Cesco Francesco (52)

CARTA CINQUANTATRE’, LO GATTO

Io Leone, nella carta cinquanta e uno, ho scritto dello gatto rùffolo, sanza poi chiarire a seguito, come se tu lettore presente e futuro fussi tenuto a sàpere cussa io ‘ntenda con rùffolo. Scusàsseme, non me ne avvidi.

E ‘ntanto, per ben cominciare, ridico ciò che già vergai carte e carte addietro e che ora te ne se’ scordo, ma nun importa, te perdono.  Ché io già dissi che lo gatto è animalo diabolicus e infatti adorato da li catari, ereticissimi. E come noi abbiamo lo rito sacro della Comunione dove lo vino e lo pane se trasformano in sanguine e corpo de Cristo, loro fanno orrido sacrilegio collo rito dello bacio, in particulare con lo baciare lo culo al gatto – che sia bianco o nero, rùffolo o non rùffolo non ha importanza, lo baciano lo istesso nello anello anale. E num me chiedere ipperché, ma così è, e imperciò te metto sull’avviso che, parlando delli gatti, ce stiamo inoltrando in materia malagevole e in odor d’eresia.

E comunque subbito te dico anco che con rùffolo non s’entende razza de felino, tipo gatto del Siam con occhio azzurro e cattivello, gattaccio Turco infedele e traditore, gatto Affricano secco secco, gatto de Birmania con guanti bianchi e de Buddha ecc. ecc. Rùffolo gli è gatto vieppiù imbastardito dalli incroci innumerevoli con niuno sangue puro de razza, e questo è lo suo primo carattere. Rùffolo è anco perché de pelo ispido e ‘nsudiciaticcio, non gradevole allo tatto e morchiarolo, stoppinaccio, puzzoliente alle froge dello naso. Rùffolo è anco imperché lo gatto d’esto tipo ruffola, cioè mette lo scompiglio in ogni cosa d’ordinato a frugare con le zampe unghiolate come uno vortice, che ‘nfatti la radice d’etimo di ruffolare è arruffo, arruffare, ma d’ugne graffiose. Rùffolo in più è anco perché lo gatto fa le rùffole, cioè le fusa de goduria, nun epperò come li facero li altri gatti, ma smodato, poverino, perché non impariede dalla su madre, che infatti lo gatto rùffolo sortisce da un’infanzia alquanto disagiata e solitaria, in abbandono della mater sua. Tutti li gatti ruffolo, incioè, son vivi per miraculo, e se sono impratichiti scampando ai più gravi perigli in età di semidivezzi o divezzi, se non anco di lattanti.

E ora te spieghi perché noi fratelli di Cesco, anche se lo gatto è animale Dio mi pedoni cataro, noi teniamo con noi soltanto gatti rùffoli, perché, come ho volulto fart’intendere, uno poco ce somigliano. E allora quanno io vedo uno mio frate addormito e acciambellato come io vidi nella carta cinquanta e uno lo Zolla, faccio paragone appropriato con lo gatto rùffolo. E te scrivo questa lunga nota de filologia ipperché tu nun pensi che io verghi le parole a casaccio, come me viene, estemporanee e de niuno valore. In modo che quanno uno me dice che io a scrivere nun ce sono cacato – ché ancora questa cosa m’è rimasta de culo traversa – dubiti di se stesso ‘gnorante e se ricreda immediato. Che mica si può sempre aiutarli a sfangarsela col dire Signore non sanno quello che fanno! Perché lo sanno, lo sanno…

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