anche il giornale, l’ultimo giorno dell’anno, fa il consuntivo. Perché è scritto per gli uomini e non per le bestie, perché “noi abbiamo il sentimento”. Ci piace trovare una direzione delle cose nel passato, magari inventarcela anche dove non c’è, anzi probabilmente facciamo proprio così. Perché poi dobbiamo illuderci che nel giro di boa, anche se il tempo è ingoiato dal tempo, costruiremo ancora in quella direzione. Non ci piace ripartire da zero e galleggiare, ci serve un qualche fondamento, qualcosa che rompa l’incertezza e sia da base. Come un plinto, come un pilastro. Lui, a giorni, ne compirà cinquantatré, forse poco meno dell’età di Salvatore quando lavorarono insieme, più di trent’anni fa, magari proprio a quest’ora. Pensa a Salvatore e al suo sguardo aperto, intelligente e cordiale, Salvatore che da qualche anno non c’è più. E vede anche se stesso, sa che poi ce l’ha fatta a leggere anche l’Odissea e l’Iliade, la Commedia e ha letto il Don Chisciotte, ha letto Marx, Machiavelli, Freud, Kafka… e tanto, tanto altro. Tutte cose che fra pochi anni, per lui, non saranno più. Tutte cose che finalmente dimostreranno la loro insensata e meravigliosa e impermanente leggerezza. Ma Salvatore gli ha insegnato quello che più conta: nella vita a volte bastano tre chiodi, se li sai piantare bene. A zampa di gallina. Perché noi non ci disperiamo, perché il ponteggio resiste tre chiodi su tre chiodi e allora ci stai su sicuro.
(Ho scritto questo racconto il 31 dicembre 2014)