CARTA TRENTA E OTTO, PER FUNGHI
Fra noi lo miglior fungarolo era fratello Ruffino, che spesso avea questa di mansione, sgambare per li boschi e le fratte alla cerca delli fratelli funghi. Se ne partiva con grossa balla alla mattina e se ne tornava allo tramonto, con le tante ispecie mangerecce: galletti, chiodini di cristo, sanguinelli, prugnole, ovuli, finferli e finanche qualche porcinus. Tutte ricchezze delle quali sono carche le nostre selve e campagne per la grazia d’Iddio che ce le regala a gratis, sia la grazia che li funghi. Ce sono anche li funghi rovinosi e mortali, ma per quelli l’Altissimo ci ha dotato de capacità de discernimento e di libero arbitrio, in modo da evitare lo malo, e Ruffino ne era grande expertus.
“Ma perché la bontà de Dio creò anco li funghi velenosi?” formulò una volta lo quesito teologico a Cesco. Che prontamente rispuose: “In paradiso mica c’erano… son sorti dopo lo nostro peccato d’origine!”
“Ma senti! Imperciocché nello paradiso terrestre se poteva sta tranquilli e se ne facea senza tema la raccolta, de’ funghi?”
“Certissimus! Cosa hai bisogno de scegliere tra questo è quello dove tutto è ugualmente bono?” fece domanda retorica il pastore nostro. “E un giorno lo sarà ancora, tutto bono… Sarà bello, no? Ché potrà tornare a cercar funghi anche il nostro Zolla”, concluse ridendo Francesco. E, d’intesa, rise anco Ruffino, perché una volta il buon Egidio con un paio d’ovuli malefici aveva procurato la cacarella alla comunità intera.
Comunque non de malo e non de bene te volevo vergare, perché a noi di Cesco le questioni di alta teologia poco se confanno, mica siamo i cani di Dio noialtri, ché noi umilissimi abbiamo sì peli e capelli irsuti, ma non li spacchiamo in quattro come usa l’ordine nascente de’ Domenicani. Ce basta la terra, lo foco, la acqua e lo cielo a noi, cioè lo stretto necessario. Ti volevo invece raccontare di Ruffino, di quando, proprio mentre facea li funghi s’imbattiede negli omini, che lui li chiamò subito cussì.
“Hai forse mangiato uno fungo traveggola?” gli domandò il volpino Gonzago strizzando l’oculo.
“No, ma che dici… Vero est, li ho sborniati due o tre di quelli omini, che appena mi videro s’infrattarono…”
“Ah sì? E com’erano?” intervenne anche fratello Bernardo.
“Avevano uno cappuccio…”
“Uno cappuccio? Ahò, mica crederai agli Elfi eh?”
“Macché Elfi… che m’hai preso per uno eretico tolkienaro?”
“Stai a vedere che allora erano due o tre dei sette nani… dì la verità, Ruffino, era buono lo fungo traveggolo? E Biancaneve, l’hai vista Biancaneve? Ah ah ah” Gonzago se sganasciava dalle risa.
“Erano con il cappuccio, sì, più o meno piccini così” e Ruffino aprì lo dito indice dallo pollice, come a misurare una creatura davvero minuta.
“Con o senza il cappello? Ah ah ah… Ruffino, me farai morire…”
“Erano piccini e subito corsero via, velocissimi. Se ci credete bene, se non ci credere pace e bene.” s’indispettiede Ruffino.
“Allora sentiamo Cesco, che lui forse…” ma la proposta di Bernardo fu troncata da Gonzago, che disse:
“Ma ve ne rendete conto, fratelli? Noi ora andiamo da Cesco, che magari è solo solo con Cristo nostro Signore, e gli raccontiamo questa corbelleria? Di uno che mentre fa i funghi vede due o tre di codesti… come li hai chiamati?”
“Omini, omini con il cappuccio…” disse ancora più crucciato Ruffino.
“Appunto… meglio specificare, con il cappuccio!”
Epperò, neanche a farlo apposta, proprio in quel momento appare Francesco come per miracolo, che lui come si sa aveva lo dono di essere insieme di qui e di là e anche laggiù nello stesso tempo.
“Cos’è tutta questa caciara? Che ve si sente da la Verna?” che appunto il santo era là in ritiro, mentre noi ce ne stavamo nella campagna di Gubbio.
“Visto, che v’avevo detto? L’avemo disturbato…” disse Gonzago per fare lo bravo e ubbidiente, e anche un poco leccaculo.
“È che Ruffino sostiene di aver visto qualcosa, nel bosco, che ce pare di parecchio strambo…” iniziò a spiegare Bernardo.
“Guarda Cesco, non te dar pena, che poi ce dici che te cerchiamo per qualsiasi minchiatura… Ce dispiace d’aver fatto caciara e ce vergogniamo anco per certe panzane che se c’è da ride’ va bene, ma lo scherzo è bello quanno dura poco…” mise le mani avanti Gonzago.
“Io li ho visti! Santo diavolone!” urlò Ruffino.
“E vabbè… allora, se proprio vuoi coprirci de ridicolo…”
“Dice di aver visto degli omini piccini piccini così”, fece Bernardo, e mostrò anch’egli allo santo nostro la misura fra pollice e indice di creatura davvero minutissima.
“E non ti dimenticare… piccini sì, ma con cappuccio!” sghignazzò Gonzago.
“Piccini… con cappuccio… omini…” rifletté il nostro Cesco, che avea familiarità con ogni forma di vita terrena.
“Ah, e poi… m’ero dimenticato un dettaglio… erano creaturine… vabbè, lo dico, ma non mi prendete per lo culo eh? Erano creaturine celesti…”
“Eccoci!” esclamò Gonzago, “Non bastavano i cappucci… siamo addirittura agli angeli!”
“No Gonzago, te sbagli!” e qui Cesco alziede lo dito indice come a significare attento a quel che ti dico, “Non creature celesti di cielo, ma celesti de colore. I Puffi!” che finalmente lo mistero fu svelato.
E allora il nostro Cesco ce raccontiede di questo popolo di minuti che abitava li boschi da tempi immemorabili, e che di grande colonia si trattava e che se ne stava proprio sotto li funghi, e quindi Ruffino avea ragione d’averli visti. No, non erano le coglionerie degli elfi a cui credono gli eretici tolkienari, che se cibano di queste bubbole da beoti per scarso senno e guasto raziocinio. I Puffi erano li Puffi, organizzatissimi ed eccellentissimi, celesti de colore de pelle come avea riportato Ruffino e con cappuccio e calzabrache bianche de nuvola, tranne lo capo, che lui li avea entrambi rossi, lo grande Puffo! “Vivono sociali in una collettività comunitaria, un po’ come noialtri, non hanno robe de proprietà individuali e pensano al bene comune, e insomma ce somigliano…” specificò il santo.
“E allora com’è che quando me videro scappierono?” domandò Ruffino.
“Eh… t’avranno preso per Gargamella… bello come sei…” sorrise Cesco.
“Gargamella? E chi è?”.
A Francesco gli toccò dunque di trattenersi ancora e raccontare, a noi che s’ascoltava con grande sbalordimento la storia di questi nostri piccoli fratelli che vivono in pace, e che ce interessiede ancor di più perché loro stessi, per quanto meritevoli, se organizzano senza regula bollata da lo papa come noialtri. Almeno finora.
E mentre Ruffino gioiva e ripeteva: “Che v’avevo detto? Che v’avevo detto?” il saputo Gonzago fu colmo di grande vergogna per arroganza scettica, e chiese più volte scusa. Qui ce fu nuovo ammonimento con lo dito alzato da parte de Cesco nostro, perché riguardo alla natura, ce disse, la fantasia dello Altissimo non ha freno, e di creature magiche son pieni li boschi, ad eccezione degli gnomi e degli elfi, che loro sono invenzioni dei tolkienari di prima, persone infantilissime e financo fascistelle, ma questa è un’altra storia. Francesco poi sparì com’era giunto, come per miracolo. Tutti, da quella volta, vollero accompagnare Ruffino alla cerca dei funghi, ma i nostri fratelli Puffi non se mostrarono più. Forse perché ognuno de noi vien preso per Gargamella.