La noia è quando piove e non potevi giocare a pallone e allora siamo rimasti qui in tre, ingrugniti, sotto un terrazzo a aspettare che passi, ma vedrai che per stasera non smette più. Con le scarpe bagnate fradicie palleggi il Santos dai piedi alle mani mentre guardi il cielo nero – no per stasera non passa più. La noia però è anche quando c’è un sole che spacca e siamo in estate piena, esci di primo pomeriggio come un folle e vai a suonare a qualcuno, a risponderti è la madre di Massimo e poi quella di Claudio che loro “sono un po’ sul letto”, e “prima delle cinque fuori non se ne parla”. Allora non ti rimane che il gatto e ci giochi nello spicchio di giardino di casa tua, ma dopo un po’ anche Bugheri se ne va a trovare un angolino di fresco o chissà dove. La noia sono quei giornalini che hai letto un centinaio di volte e però li rileggi, i Capitan America e l’Uomo Ragno, perché è ancora troppo presto per cena e alla televisione la TV dei ragazzi è finita con la sigla di Avventura e le lezioni le hai volate in dieci minuti, e non c’è proprio nient’altro da fare.
Da bambini ci annoiavamo tremendamente, spesso da soli ma non di rado anche in compagnia, nessuno comunque se ne preoccupava. Io con la noia ho una grande consuetudine perché sono stato insieme a lei nelle scuole di ogni ordine e grado e per esempio in chiesa e al catechismo, e poi anche quando mio padre mi portava con sé in banca e mentre lui parlava con questo e con quello io rimanevo zitto per non disturbare e stavo vicino a una colonna di marmo lucido e il tempo non passava mai, che se non fosse stato perché poi ci saremmo fermati da Duilio a comprare i soldatini sarei rimasto volentieri a casa. Lo dico ora, perché allora non era mica possibile, babbo mi portava con sé a imparare a aspettare e io facevo diligentemente tirocinio. Perché adesso sembra incredibile ma c’è stato un tempo in cui erano i figli a seguire i genitori, e non all’inverso, che ora vedi questi pargoli che sono impegnati di qua e di là, fanno karate o basket, fanno tutti gli sport a sette anni, vanno a lezione di chitarra o in piscina, e hanno da sbrigare una caterva di lezioni seppelliti dagli zaini e il tempo è inzeppato senza un attimo di tregua – e vedi questi genitori indaffarati, che ogni volta si lamentano che non hanno un minuto, a accompagnarli sue e giù, ansanti, e gli corrono dietro e non parlano che di loro, come se ogni figlio fosse il primo figlio dell’universo mondo… Ti accompagnano a scuola anche se la tua scuola è a cinquanta metri, magari in auto e ti vengono a riprendere, ti accompagnano all’allenamento e ti vengono a riprendere, ti accompagnano e ti riprendono – poi fanno i compiti per casa insieme a te e gli tocca studiare una matematica innovativa, sono in pena per te quando in seconda elementare hai il dettato e ti trovano il professore per le ripetizioni di basic english perché “le lingue oggi sono importanti” – ti accompagnano e ti vengono a riprendere anche alle ripetizioni. I bambini non lo so più se si annoiano, forse non ne hanno davvero il tempo. Forse lo vorrebbero tanto annoiarsi, forse chissà? stanno segretamente preparando una rivoluzione e un bel giorno urleranno all’unisono “Ci avete davvero rotto! Lasciateci per una volta in pace, lasciateci a non fare niente, niente di niente. Non appiccicateci addosso la vostra ansia di prestazione, la vostra idea che non ci si possa muovere a vuoto senza una meta, senza un obiettivo da raggiungere – si può sopravvivere anche se non sei il primo della classe e se quando giochi ti godi la partita dalla panchina, si può anche stare sdraiati per terra senza paura delle allergie e non è che si corre al pronto soccorso per un ginocchio sbucciato, o no? Lasciateci soli e lasciateci in pace, diranno, divertirsi non è un obbligo… e alla fine ce la sbrighiamo da soli. Ma forse non è vero, forse i bambini non preparano nessuna rivoluzione. Sono stati comprati anche loro con il cellulare e lo smartphone, con gli zainetti firmati e gli stessi pantaloni della tuta che indossa babbo, soltanto più piccoli e più cari, e tutto questo ai bambini piace e sarebbe piaciuto anche a noi. In realtà i bambini sono il centro di tutto eppure non hanno voce in capitolo, vivono in ostaggio di quegli adulti che ne diventano a loro volta gli ostaggi e allora adulti e bambini si controllano a vicenda. E forse il modo migliore per renderli muti e tristi – ma anche maleducati e arroganti – è proprio quello di farne il centro del mondo. Massimo Claudio e io non eravamo il centro di nulla e lo sapevamo bene, perché qualcuno ce l’aveva detto, perché non è che quando babbo e mamma parlavano con noi ci chiamavano soltanto “amore”… Avevano un modo di volerci bene diverso, e ci preparavano alla vita con la coda dell’occhio – una coda dell’occhio che si estendeva alla nonna, alla mamma e al nonno vicino di casa e anche al barista o al biciclettaio… che appunto “ci davano un’occhiata”, ma di lato. E in tutto questo c’erano enormi spazi vuoti di noia e di solitudine, da riempire arrangiandosi con quello che avevamo intorno e perché no in testa, dove il frullo dell’immaginazione, come un’indomabile musica di fondo ci teneva sempre compagnia. E allora ecco il giorno che impazziva di un cielo terso e giocavi fino all’ultimo urlaccio di tua madre e poi arrivava il giorno che pioveva e non c’era rimedio, viene giù come Dio la manda e per oggi non smette più. Chi avrà il coraggio di dirglielo, ai bambini di ora, che quando piove piove?
N.B. Sebbene una cosa sia la realtà e un’altra le parole, già da qualche anno sembra che dal punto di vista educativo si stiano rivalutando tutte quelle situazioni che quando ero bambino io parevano quasi ovvie e all’ordine del giorno: la “selvatichezza”, il “rischio”, la “lentezza”, il “silenzio” e fra queste anche “la noia”. Si devono essere accorti che qualcosa non andava, i pedagogisti, e come succede per il Prodotto Interno Lordo ora stanno cercando di rimediare ai danni che hanno causato, per poi causare altri danni a cui in futuro rimedieranno: la pedagogia è senz’altro una scienza che durerà in eterno. Così, non passerà molto che verranno organizzati dei corsi per insegnare ai nostri bambini a diventare più selvatici, a correre qualche rischio e a camminare a passi tardi e lenti in mezzo alla natura, e dunque ad annoiarsi. Preparatevi, signori miei, perché li dovrete accompagnare e tornare a riprendere.