Meditazione del suicidato Torregiani

Così è successo che io avevo scritto una bella lettera per spiegarne per filo e per segno i motivi ma non si sa come non l’hanno trovata più e allora io mi sono suicidato ma nessuno, dico proprio nessuno l’ha capito, e credono sia stata una sciagura, perché siccome io nuoto in mare per chilometri, anzi nuotavo, pensano che l’ultima volta sia annegato non di mia spontanea volontà, ma per un malore, anche se a dire il vero un paio si sono stupiti del fatto che non avevo indossato la boa segnalatrice come facevo  sempre – perché non se la sarà messa? – che invece l’avevo lasciata nel borsone sugli scogli perché già è parecchio difficile annegare quando nuoti bene come me – avete presente l’ultima pagina del Martin Eden? sì, Jack London – figurarsi se ti porti dietro un pallone d’aria. Ora questo fatto della lettera un po’ mi dispiace perché ci avevo lavorato con impegno e in qualche modo rappresentava un bel finale, che era come in un film quando improvvisamente senti la presenza della colonna sonora e la musica ti arriva al cuore e insomma lo sai già che quella scena sarà l’ultima e ti concentri perché forse è proprio lì che c’è il significato del film che gli ha voluto dare il regista. Eppure l’avevo messa sulla finestra, sì, la lettera dico, ma assicurata con un bel fermacarte, e invece dev’essere lo stesso volata via col vento, accidenti!, lo sapevo che era rischioso, ma mi sembrava troppo bella l’idea di una finestra spalancata sul vuoto con una lettera d’addio a chi rimane, la mia anima-uccello che apre le ali e non ritornerà mai più, e invece a prendere il volo è stata proprio la lettera. A pensarci bene anche il fatto di non aver indossato la boa si è rivelato un errore, perché se a un certo punto me la fossi tolta di dosso e l’avessero ritrovata in mare, avrebbero detto, vedi se l’è sfilata volutamente, non è stato un malore o un crampo, si è voluto suicidare, e l’avrebbero riconosciuta che era la mia perché nella sacca interna ci avrei lasciato la carta d’identità come per dire, sì, sono proprio la sua boa. Oppure ci avrei addirittura scritto sopra il nome con un pennarello nero indelebile, come facevano gli etruschi con i loro oggetti funerari, io sono la boa di Ignazio Torregiani – sì, Ignazio Torregiani che sono, ero, io.  Ma purtroppo, dopo aver calcolato tutto, ho fatto due scemenze, cioè ho lasciato due oggetti fondamentali nel posto sbagliato, la lettera sulla finestra e la boa, sgonfia, nel borsone sugli scogli. Insomma, per le persone che mi conoscevano non mi sono suicidato, ma sono morto annegato come capita in mare – io glielo dicevo che era pericoloso nuotare per tutto quel tempo da solo, e poi senza boa, quell’incosciente!, qualcuno avrà commentato di sicuro così. Anche perché senza quelle motivazioni riguardo al suicidio che avevo ben elencato nella lettera d’addio – erano esattamente tredici – senza quella fine argomentazione che purtroppo è andata persa sul valore apparente della vita e su come veniamo truffati dalla nascita in poi – ve l’ho già detto, ci avevo lavorato davvero molto – a nessuno, ma davvero a nessuno, potrebbe venire in testa che dentro di me covava un istinto suicida. La spettacolarità del mio gesto estremo dipendeva proprio da quello, nel corso della mia esistenza mai uno sbandamento, mai un periodo di crisi o che so, non dico una depressione ma nemmeno un calo umorale. Ero io che davo fiducia agli altri, gli amici si presentavano a me con un sacco di problemi – e la relazione con la compagna, e il lavoro, e i figli che mi danno grosse preoccupazioni, e l’intervento chirurgico e mi è morto il gatto… – e io eroi li pronto a rincuorarli, a fargli forza e dire Dài, su, si tratta di un brutto periodo, ma vedrai, come è arrivato passerà… che vuoi che sia, si sa che le cose non vanno sempre bene, ma io ti conosco, ce la farai senz’altro, tu sei pieno di risorse, e allora andrà meglio di prima, vedrai… E loro, Ma come fai ad essere così sicuro, sempre così ben disposto? Ma dove la trovi la forza, tu? E io, ma no, dài, non è una questione di forza, è solo un modo di mettersi in ascolto, di sentire la vita che pulsa, di non lasciarsi prendere dal nostro sabotatore interiore…e poi io lo so bene, te l’ho detto, ti conosco, tu hai tutte le capacità possibili e immaginabili per… eccetra eccetra. Sì, ai loro occhi sono sempre apparso come una roccia, una colonna di marmo, un frangionde…  e loro ne approfittavano. No, non ho niente da recriminare, non è la solita storia di chi a un certo punto, a furia di aiutare gli altri trascura se stesso e alla fine, sepolto da peso su peso, non ce la fa più e cede. Non era proprio il mio caso. Dev’essere perché ho trascorso tanto del mio tempo nell’acqua che ve l’assicuro, ho tutta l’impressione di essere stato da sempre impermeabile. Parlano dell’empatia, dei neuroni specchio, di come certe persone riescono ad entrare in sintonia con gli altri, dell’immedesimazione se non addirittura della compassione… ma vi assicuro che niente di tutto questo per me ha una qualche importanza. Io non sentivo un bel nulla e mi rimaneva così semplice confortare gli altri, proprio per la mancanza di una risonanza, di una vibrazione emotiva, vedevo tutto ma stavo di là da un vetro, niente mi toccava. Mi restava facile per questo. E allora, mi direte, perché hai voluto suicidarti?, se eri pieno d’ottimismo?  Io non ho detto così, ora esagerate, la mia era solo una completa insensibilità, che mi ha facilitato nel giusto atteggiamento da tenere, nell’imparare quello che si vuol sentir dire la gente, nell’assecondarli per tenerli su di morale, non è che credessi a quello che gli dicevo, era così, un modo di mettere insieme le frasi giuste, punto. Secondo me ero anche piuttosto bravo, perché i risultati si vedevano, magari c’era anche di che essere soddisfatti – per quanto io, vi ripeto, non provavo proprio nulla. E alla lunga succede che uno si annoia, non è che senta il peso del dolore suo o degli altri, no, non è questo, è proprio una noia che ti si appiccica addosso e che non puoi scollare da te nemmeno con una nuotata di due, tre, quattro chilometri, tanto vale farla finita. Così prima ti si presenta come il retrogusto di un pensiero molto indefinito, appena un alone di nausea, dopo si fa via via più preciso e cominci a lavorartelo nella testa con tutti i dettagli, finché si delinea netto e allora ti dici, perché no?, potrebbe davvero essere, posso pianificare l’ultima nuotata e dare l’addio al mondo, in qualche maniera, per quanto nuoti benissimo, troverai il verso di affogare. Provi un ultimo impulso di vita proprio nello scrivere quella lettera – se ci pensate bene un ragionamento di tredici punti sui motivi che fondano la scelta di suicidarsi non è una cosina da poco – correggi, rifinisci, togli qualche sbavatura grammaticale e direi che sì, ora è davvero perfetta, una meditazione che sembra un piccolo trattato di filosofia morale, nei sei quasi orgoglioso. Malauguratamente, però, ti viene quell’ultima idea dell’anima-uccello che spicca il volo dal davanzale e rovini tutto, nessuno saprà mai che ti sei suicidato e muori come un qualsiasi nuotatore che ha calcolato male la proprie energie fisiche, o a cui gli è preso semplicemente un colpo. Senza considerare che quella lettera perfetta magari adesso è nelle mani di qualcuno che si domanderà, ma si è ammazzato davvero, questo, o è un’esercitazione letteraria, un piccola opera filosofica, o magari l’inizio di un racconto? Perché è scritta benissimo, il ragionamento adamantino fila, la logica è ferrea, addirittura è convincente – non sembra il biglietto squilibrato di un pazzo che sta per levare la mano su di sé – e infatti non mi risulta che si sia suicidato nessuno. C’è solo quel tipo là, quello che c’era scritto sul giornale di ieri, un certo Torregiani, che l’hanno trovato morto annegato perché aveva l’abitudine di uscire per lunghissime nuotate sempre da solo, e l’ultima volta, il cretino, si è dimenticato di indossare anche la boa segnaletica, e insomma, a furia di sfidare il destino prima o poi te la vai a cercare, no?, prima di fare le cose così a cialtrone rifletti, dico io, no?

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