Cesco Francesco (14)

CARTA QUINDICESIMA; LO GRANDE CAPITOLO: COME ANDIEDE CON LO PAPA

“Cos’è questa puzza di merda?”

“Sono arrivati, Santo Padre, i poverelli d’Assisi attendono nella stanza accanto…”

“Boia!” sbottò il signor Innocenzo, e strinse a molletta le dita carche d’anelloni sul naso papale, avviandosi a passettini lesti verso il trono, “Via via, veloci, per l’amor di Dio…”. Ma improvvisamente si fermò, colto da indugio:

“Non ci sarà mica il rischio di malattie, vero?”

“Abbiamo agito con prudenzia, Santissimo Padre. Staranno di là da quel cordone oltre la terza colonna” e Giovanni di San Paolo, che aveva organizzato l’incontro, indicò al vicario di Cristo un punto ben delimitato a più di quattro pertiche di distanza, misura considerevole a prevenzione di qualsiasi morbo. Lì, infatti, si distendea e facea fasto un elegante cordone rosso di contenimento.

“Bene bene… ma quanti sono questi poveracci che ci chiedono udienza?”

“Una dozzina circa…”

“Boia!” proruppe ancora sua Santità, e qui non si poté comprendere appieno se a causa del numero che gli parve eccessivo oppure per la meraviglia di un sì grande fetore di contro a un un insieme sparuto di homini, per quanto lerci.

“Fateli entrare!” ordinò imperioso il papa mentre si sedeva sul trono stando attento a sistemarsi la veste regale sotto lo di dietro affinché non gli facesse sorzoglio. Poi fissò il severo sguardo all’orizzonte estremo dell’immensa sala.

Dal gran portone dischiuso fece dapprima capolino uno homo piccolissimo di statura ma di notevole bruttezza, di cui, anche da lontano, notavasi però il volto sorridente. Entrato con un disdicevole saltello, lo sgorbio fu subito seguito da un buzzurro di gioviale facondia, che parve olezzare l’ambiente come di cipollone, e poi, in ordine sparso, chi con lieta capriola chi con schiamazzo, chi tenendosi la tunica sugli stichi neri di peluria, apparvero gli altri, tutti però vestiti nella stessa maniera uniformemente indecente, come ricoverti di pannicelli e stracci da culo. Anco se nell’avvicinarsi si notò, che almeno due o tre di loro, avevano provato a spartirsi la folta e pidocchiosa capigliatura con netta divisione a fica di asina, per l’evento.

“Ci stiamo riducendo a un circo” mormorò fra sé il signor papa Innocenzo III, uomo glorioso, coltissimo e ardente difensore non solo della giustizia divina ma anche terrena, nel coltivare gli interessi della fede cristianissima sbaragliando albigesi ed altro.

Quando la vergognosa sarabanda sembrò affievolirsi di fronte al cordone il papa domandò imperioso “Chi fra voi è lo capo Francesco di Assisi?”

E qui, fratello Egidio, per la troppa emozione, come più tardi mi avrebbe confessato, pisciossi nei mutandoni, che meno male, per la stoffa ruvida e spessa di rigatino, assorbirono completamente.

“Umilmente me pecorella” rispose il nostro vero pastore, facendosi riconoscere.

“Mmmmm facciamola spiccia. Sentiamo, tu che pretenderesti da Noi?” dove il noi, ovviamente, era quella parte d’irrefrenabile orgoglio che urla sconsiderata al cielo io, pluralia maiestatis che più non si può. E qui le mutandone di fratello Egidio dimostrarono tutta la loro capacità di continenza.

“Vivere nella povertà e nell’umiliazione come ci ha insegnato Cristo Salvatore… e come scrissi nella Regula, avere lo permesso di vostra Santissima Altezza…” rispose con semplicità e slancio il Santo Nostro.

A Innocenzo tornò in mente quella misera pergamena frittellosa e piena di patacche che era stata recapitata alla santa sede pochi giorni prima, con raccomandazione di Guido, vescovo d’Assisi, e l’intercessione del lì presente Giovanni di san Paolo, vescovo di Sabina. Non che l’avesse letta, perché anco quella cartaccia si presentava così bruttata che pareva sortita da uno orifizio di cane. Se ne era fatto fare riassunto, da cui era emerso che in sostanza vi erano collazionati i passi più pericolosi de lo Vangelo, alla lettera, e che messi tutti lì, lo nero su lo bianco, e tralasciando il resto di ornamenti e favolucce, acquistavano un loro sentore di malcelata eresia, a procurare vergogna all’indiscutibilità di madre chiesa ricca, potente e opulenta sì, ma per la gloria di Dio. Cosa questa, che le dure cervici dei presunti rivoluzionari dei nostri santissimi coglioni, pensava tra sé Innocenzo III, non arriveranno a capire mai, perché vivendo di necessità come le bestie, come bestie erano limitati di comprendonio. Volevano un Cristo povero, e in effetti d’esistenza terrena lo era, ma mica per questo la dimora celeste di Dio doveva farsi stracciona, perché lo messaggio, come in uno quadro, poteva anche essere di modestia e umiltà, ma la cornice, la parete, la stanza e la casa, a maggior gloria dell’Altissimo non poteva attenersi che all’oro e di petre preziose! E invece eccoli qui, ancora, a fare circo Orfeo rompendo i già citati santissimi. Ce la faremo mai a sbudellarli tutti, ‘sti rivoluzionari?, affinché anche le cervici più brutali del popolo basso comprendano e stiano con lo capo chino come di loro dovere? e ubbidiscano? e lavorino? e crepino se devono crepare e non rompano gli zebedei?

“No, santo padre, mai ce la faremo con la sola potenza di fede sostenuta dalla spada e da lo foco…”

“E allora?”

“E allora bisognerà pur apportare alcune modifiche nella nostra santa postura nei confronti di alcuni di essi”

“Trattare?” guardò minaccioso i suoi consiglieri lì riuniti in seduta straordinaria.

“No, non trattare, trattare mai, Santo Padre. Riconoscerne alcuni, con la gradualità e la prudenzia che le colombe hanno da imparare da li serpenti, ovviamente lisciandoli nel pelo ispido. E qualcuno, tra i tanti lupi, si farà di certo lisciare come lo cane. Noi, Santissimo, siamo certi che in pochi anni lo maggior numero di lupacchiotti rivoluzionari cominceranno a scodinzolarci, basterà fornirgli nella ciotola qualche ossuccio un po’ più polposo, robuccia da nulla, e si abitueranno a questo miserissimo pasto per il godimento di corpo, con l’idea di aver ottenuto chissacché. I lupi, quelli veri e intrattabili, sì, non potranno essere convinti, e con loro applicheremo la solita cura che portiamo alle membra purulente e cancrenose, tagliare di netto.

“Dunque una selezione a monte e un doppio trattamento?”

“Esatto! In modo da cambiare soltanto poche cose e anodine, in apparenza, così che nulla davvero cambi, per la Gloria di Dio…”

“Mmmmm… e dunque, secondo voi, questi straccioni di Assisi, queste, come si fanno chiamare… sì, queste pecorelle si dimostreranno malleabili?”

“Pecorelle appunto, non pericolosi lupi. In fondo, sono pazzi no? Cosa chiedono? Vivere come il Cristo della Croce, vivere la letizia anche nelle bastonature… che male ci possono fare? Accontentiamoli, con gradualità e accortezza, ma iniziamo a darne riconoscimento e a portarli dentro la santa staccionata di Madre Chiesa. Poi, cammin facendo, cambieranno, e se non cambieranno, siamo sempre in tempo a provvedere. Il loro capo si chiama Francesco, anche se fra fratelli in pidocchi lo chiamano semplicemente Cesco.” Qui, risero tutti, compreso Innocenzo.  “Questa prima regula, ovviamente, non va bene: troppo severa, stando a quello che c’è scritto bisogna vivere nelle capanne di frasche, abbracciare i lebbrosi, non possedere nulla se non… le mutande. Roba davvero da folli. E infatti quanti sono per ora? Undici o dodici. A noi, di queste pecorelle ribelli qui, ce ne servono a migliaia e poi migliaia di migliaia… Dunque, per ora, diciamogli che sì, siamo interessati a loro, che dobbiamo pensarci bene però, che devono predicare e cercare chi li segua in questa vita veramente cristiana – non come quella degli Albigesi, però -, più mite, più in letizia con il mondo e le sue brutture, e che insomma la regula deve essere riscritta, addolcita, bisogna togliere gli spigoli di una coerenza che in fondo non è così necessaria alla fedeltà di Cristo, ma per ingrandire la fratellanza sì. Per intanto procediamo, poi vedremo, Santissimo padre.

“Mmmmm… proviamo dunque questa via. Sono già a Roma?”

“Sì, Eccellenza… potremo fissare un’udienza da oggi a otto, diamogli tempo di prepararsi…”

“Va bene, ma facciamo una cosa veloce. Di queste recite che vanno bene per i bambini e li ciucci ne farei volentieri a meno…”

“Senz’altro Padre…”

Questo fu la discussione che si era tenuta la settimana prima, quando venne preparato l’incontro e spiegatone le motivazioni reali. Come io, Leone, ne sono venuto a conoscenza? E cioè, come ne venne a conoscenza il nostro pastore Cesco e me lo riferì? E soprattutto quando? Prima o dopo l’incontro con lo papa Innocenzo III? Tu, lettore fratello mio, ti immaginerai senz’altro che nella nostra vita, noi veri poverelli, eravamo usi a vivere non solo con piattole e pitocchi e cimici, ma anche con un gran numero di fratelli topi, che ci accompagnavano in modo particolare nei momenti di povero convivio contentandosi di qualche briciola e anco di notte, nel dormire, quando ci rosicchiavano unghie, unghioli e financo qualche cartilagine di orecchi. Fra tutti questi topi dirò anche che all’orecchio di Francesco non solo rosicchiava, ma mormorava in lingua a lui nota qualche talpa. Di più, per quanto sincero con te e dunque narratore onestissimo, non posso dire, perché fui stretto dal vincolo col Santo che mi fece promettere di non confessare mai l’arcano, per prudenzia e soprattutto rispetto della memoria di sorelle talpe.

Dunque mi limiterò a dire come finì quella giornata dell’incontro con Innocenzo. Si vedeva lo sdegno, ma disse che sì, la questione sollevata poteva essere interessante e che continuassimo sebbene la regola dovesse venir riscritta daccapo. Disse però che quello non era il modo di presentarsi, che usufruissimo più spesso dei tanti fiumi e torrenti Umbri, e che almeno le ugne e i piedi e i capelli curassimo maggiormente. Che ci facessimo una veste unica confacente al ruolo, ci mettessimo li calzari, ci pettinassimo almeno con fratello rastrello e alla fine ci fece anche tosare da un barbiero di Roma, per avere la chierica ben visibile. Insomma, un po’ ci consigliò, un po’ si divertì a sfotterci, come un furbone.

Ce ne andammo tutti lieti e saltellanti, uscimmo dal salone lucente, uscimmo da Roma e non appena fummo sufficientemente lontani il nostro Cesco disse: Alt! ora ve lo posso davvero confessare. La regula non è ancora approvata e vogliono infinocchiarci, ma l’importante, per adesso, è che non ci abbrucino, poi si vedrà. E tu, Egidio fratello mio, puoi anche togliertele, quelle mutandone.

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