Non è difficile da capire, e si tratta della prima cosa che impari quando inizi a giocare a biliardo: una bilia, colpita da un’altra, può andare a destra, a sinistra, oppure procedere sulla stessa traiettoria che la bilia battente ha percorso prima di colpirla. Nel primo e nel secondo caso non avrai preso palla piena, ma un po’ più sulla sinistra o un po’ più sulla destra.
Nasce dunque l’esigenza di un metodo di mira che, per quanto spesso in maniera inconsapevole, si avvalga del rispetto delle leggi della fisica. Non è infatti un caso che il biliardo e le sue palle che cozzano vengano quasi sempre citati in relazione al libero arbitro e alla perfetta causalità, cioè in quei discorsi su ciò che non può essere che necessario.
A seconda della traiettoria che seguirà una bilia dopo essere cozzata, si dovrà allora prenderne ¾, mezza, 1/3 e via dicendo. Mezza palla significa che miro allineando il punto più esterno della bilia battente con il centro esatto dell’altra. Ma poi c’è il terzo di palla, o il quinto, o i cinque sesti… e le cose si fanno più complicate. Mi sono dimenticato di dire che nei metodi di mira la bilia va considerata piatta, cioè non più una sfera ma un disco. Togliendo la terza dimensione si semplifica in cerca dell’efficacia del sistema.
Quello di cui sopra non è comunque il mio metodo. Io posiziono una palla immaginaria dietro la palla che voglio colpire e miro invece a quella, piena. Il mio occhio non seziona la parte di palla da prendere – mezza, un terzo, un quinto ecc. – ma considera sempre una palla piena, sebbene immaginata, cioè una finzione oltre la realtà. Ecco dove volevo arrivare: la palla immaginaria, che colloco dietro a quella reale, per me rappresenta il valore di una costruzione utopica. Perché errata non è l’utopia, e nemmeno l’idearla. La non efficacia di una pienezza utopica – e comunque di un ideale – deriva invece da non saperla collocare nel punto giusto in relazione alla realtà.
Ne sono consapevole, non riuscirò mai a raggiungere la palla immaginaria, perché in mezzo incontrerò ciò che è reale. Ma la realtà si muoverà nella direzione giusta proprio grazie a quella costruzione che ho saputo appunto fingere, cioè plasmare, mettere al posto giusto, mirare e centrare come se fosse vera.
Ecco ciò che manca alla politica odierna, per lo meno a una politica che non disprezza il conflitto e che lotta per la giustizia e per la libertà degli uomini. Quelli che si autodefiniscono progressisti, negli ultimi quarant’anni, sono diventati dei calcolatori di frazioncine, hanno frequentato il doposcuola del capitalismo e si sono autocelebrati come amministratori di condominio, o piccoli ragionieri del consenso. Non capiscono più l’importanza dell’utopia, e men che meno sanno di che farsene, perché hanno perso non solo la capacità d’immaginazione – che già riduce la loro povera umanità – ma soprattutto il vero realismo, che è quello di saper dove va collocata l’utopia in relazione alla realtà.
C’è anche un’altra prospettiva che ci aiuta a comprendere: quando miri palla piena, quando miri la realtà piena, la palla prenderà la medesima direzione del colpo, la traiettoria non cambierà, non cambierà niente. Così accadrà anche quando posizionerai la tua palla immaginaria in modo che sparisca completamente dietro a quella reale. Adesso che tu miri al pieno della palla reale o a quello della palla immaginaria sortirà il medesimo effetto: non succederà nulla di nuovo. Il realismo più conservatore e l’utopia che vuol aderire completamente alla realtà confliggono solo in apparenza, ma vanno sempre a braccetto a conferma dello status quo. L’utopia realizzata e la realtà senza alternativa hanno gli stessi carcerieri.