Giro come un criceto la cyclette
perché un menisco interno c’è e non c’è.
Rimugino: non potrò più rincorrere
un treno che parte, attraversare
in fretta la strada, salire e scendere
le scogliere a dirupo per pescare
a canna fissa… non potrò tirare
un calcio a un pallone fosse soltanto
per rilanciarlo di là da una rete
o un muro – mi crederanno cattivo
i bambini, loro che lo reclamano
con urla e braccia alzate – non potrò
piegarmi in ginocchio in chiesa a pregare
quando sentirò la morte che arriva
offendendo tutto ciò che ho creduto
in vita… nemmeno fare un inchino
da cavaliere fedele a una causa
persa, nemmeno strofinare il cencio
come una serva sull’ammattonato
di androni signorili o principeschi
castelli, e l’orco mi mangerà
per primo perché non potrò fuggire
a gambe levate per praterie
immense di paesi sconosciuti…
e sono qui a guardare il display
che mi dice che pedalo a quaranta
chilometri orari da fermo, senza
vento in faccia, a sudare il veleno,
e anche a lui, al display, non gli credo
penso sia tarato sull’incentivo
motivazionale, o sulla perdita
di calorie, o, male mi sento,
sull’entusiasmo della guarigione
ahimè! io che amavo precipitarmi
dai blocchi, il ragazzo più veloce
della Toscana, anno Settantotto,
cento e duecento e trecento i metri!