Immagino che hai provato, almeno una volta nella vita, a metterti in tuta e correre. Sono sicuro che in quell’occasione non hai sentito tutto quel piacere che ti ripromettevi. La corsa è faticosa e per arrivare a rompere il fiato e godersela bisogna allenarsi, costantemente – più lo fai con regolarità, più ti viene facile. Lo so, è il segreto di Pulcinella, ma per quanto riguarda la lettura è la medesima cosa.
All’inizio, per un bambino, leggere è faticoso. I processi neuronali che la lettura mette in moto sono molto complessi, ed è per questo che imparare a leggere risulta difficile, e prima che la lettura si trasformi in un’abitudine piacevole ci vuole del tempo. Puoi anche cercare di convincerti che esiste un metodo magico e meraviglioso che evita la fatica, ma ti renderai conto che non è così: la fatica va attraversata, il piacere arriva in seconda battuta con l’esercizio e la disinvoltura della consuetudine. Quindi? Meglio non leggere? Direi proprio di no, per una ragione ben riassumibile con poche parole di Ludwig Wittgenstein: “i limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo”. Non c’è dubbio che la lettura estenda il nostro linguaggio, e così anche il nostro mondo. Si legge perché il mondo non sia tutto qui.
Certo, qualcosa per agevolare la conquista delle parole scritte possiamo farla, per costruire un buon lettore conviene partire dalle fondamenta, cioè dall’essenziale: alla lettura è necessario concederle del tempo. Gli studiosi dicono che questo tempo può iniziare già prima della nascita, con la voce della mamma, che potrebbe dedicarsi all’allenamento per lei e per il suo bambino dentro di lei – leggendo, cantando, parlando, raccontando storie, però a voce alta, in modo che la cassa acustica del pancione risuoni. Dicono anche, gli scienziati dell’apprendimento, che praticare la lettura a voce alta, il leggere forte, è un’abitudine che andrebbe mantenuta a qualsiasi età. Magari non per recitare l’etichetta di un indumento o la lista della spesa, ma qualche terzina di Dante o una bella pagina di Elsa Morante sì – con la consapevolezza che anche la qualità letteraria aiuta. Le parole fanno vibrare l’aria e suonano, e a farle suonare c’è più gusto.
Bisogna dunque riservarle del tempo, alla lettura, coltivarla come si annaffia una pianta . Ogni pianta vuole la sua acqua, la sua luce e la sua temperatura. La pianta, ovviamente, siamo noi, ed ecco dunque che insieme al tempo è necessario curare il luogo. Quando si ha dimestichezza con la lettura si può leggere e concentrarsi davvero in qualsiasi posto, non necessariamente nella nostra camera privata o in biblioteca. Ma: in treno, in ascensore, su un covone di fieno, a letto, arrampicati su uno scoglio o su un albero, sul W.C. eccetera. Però, specialmente all’inizio, il luogo giusto aiuta. In termini più tecnici si dice “preparare il setting”, ma non stiamo a fare i sofisticati: quello che conta è la cornice, cioè disegnare uno spazio che significa, “qui, ora, si legge, e chi non vuol leggere è pregato di allontanarsi”. Più o meno come: “qui, ora, si gioca a pallone, chi non ne ha voglia si tolga da tre passi, grazie.” A volte il luogo è più “ufficiale”, del resto ci sono persone che si iscrivono in palestra perché altrimenti non riescono a muovere un muscolo. La palestra della lettura è la Biblioteca Comunale. E a pensarci bene la similitudine regge perfettamente: molti bambini incontrano la lettura proprio lì, con le cosiddette letture animate, in età prescolare, i cuccioli del nido e quelli della scuola dell’infanzia. La biblioteca rimane però un punto di riferimento anche per gli atleti professionisti – cioè i lettori forti e fortissimi – che della palestra non possono farne a meno, non fosse altro che per allenarsi con un attrezzo – un libro – troppo costoso o troppo raro. E poi, in biblioteca, si incontrano altri lettori, si “socializza”, forse troviamo qualcuno che consiglia libri un po’ diversi da quelli che s’impilano nei supermercati. Anche perché più un lettore diventa forte, più esigente è, se non addirittura schifiltoso. Perché nella sua foga impara che un libro letto è anche un altro libro che non potrà più leggere.
Quindi, riassumiamo: servono tempo e luogo. Manca un’altra cosa essenziale: l’esempio, cioè la persona che vedi leggere e che lo fa con piacere. Chissà cosa si prova? chissà che gusto ha? chissà come funziona? – insomma, per un bambino la curiosità è tanta. Ed è per questo che i lettori producono lettori, né più né meno come quando qualcuno in casa è bravo in cucina e così è più facile imparare a mettere le mani in pasta, e se babbo va a pescare hai senz’altro più occasioni di diventare un pescatore. Non importa però che l’esempio dorma sotto il tuo stesso tetto, a volte càpita anche la possibilità di incontrare un professore che legga più di un libro all’anno, magari per studio o addirittura per piacere. Magari qualcuno, con i buoni che gli passa lo Stato, non ci fa soltanto i regali di Natale. Oppure puoi incontrarlo al bar, un lettore, lo dico per esperienza. Insomma, babbo e mamma che non leggono non sono un alibi sufficiente per rimanere ciucci.
Molto altro si potrebbe dire sull’apprendimento della lettura, anche molto di più spettacolare e magico. Ma io non credo né allo spettacolo né alle magie. Penso in tutta sincerità che per agevolare la fatica, la fatica di imparare a leggere, è sufficiente uno sgabello a tre gambe, che proprio perché le gambe sono tre e non quattro e non cinque trova immediatamente stabilità sul terreno: il tempo, il luogo, l’esempio. Ultima considerazione: si può vivere anche senza leggere, limitandosi a interpretare una cifra sulla bolletta della luce, il nome della città sul cartello stradale, gli avvisi di divieto o una partecipazione di nozze. Ma il mondo si fa piccolo, no? Senza considerare che quando ti schiafferanno in galera la lettura ti verrà in soccorso per spalancare la porta della cella. Non si dice proprio così? Evadere?
