CARTA DICIANNOVA, LO RITRATTO
Per descrivere il volto del nostro Cesco non bastano le parole, perché anche se io Leone conoscessi molte lingue diverse, dal loro accozzamento non se ne ricaverebbe che qualcosa di molto lontano dall’immagine vera. Orecchi a sventola come i suoi, sebbene con tale distanziamento dallo capo fossero rari, ne avresti anche trovati, e così di nasi come il suo malfatto e aquilino, un po’ ebreo, ce n’erano a bizzeffe. E capellacci irsuti, arruffati e unti e anche occhi di un marrone squacquerello e piccoli, quasi chiusi per lo sforzo di mettere a lo foco l’intorno, anche d’essi a cercarli se ne trovava – ma una volta detto questo, che ho detto? Niente, tu che non avesti la grazia d’incontrarlo, dalle mie scarne parole non puoi figurartelo che malo.
Ti ci vorrebbe per lo meno un ritratto di pintore, per fartene un’idea vicina, o anco meglio molti ritratti, uno per ogni espressione sua. Ma siccome il suo viso avea infiniti modi di mimica, i ritratti dovrebbero essere egualmente infiniti, affinché tu potessi renderti conto della ricchezza del suo esprimersi anche con uno ciglio alzato o labbro appena ricurvo nel ridere. Dirò di più: se tutte queste infinite pinture fossero messe una di fianco all’altra e via e via allora riusciresti quasi a simulare lo passaggio da posa a posa, in maniera che l’immagine del santo acquisisse parvenza di movimento vitale anche se nella finzione. E questo sarebbe uno camuffamento per simulare meglio l’immagine sua. Altrimenti ci vorrebbe quadro chinetico, come dicono li grechi, che muovensi mentre lo vedi, ma questo ovviamente non è dato.
I’ Càtto, cioè Pietro dei Cattaneo, lui che aveva studiato, una volta che eravamo in pausa dal lavoro di mano e di groppone, trovò uno sbrocco di tegola lì nei pressi e preso uno tizzo accarbonchiato dal foco ispento gli si rivolse per celia: “Cesco, ti faccio lo ritratto!” – perché noi della fede in Cristo, e quindi non ebrei né musulmani, si pole disegnare anche li homi santi e lo deo, non est peccato. E Cesco, per far ridere anche lui, rispuose:
“C’entrerò tutto in codesto sbrocco?” perché il pezzetto di tegolo era poco più di una piaccella.
Al che i’Càtto, arguito dagli studi, per continuare il discorso scherzoso fece una cosa colta detta paradosso, incrociando li termini in armonica opposizione “Per disegnare la grandezza della piccolezza anche uno piccolo sasso è grande!” Li corbezzoli!, ci stupimmo noialtri a tanto dire.
“Grande se grande è però la mano del piccolo dipintore!” continuò in falsariga lo santo. “Suvvia, Catto, cimentati!” concluse infine, e si atteggiò in esagerata postura di posa.
Fratello Pietro ciucciò il carbonchio perché scorresse meglio sul minimo supporto e iniziò l’opera, che in tre balletti, essendo schizzo, fu dipinta.
“Te piace?” domandò pien di sé il pintore al santo modello, voltando la piaccelletta affinché la vedesse dalla parte giusta.
“Mmmmm… direi che ci hai azzeccato alquanto. Mi è molto molto somigliante… e sai perché, Catto? Perché così piccola e nera ha tutta l’aria d’essere una cacccolina di mosca!” E qui si ode il fragoroso scoppio di risa di noi altri perché al Cattani fu riserbata grande lezione d’umiltà, essendo la superbia rovina diabolica della natura umana e anco la vanità che gonfia li cuori delli homini. L’opera fu data, e quindi persa, a uno concio all’uopo lì vicino. E amen.
