Il prof spiega Heidegger!

“Che spiega oggi?”

“Heidegger…”

“Madonna santa, quello dell’essere?”

“Già…”

Il lupicante, seduto in cattedra, stava consultando il quaderno nero di appunti come era solito fare prima dell’inizio. Poi non lo avrebbe guardato più per l’intera lezione, una volta sceso dalla pedana si sarebbe spostato avanti e indietro per l’aula, andando a braccio, a volte anche risalendo lo scoglio dove erano assiepate le cozze, cozze maturande del liceo scientifico. Heidegger era uno degli ultimi filosofi del programma, fra i più ostici, e il professor Picchione non faceva sconti. Picchione il lupicante era infatti il più temuto. Chissà se avrebbe anche interrogato? la lezione prima era stata su Husserl…

“Allora signorine mie…” si rivolgeva sempre così, alle cozze, “Oggi, come vi avevo annunciato lo scorso mercoldì, ci aspetta una giornata faticosa, faticosa ma interessantissima… Tratteremo infatti Heidegger, Martino Heidegger – il professor Picchione, in maniera vezzosa, italianizzava il nome di battesimo dei suoi filosofi, come se fossero degli amici se non addirittura parenti. “E trattare di Heidegger, come immagino sappiate anche voi cozze, significa prendersi in carico l’essere…”, stava già scendendo dalla cattedra, minacciosamente. Lanciò un’occhiataccia nella prima fila, e due o tre cozze, investite dal suo sguardo gelido, oscillarono incaute come se volessero assentire: “Sì, noi lo sappiamo senz’altro cosa sia l’essere…”.

“Bene bene, inizieremo dunque dal Sein… E inizieremo come vuole filosofia, con una domanda. Voi tre che siete così certe della vostra conoscenza” – porca miseria, non gli sfuggiva proprio nulla – “così sicure da gettarvi immediatamente nell’agone dialettico, sapreste dirmi che differenza esiste tra l’essere e l’esser-ci?”. Le tre cozze si guardarono stranite, e maledissero il fatto di trovarsi proprio in prima fila, essendo arrivate molto in anticipo. Poi una delle tre si fece coraggio e come il condannato a morte che vuol farla finita subito, brancolò gli scalini del patibolo con in bocca quelle prime parole che già sapeva inadeguate:

“Esserci vuol dire che ci-siamo, che siamo qui…” e si fermò per vedere l’effetto della sua risposta.

“Continui pure” fece il professor Picchione, mentre si aggiustava gli occhiali sul naso, e quello era già un brutto segnale, come uno che sta prendendo la mira. “Continui signorina… coraggio”

“L’essere invece… invece l’essere è come dire che è… cioè… che è non essendo soltanto un esserci di fatto… ma è… si potrebbe dire, un’è totale… un essere appunto…”

“Vedo, signorina mia, che di fantasia non è affatto carente, mi congratulo…” era ovvio che stesse facendo del sarcasmo. E infatti: “Ma qui, purtroppo per lei, non siamo dal parrucchiere dove si parla del più e del meno con le prime parole che ci vengono in mente…” Era uno dei soliti esempi, il parrucchiere, perché c’era il parrucchiere, l’estetista, c’era il pub, disneyland, la fiera, c’era persino Sanremo e le canzonette -per quegli stronzi dei lupicanti, stronzi e misogeni, le cozze avevano tutte un cervellino così. E il professor Picchione, nonostante la sua spocchia da erudito, era della medesima specie. “E tuttavia, signorina, il suo cocktail d’incoscienza e d’ignoranza può aprirci una via utile alla discussione…”, continuò, “Quando ci riferiamo a Heidegger va da sé che l’emancipazione di un’esistenza veramente compiuta, via maestra della filosofia, è infatti uno scollamento e un distinguo abissale dalla vostra condizione di miseria”. Offendeva pure. “Di miseria, sì, perché tutti voi, diceva Martino – Martino era ovviamente Martin Heidegger – tutti voi avete dimenticato l’essere!  E da quando è potuta accadere questa tradigione? – qui la quasi totalità della platea delle cozze pensò: “Non ce lo starà mica chiedendo per davvero a noi?” Meno male che era una domanda retorica: “Da quando abbiamo dunque dimenticato il sein? Il sein, cioè l’essere?” Ora arrivava la risposta, le cozze stavano pronte per gli appunti, “Presto detto: gli unici sapienti della cultura occidentale sono stati i filosofi pre-socratici – le poverette andarono a rimestare nei loro sparuti neuroni il programma di terza, e vi trovarono qualche nebulosa nozione sconnessa, tipo l’acqua, l’infinito, il divenire… – “Dai presocratici in poi fu soltanto l’oblio” s’inalberò il lupicante, “la menzogna e l’ipocrisia collettiva, il sonno della metafisica… Sì, signorine, gli unici sapienti furono i divini presocratici, sapienti e poeti… vi ricordate del grande Eraclito? Lei, signorina, se ne ricorda?”  il professor Picchione, girandosi improvvisamente di lato, questa volta aveva sparato nel mucchio, con la stessa logica imperscrutabile del comandante di un lager nazista, pensò la cozza predestinata.

“Eraclito…” ripeté la signorina per prendere tempo “Eraclito quello del fuoco?”

“Sì, signorina, quello del fuoco, dice lei… il fuocherello del barbecure… e ci facciamo la fettunta ci facciamo!” e anche questi due esempi, barbecure e fettunta, andarono a completare l’immagine di una vita dedita all’ignoranza e alla banalità, ammesso ce ne fosse stato bisogno.  Il professor Picchione però, seguendo la medesima logica incomprensibile, abbandonò subito Eraclito e con lui anche la malcapitata signorina. “La metafisica vi addormenta da sempre, dice dunque Martino. Ma è proprio qui, ecco, è proprio qui che interviene l’autentica filosofia! Nella solitudine della sua remota baita di montagna, il genio filosofico di Heidegger si dà il compito del rovesciamento e della liberazione: per voi che vivete sciattamente, respirando l’anestetico dell’inautenticità, per voi dormienti, la filosofia viene a ricordare l’Essere, l’essere inteso come Sein. Perché, ritornando alla domanda originaria, c’è il Sein e c’è il Dasein! E che cos’è il Dasein? Che differenza c’è tra Sein e Da-sein? Qualcuno di voi cozze vuol provare ancora a rispondere?”

“Io!” improvvisamente si era levata una voce dalle ultime file.

“Dica, signorina…” il lupicante strinse gli occhi da sopra le lenti per mettere a fuoco lontano.

“La differenza tra il Sein e il Dasein è il Da!” fece la voce.

“Certo, signorina, lei ha perfettamente ragione: il Da… da da da e du du du… ‘Da’ di sicuro, cari miei, ma per cosa sta il Da?” La cozza non rispondeva. “Quante volte ve l’ho detto che con me non s’imparano le cose a pappagallo? Qui si ragiona, perdiana! Abbiamo detto essere e esser-ci, sein e da-sein, lo so che per voi cozze è difficile, ma anche una patella ci arriverebbe – le patelle erano considerate unanimamente la forma di vita più infima del vasto mare. “Da”, signorine, sta per ‘ci’” riprese il professore quasi compitando la frase “Ci, ci, ci! ficcatevelo bene in testa! Ognuno di noi, per così dire, è un ‘ci’, un essere singolare, un essere unico, un’esistenza! L’esser-ci, il da-sein, è il nostro esistere concreto, non un soggetto astratto come nella metafisica, ma un ente unico e diverso da ogni altro, l’unico in grado di interrogarsi sull’essere, sul sein. Il da-sein si interroga sul sein, e il sein si disvela nel da-sein. Ne avete capito l’importanza?” No, le cozze apparivano con tutta evidenza smarrite, non avevano capito un bel niente. “Eccole qui le solite vite sprecate di chi è da sempre immerso nella chiacchiera, e come dubitarne… Disperse siete, siete disperse e pascolate nei campi appiattiti della conformità… voi che invece dovreste avere il compito di progettarvi come pastori dell’essere!” il lupicante, ora, era quasi in estasi, ma tutta quella passione profusa rimbalzava su ognuno di quei duri gusci e impenetrabili che aveva di fronte. Molte delle cozze, dallo sconforto, avevano smesso persino di prendere appunti, e le poche che resistevano e continuavano a scrivere, aprivano e chiudevano le virgolette sì, ma senza sapere più se quelle parole fossero citazioni del filosofo Martino Heidegger o offese del professor Picchione. Dall’inizio della lezione non era passata nemmeno un’ora, e il pensiero che avrebbero dovute sopportarne un’altra di seguito generava ulteriore sgomento, perché il lupicante, maledizione, non faceva nemmeno l’intervallo! Improvvisamente, però, il cielo si fece nero. Se ne accorsero per prime le cozze assise nei banconi dello scoglio, un enorme massa scura le stava soverchiando. Il professor Picchionei aveva appena introdotto il concetto esistenziale della gettatezza – “Ognuno di noi non ha chiesto di venire al mondo, ognuno di noi esistenze vi è stato gettato. Così infatti aveva scritto il filosofo Kierkegaard: “Chi mi ha gettato nel mondo?” e così aveva già cantato il sommo poeta Holderlin: “Ognuno di noi è gettato di scoglio in scoglio…” – e ora, proprio sullo scoglio dove troneggiava la cattedra del professor Picchione, tutta la platea di cozze vide incombere l’enorme mano. Una voce imperiosa come un tuono coprì ogni altro rumore squarciando l’azzurro: “Guarda Tommi, un lupicante!” e il proffe, risucchiato da una forza sconosciuta, non c’era già più. Le cozze si chiusero strette strette all’interno del guscio in attesa dell’inevitabile. La luce del sole, però, riapparve d’un botto com’era sparita, con l’eco di un’enorme risata che sembrava risalire il cielo. Le valve gradualmente si schiusero a un novello fiorire, e mille sguardi, dapprima sbigottiti, finalmente si incontrarono in un cenno d’intesa. Scrosciò un grandioso applauso.

Altri articoli