CARTA TRE E QUATTRO, LI PAPI DI DOMANI
Nei giorni della scrittura della regula certe volte ce passava a entrambi la voglia e non si vergava nulla, ma proprio nulla de nulla e si stava a ore a diacere nell’erbe con la pancia vota allo cielo, che almeno si nutricasse anco lei dello sole. Ma poi all’improvviso “Dài Leone…”, faceva Cesco, e allora io capivo che l’aveva preso un’ispirazione fortissima ed ero subito pronto con la cartapecora e lo stilo, “Verga cussì Leone…” e mi dettava di getto uno scroscio di parole attorcinate come rame di rovi e anche spinose, che poi le si doveva rendere invece semplici come noialtri fratelli incolti quali eravamo i più e asinucci, e poi bisognava anco però mitigalle nell’offensivo al signorile urecchio papale e questa era la parte più difficile perché Cesco s’impuntava, voleva essere specifico, e a me allora toccava avere la postura dello moderato e aperto alla compromissione, che mi faceva perfino rabbia. Però gli dicevo, “vedi cesco, forse è meglio dire cussì e cancellare queste poche parole, faccio l’esemplum, qui dove dici giustamente “tutti i frati portino vestiti umili e color merda e sia loro concesso di rattopparle con stoffa di sacco e cenci da culo e fasce de’ lebbrosi…” io correggerei pur mantenendo lo significato cussì: “tutti li frati portino vestiti umili” senza stare a menzionare lo colore e invece dei cenci da culo e fasce de’ lebbrosi io scriverei solo “altre pezze”, che viene nella seguente maniera: “con stoffa di sacco e altre pezze”, sottinteso tutto quello che volevi dire tu… E allora Francesco s’incazzava di brutto e cominciava a dire… ‘sta regula del mi coglio!, altro che straccio da culo mi ci pulisco lo culo con la regula io, … e si alzava e spariva nel bosco e non tornava per un giorno intero. Ma c’erano anche le volte in cui si scherzava e allora ero proprio io a parlare per primo, e facevo “Magari, se si fa un bel lavoro e se le cose andranno per il giusto verso, Dio lo voglia, chissa?, è forse possibile, mio santissimo Cesco, che un giorno ci sarà anche uno papa che prenderà il nome tuo… Senti come suona bene: papa Francesco!”
“Ah-ah-ah…” scoppiava a ridere lo santo. “Ma quali cose per il verso giusto… che vuoi che se ne faccia la Santa Madre Chiesa dello nome mio, mia ingenua pecorella, uno come me, uno pidocchioso… ah-ah-ah “Piuttosto te”, proseguiva, tu hai uno nome bello da papi… lo senti come rugge? Leone il Pontefice ah-ah-ah E del resto di Leoni papi ce n’è già stati sei o sette…”
“Nove, per l’esattezza, nove…” specificavo.
“Lo vedi?, accipicchia quanti leoni!… E vabbè, non dico subito… ma vedrai che quando si arriverà intorno al quattordici o quindicesimo Leone… allora si ricorderanno anche di un Leone pecorella come te ah-ah-ah, colui che ha vergato la regola insieme al santo, Leone pecorella quattordicesimo che era il braccio destro di Cesco I ah-ah-ah…” E giù risate, che si sa, uno per darsi forza ne li momenti critici le spara grosse, con parole che sembrano uscire dirette dalla minchiatura, cioè minchiate ah-ah-ah!